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Venezuela, il petrolio ai militari: “colpo di stato petrolifero”

Categorie: Slow journalism

In Venezuela il governo del Presidente Nicolas Maduro ha creato, con un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale mercoledì 10 febbraio, una nuova compagnia petrolifera nazionale: si chiama Anonima Militar de Industrias Mineras, Petroliferas y de Gas, o semplicemente Camimpeg, e l’intero suo consiglio di amministrazione sarà nominato dal Ministero della Difesa di Caracas.

Per la prima volta nella storia del Venezuela, e sopratutto nella storia del chavismo bolivariano, Maduro permetterà ai militari un coinvolgimento diretto nei progetti di sfruttamento delle risorse naturali, la spina dorsale dell’economia venezuelana prima che questa si afflosciassemiseramente come un’impalcatura di stuzzicadenti. Camimpeg avrà margini di autonomia enormi e potrà lavorare in settori come la manutenzione degli impianti di perforazione petrolifera, nel trasporto di idrocarburi e nella gestione delle raffinerie: le industrie venezuelane dell’energia, della logistica e della chimica saranno così completamente controllate dai militari. Ma, come suggerisce lo stesso nome della nuova società nazionale, un ulteriore settore d’azione dovrebbe essere quello minerario.

La propaganda venezuelana ha invece spiegato bene i settori economici nei quali i militari oggi fanno da padroni: petrolifero, petrolchimico, industria alimentare, industria mineraria, telecomunicazioni e information technology, edilizia, industria, industria militare, turismo, foreste, comunità sociali, bancario e finanziario, esportazioni e nuove fonti di valuta.

Invece di aprire al libero mercato Maduro, che da poco ha ottenuto (non senza fatica) poteri speciali per 60 giorni da parte della Corte Suprema, controllata dai chavisti, ha deciso di sparigliare e fare una mossa che, sintetizzando, rappresenta un’ulteriore chiusura a riccio del Venezuela: gli analisti interpellati da Bloomberg in tal senso hanno espresso pareri molto discordanti su questa nuova mossa di Maduro, decisamente insolita: c’è chi afferma che sia solo un modo per garantire gli stipendi ai militari per tenerli buoni, chi dice che sia una mossa di accentramento per permettere ai militari di controllare sia il settore minerario che quello petrolifero e c’è anche chi sostiene che sia in realtà una exit strategy dal possibile, o addirittura probabile, default di PDVSA, la società petrolifera di Stato, che presto potrebbe essere esposta ai creditori. Secondo questi ultimi analisti infatti la creazione della compagnia petrolifera militare permetterebbe al governo del Venezuela di spostare tutti i beni di PDVSA a Camimpeg, evitando così l’esposizione verso i creditori.

Va sottolineato che i militari (i venezuelani in particolar modo) non sono esperti di energia, di ingegneria né tantomeno di borsa, anzi: il rischio di un’ulteriore burocratizzazione ed irrigidimento di protocolli e procedure potrebbe rappresentare da sola la definitiva recessione della produttività petrolifera venezuelana. Insomma, la morte del Venezuela.

Politicamente la mossa appare piuttosto chiara: si tratta di un’ulteriore chiusura a riccio di un paese, il Venezuela, completamente isolato nel panorama latinoamericano. E che invece di guardare verso il proprio continente getta lo sguardo oltre oceano, da una parte e dall’altra del continente americano: il paese sembra voler svendere il proprio futuro per garantire il sostegno agli uomini forti di oggi. E dal punto di vista sociale è lo stesso decreto che delinea la linea del nuovo Venezuela: Maduro infatti creerà 99 aree economiche militari all’interno delle Aree di Difesa Integrali (ADI). Questo, ha spiegato il governo venezuelano, permetterà di “sviluppare potenzialità” già esistenti all’interno delle Forze Armate “che hanno un patrimonio di scienziati, professionisti e innovatori in differenti discipline”.

Questo, in Venezuela, significa militarizzazione. Le ADI sono state costituite dal governo venezuelano solo sui territori contesi con altri paesi, come con la Colombia nella zona della Guayana Esequiba o con la Guyana per il controllo di un tratto di mare ricco di giacimenti petroliferi. L’ex deputato ed ex vice presidente della Commissione permanente dell’Energia e del Petrolio Diogene Andrade, intervistato da El Diario de los Andes, ha affermato che con questa decisione Maduro“proteggerà l’industria petrolifera da un nuovo sabotaggio” (la teoria chavista sulla crisi venezuelana) e “creerà nuove fonti di reddito per il paese attraverso lo sfruttamento dei minerali”. Insomma, la blindatura militare dell’industria energetica e mineraria venezuelana è “un modo per garantire il funzionamento” di questo settore “creando un clima di fiducia per gli investitori”.

La realtà è che in questo modo Maduro sembra voler rimuovere completamente il sistema economico creandone uno economico-militare: la nuova compagnia petrolifera Camimpeg infatti non risponderà al Ministero del petrolio e delle miniere (e quindi anche al Parlamento, la cui maggioranza si oppone a Maduro e ai chavisti dopo le elezioni di ottobre) ma unicamente al Ministro della Difesa, il comandante Vladimir Padrino Lopez.

La realtà è che i venezuelani, sempre più critici e lontani dalle idee chaviste propinate da Maduro e dai suoi accoliti, temono una progressiva, e nemmeno troppo lenta, militarizzazione del Paese: il Presidente dello Stato di Carabobo, citato dal Correo del Orinoco (organo di propaganda chavista), ha affermato che “la moralità, la dottrina, la forza morale, chavista, bolivariana” delle forze armate “costituite come una forza produttiva del paese” permetterà al Venezuela di uscire dalla crisi. E il potere consegnato ora nelle mani di Padrino Lopez da Maduro potrebbe rappresentare una mossa poco intelligente da parte del Presidente della Repubblica, che ha consegnato ai militari l’intero sistema economico del Venezuela: come avevamo già scritto Maduro è isolato anche all’interno del Partito Socialista Unito del Venezuela e questa decisione potrebbe rappresentare un gesto di fedeltà alla rivoluzione chavista, per cercare di sedare gli animi e tenere buone le Forze armate. Un vero e proprio colpo di stato petrolifero o, come lo descrive il decreto legge, “un modello produttivo di ecosocialismo”. Difficile a credersi.

Articolo pubblicato originariamente il 16 febbraio 2016 su International Business Times Italia, portale chiuso nel giugno dello 2017. Lo abbiamo ripubblicato su Slow News in data 24 gennaio 2019 firmato dallo stesso autore nell’ambito di un’operazione di salvaguardia del giornalismo di qualità. Per questo motivo la lettura di questo articolo è gratuita, esattamente come lo era sul portale originario.

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