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Cambieremo il mondo la prossima volta #digit15

Categorie: Giornalismo

Ho partecipato, come giornalista direttore di Blogo.it – ma anche come regista e imprenditore, dunque persona, lavoratore, che cerca di adattarsi alla situazione lavorativa attuale, mettendo a frutto le proprie competenze – a Digit15, nuova edizione dell’appuntamento a Prato che vede riunirsi un interessante numero di giornalisti “digitali” e non, per fare corsi di formazione, incontri, conversazioni e considerazioni sullo stato dell’arte del giornalismo oggi.

In uno dei due incontri, quello su Periscope e il live streaming, ho raccontato un po’ di cose su questa app (spoiler: non ucciderà il giornalismo, e non è la app definitiva per internet. Qui c’è la bibliografia) e ho ascoltato con piacere e interesse la parte del “panel” tenuta da Guido Scorza, a proposito delle implicazioni legali di un live streaming.

Nel secondo, ho parlato di giornalisti imprenditori. Il titolo dell’incontro era, del resto, Il giornalista imprenditore: unica via eppure impossibile da percorrere. Sul palco mancavano Enzo Iacopino (Odg) e Raffaele Lo Russo (FNSI). Un vero peccato, perché sarebbe stato interessante sentirli.

Le slide

In ogni panel che si rispetti ci vogliono delle slide. In questo caso, ho scelto di prepararne poche, molto brevi e anche un po’ provocatorie. Una delle slide era il riadattamento di un pezzo di Poynter del 2011, in cui si elencavano brevemente ragioni per cui un giornalista può essere un buon imprenditore (aggiungerei, e infatti ho aggiunto, “un bravo giornalista”).

Il dibattito

Torno da #Digit15 con bene o male la stessa idea che avevo in testa tre, sei, nove anni fa tornando da eventi del…

Posted by Gabriele Ferraresi on Sunday, October 4, 2015

È chiaro che il tema sia controverso e dibattuto. Io, per questioni di logica personale (partita IVA da sempre, con una piccola società di produzione mia, mai avuto un posto fisso, mai avuto un articolo 1, mai avuta la Casagit, sempre lavorato ben oltre qualsiasi “normale” orario di lavoro), faccio la mia parte. Quella di chi pensa che il giornalista e l’imprenditore non siano mondi inconciliabili. Racconto la mia esperienza (che, beninteso, non è l’unica e non contiene la verità assoluta: contiene, appunto, la mia storia).

Racconto la storia di Ben Thompson, leggo (traduco) la sua etica, cerco di individuare e proporre altre vie per fare giornalismo imprenditoriale.

E in qualche modo sul fatto che il cambiamento ci sia, al netto di qualche battuta, siamo tutti d’accordo.

Ma allora dove ci areniamo? Ci areniamo sulle caselle. Blogger-pubblicista-professionista (da questa esperienza, ho deciso che nelle brevi presentazioni del sottoscritto in altri eventi simili, mostrerò anche i dati Audiweb su Blogo, affinché si esca dall’equivoco. Non è showreel, è necessità).
Ci areniamo sull’individualità (già che ci siamo mi prendo anche del cinico).
Ci areniamo sul prodotto-giornale come prodotto di una collettività (come se poi la collettività non fosse composta da individui).
Ci areniamo sul controllo da parte degli organismi preposti.
Ci areniamo sul cambiamento (sì, il cambiamento c’è e non adattarsi vuol dire essere travolti).
Ci areniamo sul fatto che la lettura sul web è diversa dalla lettura di un oggetto comprato in edicola (e che molto spesso il lettore atterri prima sul singolo pezzo e poi, forse, risalga la corrente fino alla homepage, spesso ignorando il brand).
Ci areniamo sull’uso – provocatorio – della parola sopravvivere (slide n. 6. Sì, certo, anch’io voglio vivere dignitosamente. E vorrei che toccasse a tutti).

No, non è una questione generazionale.

Una collega, che non è della mia generazione, la vede esattamente come me. E non è affatto preoccupata delle “marchette” che può fare un giornalista imprenditore. Perché lo sa benissimo anche lei che le marchette le fa anche un giornalista professionista.

Per sommi capi

La domanda resta una: si scrive "per se stessi", per "l'editore che ci paga" o per "chi ci legge"?

Posted by Andrea Spinelli Barrile on Monday, October 5, 2015

In breve, le mie posizioni (alcune chiaramente espresse durante l’incontro, altre invece derivanti da alcune osservazioni che sono state fatte e che non si poteva analizzare in loco):

– giornalismo imprenditoriale, individuale o collettivo che sia, non significa fare marchette e violare i principi deontologici;
– giornalismo imprenditoriale è uno dei modi per adattarsi al cambiamento;
– giornalismo imprenditoriale è un modo per cercare di (soprav)vivere;
– giornalismo imprenditoriale significa mettere le proprie competenze al servizio di un’idea propria;
– giornalismo imprenditoriale non significa anteporre il profitto ai doveri professionali;
– un giornalista bravo e serio che scrive solo per i propri lettori (e non è dunque pagato da un editore) è almeno tanto libero quanto un giornalista bravo e serio che scrive per un editore. Dico almeno perché poi magari qualcuno si offende. Ma credo che un giornalista che rende conto ai propri lettori per prima cosa, sia molto libero;
– rendere conto ai propri lettori significa interessarsi al proprio pubblico ed essere giudicati secondo un parametro fondamentale: la fiducia;
– la fiducia non è data, si conquista;
– il brand (così come la fiducia) non è un mezzo, è un fine. E spesso quando si fanno questi discorsi qualcuno «confonde il mezzo con il fine» (cit. Lelio Sismi)
– le etichette non valgono niente;
– il giornalista ha bisogno di cultura generale. Questa cultura generale, oggi, soprattutto se si lavora sul web, non può prescindere anche da SEO, social, metriche, strumenti (i.e. app, newsletter) e via dicendo: confondere la cultura generale con il nozionismo non fa bene al giornalismo;
– la cultura generale non va confusa con il nozionismo;
– è meglio essere super-specializzati e sapere meglio di chiunque altro (se non vi piace, anche “meglio di molti altri”) ciò di cui si parla, che non essere tuttologi;
– i giornalisti dovrebbero pretendere dall’Ordine sempre eventi formativi in cui si insegnano concretamente cose utili per il lavoro, anziché dibattiti. Il dibattito è bello, ma se non ha un obiettivo non porta a nulla

Di cosa parliamo quando parliamo?

Bello #digit15, meno bello invece che professionisti, che dovrebbero avere spiccate capacità di leggere la realtà (i…

Posted by Alessandro Diegoli on Sunday, October 4, 2015

Abbiamo molto bisogno di realismo e concretezza. Abbiamo bisogno di guardare all’estero, analizzare la realtà, conoscere, capire. Conoscere il pubblico cui ci rivolgiamo, fare le cose ben fatte, uscire dall’ossessione tanto volume = tante impression = tanto valore e percorrere altre strade.

Lo diceva David Carr, che questa è un’età dell’oro del giornalismo: aveva ragione.

Abbiamo bisogno di parlare meno – o in maniera più mirata – e fare di più. Anzi, forse abbiamo bisogno di parlare meglio e fare meglio: parlare, analizzare, è importante se si riesce a farlo in maniera costruttiva.

Digit15 è stato, come lo scorso anno, una bella esperienza. Sono felice di aver di nuovo partecipato, di aver fatto nuove conoscenze, di aver incontrato persone di ogni età con una grande capacità di analisi e di sintesi. Di aver imparato cose.

Però, il mondo lo cambieremo la prossima volta. Nel frattempo, il cambiamento sta avvenendo, sotto i nostri occhi, tutti i giorni. E ci ritroveremo ad analizzarlo a Digit 16, per non esserne travolti.

[La foto è di Gabriele Ferraresi]

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