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Giornalismo usato, quasi logoro

Categorie: Giornalismo

Su La Stampa di oggi c’è un articolo che parla del processo a Bossetti – il presunto assassino di Yara Gambirasio – e che ci costringe ad ampie riflessioni sul giornalismo nella società italiana.

In Italia c’è questa curiosa tendenza a pensare che un problema sia risolto se lo si mette su carta e lo si regolamenta. Il giornalismo non fa eccezione. «La proliferazione di carte e codici», scrive Michele Partipilo nel suo saggio «Etica e deontologia del giornalista»(*), «è da addebitarsi principalmente a due fattori: la tradizione romanistica imperante in Italia sia a livello culturale che a livello legislativo e dunque la pretesa di voler classificare ogni ambito dell’infinita varietà di situazioni in cui il giornalista è chiamato ad esercitare la professione; lo scarso peso nella società civile di un discorso di etica pubblica».

I giornalisti devono rispondere alla legge e alle carte deontologiche, che di fatto sono corpus normativo.

La ragione di questo preambolo è presto detta.

Immagino ricorderete tutti cosa accadde quando venne arrestato Bossetti. Il Ministro degli interni Angelino Alfano propose un Tweet su Twitter. Questo.

Non azzardo percentuali, ma è facile tornare a scoprire che una grossissima fetta, maggioritaria, del giornalismo nostrano usò le parole di Alfano per aggirare la presunzione di innocenza – per la quale non servirebbe null’altro che la conoscenza della Costituzione italiana e, in seconda battuta, della legge istitutiva della professione – e titolare «Arrestato l’assassino di Yara».

Adesso ci troviamo di fronte a questa situazione: pare – usiamo le forme dubitative – che non ci fossero identificazioni del furgone del presunto assassino offerte dai video di cinque telecamere. Ma solamente dal video di una di queste cinque. Spiega La Stampa:

il Ris, che è anche l’autore del filmato dato alla stampa, dichiara che una sola di queste fornisce immagini abbastanza nitide per identificare marca, colore e modello. Le altre no. L’unica identificazione probabile viene dalla seconda telecamera della Polynt, azienda che ha sede in via Caduti dell’Aeronautica proprio di fronte alla palestra di Brembate di Sopra. Si vede il furgone che passa una prima volta e poi torna indietro. E le altre telecamere? Inutili? No, secondo i carabinieri – questa volta del Ros – non forniscono un’identificazione nemmeno probabile, ma diventano interessanti se accoppiate a un’indagine statistica secondo cui furgoni del genere, in quella zona e a quell’ora, è difficile che ce ne fossero (5 in provincia di Bergamo). Il che è corretto. Ma è diverso dal dire che il furgone è stato identificato da cinque telecamere.

E ancora (il grassetto è dell’articolo originale):

L’avvocato della difesa Claudio Salvagni lo sa e alla scorsa udienza chiede al comandante del Ris, Giampietro Lago: «Perché allora è stato diffuso questo filmato?». E la risposta lascia spiazzati tutti i giornalisti: c’erano forti pressioni mediatiche, esigenze di comunicazione, per questo è stato confezionato il filmato in accordo con la procura.

Insomma. È altamente probabile che quello fosse il furgone di Bossetti. Ma scrivere altamente probabile, alla stampa, non basta più.

È chiaro che, se verrà provato che, per ragioni comunicative – la pressione era solo mediatica? O era politica? – sia stato fornito ai mezzi di comunicazione un filmato che si possa in qualche modo definire “falsificato”, questo sarà un problema. Perché bisognerà capire chi ha ordinato la creazione di quel filmato. E come questo influirà sul processo. Che, lo sappiamo bene in virtù di una delle tante carte deontologiche che i giornalisti dovrebbero conoscere, non si celebra sui giornali o in televisione.

Ma, francamente, che i giornalisti si indignino e che si sentano addirittura usati mi pare surreale.

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Bossetti è stato raccontato come l’assassino di Yara. Punto. È stato fatto dai giornalisti. Davvero non si poteva capire da soli che il furgone che si vede nel fotogramma qua sopra (tratto da La Stampa) non consente un’identificazione del furgone? Qualcuno ha fatto domande in merito? Ne abbiamo scritto, forse?

La presunzione di innocenza ce l’eravamo dimenticata quasi tutti. E il giorno dopo Alfano – bontà sua – ricordava che la presunzione di innocenza vale per tutti. Però al tempo stesso ribadiva che il caso era stato risolto.

Cerchiamo sempre alibi per giustificare quel che facciamo (giornalisti e non: è umano).

La verità è che, da tempo, abbiamo abdicato alla logica del click e del volume, di fare tutto in fretta e subito. E, no, non è sempre e solo colpa dell’editore cattivo che vuole far profitto. Certo, hanno le loro buone, enormi responsabilità anche gli editori. Ma il giornalista dovrebbe, prima di tutto pensare al proprio mestiere. Ricordarsi che, insieme all’editore, ha la responsabilità di mantenere la fiducia del lettore. Lo dice l’articolo due della legge che ordina la professione.

Giornalisti e editori sono tenuti a […] promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori.

Sì, lo so.

C’è di mezzo anche il fatto che bisogna campare. Ma per campare ci sono tanti modi, e da qualche parte, a recuperare la fiducia del lettore, bisogna pur ricominciare.

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