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2016: l’anno dei lettori

2016, l'anno dei lettori

Il 2016 sarà l’anno dei lettori. La previsione fa parte di un genere giornalistico consolidato. Ma qui a Slow News lo pensiamo davvero.

Quando si arriva a sfogliare le pagine degli ultimi giorni dell’agenda si sa, in tutte le redazioni, che si dovrà tirar fuori quella serie di pezzi che tutti si aspettano. Il bilancio. Le notizie dell’anno trascorso. Cosa aspettarsi dall’anno che verrà. Di tanto in tanto mi capita ancora di collezionare a inizio anno soprattutto quest’ultima serie di articoli o “speciali”. In parte è deformazione professionale (così pianifico gli eventi che sono certo dovrò coprire su Blogo. Anche se di solito non trovo nulla di nuovo). In parte è la voglia di arrivare alla fine dell’anno e di confrontare quel che era stato scritto con quello che è successo realmente. Ma alla fine dell’anno succede che quegli articoli messi da parte li ho già persi e non vale la pena di mettersi a cercarli sul web.

Le previsioni rischiano di essere spesso errate. Ma tanto chi se le ricorda? Il numero di ieri (20 dicembre 2015) de La Lettura si diverte a riportare un po’ di previsioni errate sparate lì nei secoli: da un opinionista, da un uomo d’affari, da un politico (fra le più celebri, «Apple non farà mai un cellulare» e Margaret Tatcher che dice che di sicuro non capiterà alla sua generazione di vedere una donna primo ministro). Poi, nello stesso numero, si individua come innovatore del 2016 Stewart Butterfield, l’inventore di Slack. In Blogo abbiamo adottato Slack quest’anno, dopo mesi di test: è un’ottimo strumento per le attività di una redazione. A Grasswire lo usano come strumento partecipativo, il NYT lo usa per i liveblogging. Come se non bastasse, Stewart Butterfield si era già inventato una cosetta che si chiama Flickr. Quindi, no, io non lo individuerei come l’innovatore del 2016. Ah, per la cronaca (e con buona pace dei Mattia Feltri) Stewart Butterfield è laureato in filosofia. Alla faccia di tutte le boiate che sono state scritte l’estate scorsa sugli studi utili.

Ho preso questo esempio da La Lettura perché mi tornava comodo per molti motivi. Fra gli altri, c’è anche il fatto che La Lettura è Rcs. Sempre dal mondo Rcs, di recente su Milano Finanza, Maurizio Costa (RCS e Fieg) ha rilasciato un’intervista in cui parla del futuro e dice, fra l’altro: «Innanzitutto va tutelato il diritto d’autore, mettendo un freno agli over-the-top, Google in primis (1). La battaglia contro lo sfruttamento gratuito del lavoro altrui è uno dei cavalli di battaglia della Fieg (2). Poi ritengo che il pay-wall sia una esigenza fondamentale, perché il modello di business basato sul sito internet tradizionale, con gli unici ricavi legati ai banner, non sia sostenibile(3)».

2016 anno del lettore Qualche commento o qualche domanda: (1) Cosa significa mettere un freno? L’idea di frenare gli OTT è innovativa. Cosa vuol dire frenare Google o Facebook? Che senso ha? Vuol dire forse immaginare cose tipo la tassa sui link? Cioè, capiamoci: per anni gli editori online si sono disinteressati di trovare nuovi modelli di business e si sono affidati a Google e Facebook come se fossero badanti e non compagnie private (spesso ignorando le basi della Seo, affidando la gestione di profili social a figure senza competenze giornalistiche, praticando il click bait più spinto e ora la soluzione sarebbe mettere un freno a Google? Ma perché?
(2) Da quando la Fieg (Federazione Italiana editori giornali) lotta «contro lo sfruttamento gratuito del lavoro altrui»? Mi sono perso qualche passaggio? Forse è solo un equivoco: sono io che sbaglio, quando penso al lavoro sfruttato, come a quello dei giornalisti? Probabile.
(3) Cos’è un sito internet tradizionale? Che tipo di pay-wall è oggi “necessario”? Per quali realtà? Quali costi legati alla produzione di notizie sostengono queste realtà che devono necessariamente usare il pay-wall? Quali altri tentativi hanno fatto? Quanti contenuti free, in percentuale, hanno messo online rispetto ai loro contenuti cartacei? Hanno reso evoluta la loro pubblicità? L’hanno resa contestuale? Hanno considerato i loro giornalisti, i loro contenuti e i loro lettori? Oppure hanno fatto innovazione a parole, per esempio usando le Creative Commons come se fossimo nel 2006?

Quando leggo questo genere di analisi o di profezie cerco sempre di capire qual è il motore primo di certe dichiarazioni.

A volte, mi dico, ci sono previsioni completamente sbagliate perché sono previsioni in qualche modo “interessate”: in qusto caso non sono altro che difese delle proprie (rendite di) posizioni.

Ricordo con enorme piacere una cena a Prato in quel di Digit 2015 con Mario Tedeschini Lalli che spiegava come, nelle fasi di cambiamento, sono proprio i reazionari ad aver ragione: reagiscono al cambiamento perché sanno che il cambiamento potrebbe spazzarli via.

Ci sono anche profezie o previsioni sbagliate perché, semplicemente, si dovevano fare ed è davvero difficile tirare a indovinare. Ce ne sono altre sbagliate perché ci si ostina a guardare il proprio ombelico, senza provare a mettere insieme i pezzi di quel che stanno facendo gli altri, magari da anni.

Poi c’è, come scrivono su LSDI, Una grande confusione, che ci mostra come, in Italia, una parte del dibattito sia ancora ferma a: ma aprire un blog giornalistico si può? Ci sono modelli vincenti? Quando nel 2004 i fondatori di Blogo fondarono Blogo, per dire, ci videro lungo. Negli anni sono sorte molte nicchie, molte realtà, personali o di gruppo, in cui si sono creati ecosistemi – nel bene o nel male – sostenibili. Basta cercarli. Da Blogo stesso a Fanpage, da Nanopress a Blogosfere, dalle guide di Salvatore Aranzulla a progetti personali di tutorial come Foto come fare, da youtuber che poi magari volevano solo finire in tv a progetti più complessi. Lo so, lo so bene: non è tutto giornalismo, non è solo giornalismo, molti progetti di contenuti digitali non sono affatto giornalistici. Ma la realtà è più complessa delle caselle e il giornalista oggi deve saper essere multidisciplinare, parlare, relazionarsi con altri mondi. No, non vuol dire fare marchette, non temano i puristi: vuol dire essere consapevoli della realtà che ci circonda, riuscire a immaginare anche progetti giornalistici piccoli e sostenibili, aprirsi paracadute di “piani B” casomai le cose, nei piani “A”, dovessero andare male, sapere che il cambiamento è in atto e che la nostra professione, che è una professione che deve fare i conti con i contenuti e i lettori, è in evoluzione rapidissima. All’estero, poi, di giornalisti che hanno fatto progetti giornalistici minori che funzionano ce ne sono tanti, tantissimi. Addirittura cartacei (penso a The Delayed Gratification) o multicanale (penso a Monocle). Noi siamo molto abituati a piangerci addosso. Che non vuol dire che la situazione sia rosea. Ma spesso diventiamo, con rigidità varie, parte del problema. Il che è un’ottima scusa per chi cavalca la flessibilità precazizzante per fini politico-neoliberisti.

Ma il discorso si fa troppo complesso, forse.

Dicevamo delle previsioni per il 2016 e degli sbagli. Uno di questi sbagli, reiterato, è parlare delle categorie dimenticandosi delle persone.

Per molti – siamo pronti a scommetterci – il 2016 sarà proprio l’anno del paywall. Per altri sarà l’anno delle newsletter. Qui siamo al lavoro da un anno su un modello di newsletter a pagamento. Non è un’innovazione, sia chiaro: nel 2010 Sam Lessin chiuse il suo blog per lanciare letter.ly. Conor Friedersdorf fa thebestofjournalism. Ben Thompson fa Stratechery. La nostra è una storia lenta, senza pretese di superiorità morale o di verità assoluta ma con due certezza. La prima è che si va avanti, lentamente. Dopo Slow News (che si ispira a Friedersdorf e vive di curatela editoriale) è arrivata Wolf (che si ispira a Thompson, vive di articoli approfonditi originali ed esclusivi e di corsi e eventi di formazione) e arriverà altro.

La seconda è che quel che ci importa sono i nostri lettori.

Così, arriviamo alla profezia che apriva questo pezzo. Il 2016 sarà l’anno dei lettori e se per gli altri non sarà così, meglio. Noi vogliamo conversare con i nostri lettori. Non ci interessa raggiungere milioni di utenti: ci bastano quelli che vogliono leggere proprio noi. Cerchiamo la fiducia di chi chi prova e di chi ci sceglie. L’idea non è innovativa e non è nemmeno mutuata da modelli esteri. Lo dice l’articolo 2 della legge n. 69/1963 che stabilisce l’Ordinamento della professione di giornalista :

«Giornalisti e editori sono tenuti a […] a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori».

Era già tutto lì, nel 1963. Tutto. Se non si capisce questo, se non si capisce quanto sia importante la fiducia del lettore, è inutile riempirsi la bocca con parole inglesi capite male o distorte apposta.

Per qualcuno la newsletter non è una killer application. Per noi è un modo per relazionarci, proporci, capire, lavorare, migliorare.

Se avremo sbagliato la nostra previsione, be’, non rientreremo in nessuno dei casi che ho elencato. Se l’avremo sbagliata sarà solo colpa nostra, perché i lettori sono lì fuori, sono tanti e sanno cosa vogliono. Chi parla di pay-wall o altro senza prima pensare ai lettori, ai contenuti, alla fiducia, ai giornalisti (cioè, in definitiva, alle persone), mi duole dirlo, dimostra di parlare a vanvera perché si deve.

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