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Smart – Inchiesta sulle reti – Frédéric Martel

Categorie: Giornalismo

Smart - Inchiesta sulle reti - Frédéric Martel


Smart: Inchiesta sulle reti – Iniziamo così il 2016, con una piccola recensione e un consiglio di lettura.

Il numero 100 di Slow News è uscito, il numero 1 di Wolf è in gestazione, mentre prosegue la campagna di finanziamento su Produzioni dal Basso (a proposito: abbonati ora, ci sono forti sconti e durano poco), bisogna andare avanti alla grande, insomma.

Chi è l’autore? Frédéric Martel è un sociologo, lavora all’IRIS (Institut de Recherches Internationales et Stratégiques).

Di cosa parla il libro? Martel ha fatto una vera e propria inchiesta giornalistica per sfatare un mito: quello del pubblico di massa. Quello di internet che appiattisce e distrugge. Quello del “generalismo”. Siamo tutti consci di dover osservare cosa fanno Google, Facebook, Amazon, Apple. Ma non è l’unico World Wide Web, quello delle big companies. Anzi. Chi segue le avventure di Slow News, di Wolf, quel che scrive da tempo il sottoscritto, sa bene che qui siamo sostenitori delle nicchie: ecco, Martel va a provare quel che Jarvis sostiene da un punto di vista teorico. Non esiste un pubblico, esistono i pubblici. Non esiste Internet, esistono le internet

«Questo libro», scrive Martel, «dimostra, infatti, che la rivoluzione informatica che stiamo vivendo non si riflette, almeno non principalmente, in una globalizzazione a trecentosessanta gradi. […] la transizione digitale non è omogeneizzazione. […] La rivoluzione digitale sembra, al contrario, una territorializzazione e una frammentazione: internet è un “territorio”».

Il territorio non è da intendersi in senso geografico, ma in senso lato: apre alla divisione in nicchie.

«A volte», prosegue Martel, «questo territorio assume una forma linguistica o culturale: riflette quindi una comunità di interessi, affinità, gusti condivisi. Gli scambi possono essere basati su una contiguità di confini, una lingua o un alfabeto comune, una cultura alternativa internazionale, una zona di persistente influenza postcoloniale. In fin dei conti, le “conversazioni” su internet sono in gran parte definite da questi “territori” e sono raramente globali. […] La parola “internet” deve essere ormai considerata un nome comune, che gradualmente perde la sua matrice americana e la maiuscola con cui si scriveva. Dovrebbe inoltre essere declinata al plurale».

Perché dovrei leggerlo? Per capire i tempi che in cui stai vivendo. Per capire internet. Per farti venire idee, trovare spunti, non soccombere. Ma anche perché Martel, per parlare di internet e della cosiddetta rivoluzione digitale, ha fatto una cosa davvero rivoluzionaria: ha incontrato persone dal vivo, nei posti. Si è consumato la suola delle scarpe, come si diceva un tempo nel mondo del giornalismo. Ne è venuto fuori una affresco umano, piacevole da leggere, nient’affatto accademico nello svolgimento ma rigoroso nel raccogliere documentazione e poi nel trarre conclusioni. Martel non nega la globalizzazione e l’internet mainstream, ma individua altre caratteristiche che spesso sfuggono ai più: «Internet non uniforma le differenze: le consacra. Internet non è globale, non annienta le identità: le valorizza. Le nostre conversazioni sono e rimarranno territorializzate. Il contesto è fondamentale. La geografia conta.

[Trasparenza: se segui il link Amazon, atterrerai su una pagina di Amazon per comprare il libro di Martel che contiene il codice di affiliazione di Slow News. Quindi, se lo compri, a te non cambia nulla. A noi, invece, arriva una piccola percentuale che utilizzeremo per finanziare Slow News e Wolf e tutti i nostri progetti. Non solo: questo vale per qualsiasi acquisto che farai su Amazon nelle successive 24 ore a meno che tu non cancelli i cookie nel frattempo. Pensaci: è un modo per sostenerci indirettamente]

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