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Tre motivi per cui partecipo a Slow News – Andrea Coccia

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Uno.
Ormai passo la maggior parte del mio tempo su internet. Come la gran parte delle persone occidentali, anch’io lavoro davanti a un computer. È una questione di lavoro, e anche se la mia professione è scrivere articoli, la maggior parte del tempo lo passo a leggere gli articoli degli altri, sia per nutrire i miei pezzi, sia per nutrire i miei interessi — che ogni tanto è la stessa cosa. E così salto da lunghi sulla articoli di approfondimento sulla complicata situazione mediorientale, alla brevina sull’ultimo trailer di Game of Thrones, da un’intervista a qualche star di Hollywood, al retroscena cinematografico su qualche blog sconosciuto, da un racconto inedito di Stephen King sul New Yorker all’ennesimo comunicato stampa sulle bufale intorno all’identità di Elena Ferrante. Ne leggo delle belle, ne leggo delle brutte, ma ne leggo un sacco.

Contemporaneamente a tutto ciò, come tutti, bazzico costantemente i social, twitter e facebook soprattutto, e, come tutti, mi vedo scorrere davanti lo spettacolo vario di un’umanità che perde pezzi e si perde dietro a ogni cazzata, ogni polemica e ogni bufala — ormai su questo campo dobbiamo ammettere che si è sviluppato un certo professionismo — e ogni giorno penso che è uno spreco. Intendiamoci, non mi interessa il tempo che ognuno decide di sprecare scrollando la sua infinita timeline, ognuno spreca il tempo come vuole. No, a me sconvolge lo spreco di tanto ben di dio. Sì, perché contrariamente a quanto pensano in tanti, su internet c’è tanta di quella roba interessante da perderci il sonno. Solo che non è esattamente in superficie.

E visto che per lavoro io sotto quella superficie ci scavo dieci ore al giorno, quando con i miei quattro compari di avventura ci si è guardati in faccia e ci si è detti «Facciamo qualcosa e chiamiamolo SlowNews», la prima cosa che mi è venuta da fare è stato abbracciarli e con loro abbracciare l’idea. Ed eccomi qui.

Due.
Si può descrivere SlowNews in due modi, dipende da che parte lo si prende: il primo è dire che è una newsletter di content curation; il secondo è che è un modo di stabilire un contatto nello stesso tempo superinnovativo e supertradizionale (consiglio di vita: quando una cosa è sia innovativa che tradizionale, quello è il punto dove scavare): è un contatto economico diretto tra produttori e consumatori di informazione, un chilometro zero dell’informazione che, se cresce come sta crescendo, potrebbe diventare un gran bel modo che abbiamo noi, che le informazioni le cuciniamo, per farlo in maniera sempre più indipendente, e soprattutto, giustamente remunerata. Ora siete un centinaio scarso, ma se (un se che spero sia solo un quando) diventerete un paio di migliaia a seguirci, con pochi euro a testa ci dareste la più potente delle armi che può avere un giornalista: la libertà.

Tre.
Voi non lo potete vedere, ma quando ci incontriamo noi 5 e parliamo di SlowNews, nei nostri occhi si accende una lucina. Forse è solo pazzia, ma a me piace chiamarla passione. E mi fa sentire bene.

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