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Che cos’è Wolf? Che cosa ci facciamo qui?

Categorie: Giornalismo

Una delle scuse che ho sentito ripetere più volte mentre, per 9 mesi, raccoglievo documentazione per un lavoro d’inchiesta sul post-terremoto a L’Aquila era: «Nessuno qui ha la bacchetta magica». Veniva ripetuto tipo mantra, nel regno dell’emergenza e dell’eccezione che diventava regola, come altri termini o lemmi che riscrivevano il linguaggio e l’essenza stessa dei terremotati chiamandoli «ospiti», come gli acronimi M.A.P. o C.A.S.E, la Di.Coma.C. (che a decrittarlo suonava davvero inquietante: Direzione di Comando e Controllo) e via dicendo.

Cito questa aneddotica linguistica perché la situazione che affronteremo con Wolf ha alcune caratteristiche simili a quelle vicende. Primo: la situazione di crisi, quasi “emergenziale” dell’editoria (e, di riflesso, di tutti coloro che si occupano di contenuti online e offline). Secondo: i termini ripetuti all’infinito, quasi sempre anglicismi, quasi sempre capiti male. Da storytelling a engagement, da membership a paywall. Terzo: il fatto che – veramente – qui nessuno ha la bacchetta magica.

Wolf intende offrire strumenti, analisi e chiavi di lettura originali e inedite, contenuti pensati per il lettore, approfondimenti, dati e rielaborazioni, rassegne di notizie da seguire, strumenti per professionisti ma anche per lettori.

Il piano editoriale di Wolf è un oggetto fluido che segue (ma non insegue) il cambiamento, ma si basa anche su pilastri solidi. Primo fra tutti, l’esperienza delle persone che realizzano questa newsletter. Poi lo sguardo ai modelli esteri più interessanti – senza invidia o sudditanza ma con il desiderio di mutuarne le ragioni di successo e di crearne una nostra versione; l’attenzione al mondo dei social, quella per i motori di ricerca, la consapevolezza dei monopoli di fatto per le masse e delle opportunità “di nicchia”; l’avversione per l’uso delle buzzword, che svilisce il significato delle parole stesse (pensate, ad esempio, alla storytelling. Si smette addirittura di tradurla nei titoli dei libri. La si addita come male assoluto, cfr. Luca Sofri e Roberto Cotroneo. Ma la storytelling è solo “narrazione”: esiste da sempre: se mai è l’uso sconsiderato del termine, che va criticato. ). Le chiamiamo buzzword, con un anglicismo, proprio per contrastarne la diffusione con un linguaggio comprensibile anche a chi ne abusa.

Poi c’è la consapevolezza che lavorare con i contenuti e con la comunicazione (giornalisti o social manager, comunicatori d’impresa o autori televisivi) è un mestiere serio, che richiede passione, studio, un aggiornamento continuo.

Questi sono i nostri pilastri.

Ma Wolf sarà qualcosa di più: sarà una comunità, un laboratorio, un gruppo dove generare relazioni e conversazioni per condividere la conoscenza, approfondire, imparare, crescere, generare opportunità di lavoro, far incubare idee, fare in modo, soprattutto, che queste parole non siano contenitori vuoti ma abbiano un significato e un peso specifico densi.

Non abbiamo la bacchetta magica. Ma sappiamo che qualsiasi situazione di crisi rischia di peggiorare se le possibilità offerte dal cambiamento si utilizzano solo per favorire chi ha una rendita di posizione da difendere. A noi interessano le persone. I contenuti. Gli strumenti. Le conversazioni. Il fare meno per farlo meglio.

Offriremo tutta la nostra esperienza in un prodotto editoriale che non ha precedenti in Italia, convinti come siamo che non sia pericoloso condividere ciò che si sa, perché sono la pratica quotidiana e lo studio che fanno la differenza. Metteremo a disposizione il nostro tempo per rispondere a domande e accogliere osservazioni e idee, creeremo uno spazio di confronto attivo e un servizio che vorremmo avesse un reale impatto sulle nostre vite professionali e su quelle delle persone che faranno parte della comunità che serviremo.

Wolf è qui. Risolve problemi, propone soluzioni, crea conversazioni e relazioni.

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