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Slow News: perché? – Alberto Puliafito

slow news

Slow News, per quel che mi riguarda, nasce prima di tutto da una necessità personale: quella di creare un posto dove rallentare. Magari anche fermarmi.

Il mio lavoro consiste, fra l’altro, nello stare sul pezzo. Seguire le all news. Le notizie 24/7. Non sappiamo cosa andrà in onda oggi, ed è sacrosanto che sia così. Il mondo in diretta anche se poi in diretta ci mandi una notizia che non c’è. È stata e continuerà ad essere per un po’ la naturale evoluzione dell’informazione online. Live! Sta succedendo adesso (dura un’ora e 44 minuti: l’ideale per un momento slow) era il titolo di un incontro che ho tenuto insieme a Cinzia Bancone (TvTalk, Rai3) e Celia Guimaraes (Rai News) all’International Journalism Festival 2013.

Cos’è cambiato da allora nel mio lavoro? Praticamente nulla. Insieme al mio team in Blogo ho affinato le tecniche – che praticavamo, in maniera naif, fin dal 2007 –, potenziato la copertura, cercato di aumentare la qualità della produzione editoriale senza andare a scapito della velocità, cercato nuove strategie per il lavoro SEO (che significa non solo posizionare bene i pezzi per determinate chiavi di ricerca, ma anche rispondere all’utente facendolo atterrare su contenuti ben fatti: il click ha un valore).

Il tutto in maniera sempre più frenetica, mentre tutt’intorno imperversa la ricerca del click ad ogni costo e mentre il livello dell’informazione online si abbassa sempre di più, finché ti chiedi se sia ancora sensato cercare di fare qualità (che poi vuol dire dare un valore al click del tuo utente, metterlo al centro e quindi anche mettere al centro gli interessi del tuo progetto editoriale, ma va be’).

E allora c’era il bisogno di fare qualcosa d’altro.

Quante cose belle leggo sul web ogni giorno? Tante. E quanto le vedo condivise, raccolte, commentate? Molto meno di quel che meriterebbero.

Pensavo a questo, poi ho partecipato al convegno a Prato sul giornalismo digitale, ho sentito parlare di Conor Friedersdorf, ho pensato ad alcuni colleghi che avrebbero potuto accogliere l’invito a fare qualcosa di simile ma diverso.

In quell’occasione, a Prato, parlavo, genericamente, di slow news come modello contrapposto al junk news. Non al live: non penso che il live sia da buttare. Ma la spazzatura, be’, quella sì, ha un’unica destinazione naturale.

Così, con questi colleghi, ne abbiamo parlato, abbiamo condiviso, modificato, creato la filosofia alla base ed eccoci qua.

Ecco Slow News. Ecco perché.

È un lavoro residuale, che impiega pochi minuti al giorno del mio e del nostro tempo libero.

Ma sono convinto che lo slow journalism (e non solo perché quattro mesi fa qualcuno lo ha detto a una conferenza TED) sia destinato a crescere nel tempo, e dunque, visto che lo penso, era fondamentale farlo, creare qualcosa prima che fosse troppo tardi.

Creare qualcosa di lento, con una filosofia di vita, prima ancora che di business, alle spalle: era una necessità.

Non so e non sappiamo cosa diventerà Slow News.

Per il momento sappiamo che andiamo avanti, grazie a tutti gli abbonati mensili e annuali che hanno scelto di affidarsi a quest’avventura per trovare grandi contenuti online.

[La foto è di Giorgia Polo]

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