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Newsletter, la rinascita delle. (Poi arriveranno i Podcast)

Newsletter rinascita dellaLa newsletter è rinata. Evviva la newsletter.

Cioè, diciamocelo: le newsletter non erano mai morte, non erano andate da nessuna parte. Sono sempre state usate da chi le sapeva usare, sono state usate per scopi di marketing, per tenersi i propri lettori affezionati, per parlare con loro.

A volte venivano trascurate, lasciate al caso, all’automazione. Eppure quando vengono dismesse da chi ha tanti sottoscrittori, poi succede che arrivavano le mail – sì! ci sono persone che si prendono la briga di scriverti se dismetti un servizio che a loro piaceva – in cui si chiede conto e ragione del perché.

La mail non è mai morta. Se vuoi posso dirlo in una maniera catchy che funziona anche su chi vive di buzzword: i millennials usano le mail. Tanto. Quindi, se vuoi conversare con i millennials, usare le mail (e quindi le newsletter) è una buona idea.

Come al solito, in realtà, varrebbe la legge dell’economia delle soluzioni parziali per alcuni. La newsletter non è mai morta. La newsletter non è una soluzione per tutti. Se vuoi farti una newsletter solamente perché hai letto che è “tornata di moda” stai sbagliando. Se pensi che la newsletter non sia una killer application stai sbagliando. Semplicemente, la newsletter (come qualsiasi altro strumento che puoi utilizzare per i tuoi contenuti digitali) funziona se si verificano due condizioni fondamentali:

  1. è adatta al tuo pubblico e ai tuoi contenuti
  2. sai come si fa una newsletter (e come adattarla al tuo pubblico e ai tuoi contenuti)

Per quanto riguarda il punto 1., nel caso di Slow News. (e del suo supplemento Wolf.) vale quello che scrivevo quando parlavo del modello delle newsletter a pagamento

«Penso e pensiamo che il modello delle newsletter a pagamento possa essere funzionale al lavoro giornalistico e editoriale: non vogliamo rivolgerci al pubblico di massa (anche perché lo sappiamo bene, che non esiste un solo pubblico), ma vogliamo rivolgerci al pubblico che è veramente interessato a noi».

Per quanto riguarda il punto 2, abbandonando da subito qualunque tipo di presunzione e di illusione, la verità è che sapere come si fa una newsletter si impara. Studiando e, soprattutto, facendola. Dopo un anno e due mesi di Slow News, dopo due mesi di Wolf., pensi che qui abbiamo imparato tutto?

Assolutamente no. Stiamo ancora studiando, sperimentiamo.

E probabilmente non si impara mai, perché ci si deve adattare. Ai lettori, ai contenuti, alle “novità”, all’uso che le persone fanno del servizio che viene offerto loro.

Il fatto, però, che, come prevedibile, si parli in giro della rinascita delle newsletter, ci ha dato la possibilità di uscire allo scoperto su un giornale mainstream come Repubblica che, in questo pezzo, parla di noi e di Datamediahub (che è nostro partner nella realizzazione di Wolf.)

«La newsletter permette di uscire dalle logiche algoritmiche di Google e Facebook e costruirti il tuo pubblico di riferimento »

spiega Andrea Coccia. In altre parole, l’algoritmo è il lettore.

Ah. Se vuoi un nuovo titolo per il prossimo articolo di giornale che sicuramente funzionerà fra un annetto, eccolo qua: «La rinascita dei podcast». Sono pronto a scommetterci personalmente (se invece vuoi puntare sulle morti o su concetti negativi suggerisco: Le news sono una commodity, Le opinioni non valgono niente, Le app sono morteLa fine di WhatsApp e Telegram).

Già che ci siamo, prenotiamo questi titoli per prossimi pezzi “filosofici”.

1 Trackback & Pingback

  1. L’anno in cui news, contenuti, fact checking e lavoro dell’informazione sono diventati commodity – Slow News

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