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Giornalismo schierato, quando è meglio non farlo

Categorie: Giornalismo

“Pronto buongiorno, sono un collega freelance”
“Buongiorno”
“Mi può passare il caporedattore esteri?”

“Pronto ciao, ti chiamo perchè ho un bel pezzo per voi”
“Ciao, di che si tratta?”
“Un ambasciatore italiano, si trova in carcere nelle Filippine. Il caso è molto controverso, è accusato di pedofilia da una ONG ma sarebbe interessante approfondire la cosa: si dichiara innocente da sempre, le udienze vanno a rilento, il giudice gli ha concesso la libertà vigilata e l’autorizzazione a lavorare proprio con dei minori, la Farnesina tace ma gli ha revocato l’incarico; familiari ed amici, tanta tanta gente, ne garantiscono l’assoluta innocenza sostenendo che lavora con i minori da decenni e nessuno lo aveva mai accusato di nulla. Secondo me sarebbe interessante approfondire, provare a contattarlo, parlare con chi lo accusa. Proviamo a capirci di più?”
“…eh, non saprei…sai…la pedofilia è un tema delicato. I lettori…”
“Guarda, ne ho scritto già altrove e dai riscontri che ho avuto i lettori si appassionano molto a queste storie dimenticate”
“Si ma qui parliamo di un pedofilo! Hai letto il Corriere?”

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Si, l’avevo letto il Corriere. Se ne era occupata, per prima, Fiorenza Sarzanini in un articolo pubblicato l’8 aprile 2015, tre giorni dopo l’arresto di Daniele Bosio. In quell’articolo l’attuale caporedattrice di nera e giudiziaria a via Solferino usava parole dure, taglienti come lame. Parole che non formavano un giudizio ma ne proponevano uno già formato: i commenti dei lettori ne sono la dimostrazione.

Nell’articolo si parla di “materiale compromettente” che “sarebbe emerso” (uso saggio del condizionale) dagli accertamenti sul telefono “e forse” anche sul computer: addirittura “c’è chi parla” di foto pedopornografiche. Un periodo che confonde il lettore, che tra un “forse” e un si dice non può far altro che accodarsi alle prove a carico: la giustizia filippina è attiva e lo ha arrestato, addirittura “la Farnesina ha già disposto la sospensione dall’incarico, così dimostrando di non ritenere infondate le contestazioni”: quindi, se prima “sarebbe emerso” l’atteggiamento della Farnesina “dimostra” qualcosa! E allora ci si può spingere un po’ oltre, nella narrazione: “lui stesso è stato costretto ad ammettere” di aver conosciuto i bambini e “poco dopo sarebbe stato costretto ad ammettere” (nuovamente con il condizionale) di non aver avvisato i genitori.

Ma quindi Bosio “è stato” o “sarebbe stato” costretto ad ammettere qualcosa?

Il pallino della narrazione poco dopo passa alle dichiarazioni della sua accusatrice pubblicate da quotidiano filippino, creando una tale confusione che non aiuta il lettore a formare un giudizio. Poco dopo infatti si legge che “gli agenti Ailvin Lucido e Danilo Nebrida sono incaricati di svolgere i primi accertamenti. Fermano Bosio, cominciano a interrogarlo”, informazione che sarebbe stato il caso di verificare perchè manca di un dettaglio piuttosto importante: è stato Bosio ad andare dalla polizia e non il contrario. Ma oramai è tardi e lo tsunami corre verso le coste: “il timore è che possano emergere altre vicende analoghe, che qualcuno possa accusarlo di aver adescato altri bambini” sarebbe il motivo dell’imbarazzo e della decisione della Farnesina di sospenderlo, scrive Sarzanini.
“La ricostruzione della vicenda appare agghiacciante” e, in effetti, lo è: possibile che una navigata cronista giudiziaria come Fiorenza Sarzanini si accontenti di fonti partigiane per cucinare una notizia che, alla fine dei conti, è un atto d’accusa contro un connazionale detenuto all’estero da appena tre giorni?

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Non è intenzione di chi scrive attaccare Fiorenza Sarzanini o il Corriere della Sera. E la stessa Sarzanini lo sa bene, visto che le abbiamo scritto prima di pubblicare questo post ponendole sei domande alle quali ha promesso una risposta che, ovviamente, pubblicheremo:

1. Alla luce del pronunciamento della corte su Bosio pensa che quell’articolo da lei firmato sia stato scritto in maniera corretta?
2. Se si (o se no), perchè?
3. Come mai (se lo ricorda) decise di dare un taglio così netto al pezzo del 2014?
4. Riscriverebbe quel pezzo usando le stesse parole, gli stessi toni?
5. Quando pensa possa incidere quel pezzo nel giudizio che si forma nel lettore?
6. Se pensa di aver scritto quell’articolo e di aver sbagliato, pubblicherà una rettifica (o qualcosa del genere)?

Il giornalismo non emette sentenze e non esprime giudizi, il giornalismo racconta fatti: viene da chiedersi perchè nessuno, dal Corriere, abbia provato a contattare la famiglia Bosio. O perchè nessuno, dal Corriere, abbia provato a capirci qualcosa di più, accontentandosi di scrivere il pezzo sulla base di informazioni frammentarie e partigiane, da fonti filippine e diplomatiche: entrambe queste fonti, si è scoperto, hanno tentato solo di salvare se stesse.

Quell’uomo, all’epoca ambasciatore in Turkmenistan in vacanza a Manila, era stato arrestato appena tre giorni prima dietro accuse terribili: pedofilia. Dopo 40 giorni di carcere e 20 mesi di libertà condizionata con ritiro del passaporto, numerose udienze rinviate e una ONG australiana che lo accusava di essere un vero e proprio orco, Daniele Bosio venerdì 28 novembre 2015 rientrava in Italia. La Corte filippina scrive: “[…] aiutare i bambini a lavarsi non costituisce per sé sfruttamento sessuale […] né esiste alcuna evidenza che nel corso del lavaggio l’accusato abbia commesso atti lascivi intesi a sfruttare sessualmente i minori. Qualsiasi mente di buon senso non vedrebbe nulla di sbagliato nei gesti dell’accusato con i bambini, specialmente considerato che tali gesti erano compiuti in piena vista del pubblico […]”

Nonostante quanto scrive la stessa Corte che lo ha assolto, Repubblica oggi la notizia la riporta così:

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“Insufficienza di prove”. Se esiste la presunzione d’innocenza questa viene ribaltata sui media in favore di una meno prudente, e più grave, presunzione di colpevolezza.

Il giornalismo cosiddetto “schierato” non è un crimine e non è necessariamente cattivo giornalismo, almeno non sempre. Diventa però una vera e propria arma per chi la usa, anche se lo fa in buona fede: il giornalismo schierato può essere anche “etico” se invece di puntare il dito si spende per una certa causa; fare giornalismo schierato attaccando, magari qualcuno che non può difendersi, è invece meschino. Al netto, si capisce, dell’obbligatoria verifica di tutte le informazioni in proprio possesso e all’autocensura nel momento in cui questo non sia possibile farlo.

Questa mattina Daniele Bosio in persona, all’interno di un gruppo Facebook gestito da alcuni suoi amici e sostenitori, ha scritto: “È finita e sono tornato. Sono state giornate intense, trascorse a rivedere parenti e amici e a rispondere a messaggi e al telefono. Anche a parlare con giornalisti perché sembra che la notizia interessi… Mi fa piacere perché la stampa era partita all’inizio di questa vicenda in maniera un po’ “aggressiva” nei miei confronti. Spero che adesso si rendano conto che non ero così cattivo come mi avevano dipinto”.

In conclusione, che effetto ha prodotto l’atteggiamento schierato dei giornali all’inizio di questa vicenda?

“Se pubblichiamo un pezzo su una storia del genere hai idea di quanti commenti negativi ci lasciano i lettori sulla fanpage?”
“Beh, basta inquadrare bene la storia e raccontare i fatti circostanziandoli. Io la vicenda la conosco bene, è giusto fare chiarezza: facciamo anche servizio pubblico, raccontiamole queste storie, non lasciamo che vengano dimenticati”
“Ma è un pedofilo”
“A quanto mi risulta la questione è più complessa di così”

Il pezzo alla fine non è passato ma per fortuna la corte filippina non legge il Corriere.

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