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150 anni: intervista a Daniel Pennac

Daniel Pennac ha proprio l’aria del maestro. È uno di quelli che ti guarda quando parla. Ti tocca la spalla quando ti sta dicendo qualcosa che devi tenere a mente, ha lo sguardo profondo ma i modi pacifici. Un quarto di Slow News l’ha incontrato in un camerino dietro le quinte del Teatro di Mantova, qualche ora prima del suo spettacolo organizzato per Festivaletteratura. Hanno chiacchierato per circa mezz’ora, soprattutto di letteratura e di lettori, che è la parte che magari hai già letto su Linkiesta. Poi però, quando le domande erano finite, hanno continuato a chiacchierare. Lui ha guardato lo smartphone che stava registrando e al nostro Andrea è venuto spontaneo chiedergli come stava vivendo, un tipo come lui, l’invasione di informazioni e stimoli che ci proviene dalle tasche.

«Questi affari qui esistono da troppo poco tempo», mi ha risposto sicuro alla mia domanda su che destino terribile aspetta la nostra capacità di concentrazione se andiamo avanti di questo passo. «Possiamo parlarne tra cento cinquant’anni se vuoi», ha detto ridendo e indicandosi la testa, «quando al posto degli smartphone avremo un microchip nel cervello».

Ma se questa è la direzione che abbiamo intrapreso, quale sarà il destino della concentrazione?
Il mio telefono ora è spento. Lo accendo due o tre volte al giorno, è questo il segreto, basta spegnerlo.

Ma come diffondere questa igiene, perché di igiene si tratta no?
E una cosa che credo arriverà con il tempo. Oggi sono cose nuove, non ci siamo ancora ubriacati abbastanza. Il problema vero è la volontà di farlo. Quanta gente vuole veramente uscire da questo flusso? Quanta gente adora lasciarsi vivere e mettere in mano la propria esistenza a delle gelide tecnologie? Anche la televisione all’inizio era così e tutta una generazione ci si è adeguata, tanto che oggi, gli anziani che aspettano di morire nelle case di riposo passano tutto il tempo a guardare la televisione, e basta. Non è perché vogliono o amano farlo, ci hanno passato gran parte della vita. Per loro ormai è andata.

È un’abitudine…
Sì, anche peggio, è diventato per loro una protesi mentale. E c’è tanta gente che non vede l’ora di lasciarsi vivere attraverso delle protesi. È meno faticoso. Io vengo da un posto molto isolato, dove torno a scrivere quando mi serve. Lì non succede niente…

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