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Questo non è giornalismo

Virginia Raggi L'Unità

I fatti – L’Unità, cavalcando «alcuni Tweet di utenti in rete», pubblica un pezzo in cui chiede se nel famigerato video Meno male che Silvio c’è (video ufficiale della campagna elettorale del Pdl nel 2008, tutto dedicato al leader Silvio Berlusconi) si vedesse Virginia Raggi (candidata sindaco di Roma del Movimento Cinque Stelle). Al video si accompagna un Tweet dal profilo ufficiale del quotidiano: «Ma non è Virginia Raggi la ragazza nel video?».

C’è anche il Tweet di Mario Lavia, che chiede ai suoi follower: che dite? È la Raggi, non è la Raggi?

A febbraio – Vale la pena di rilevare che già nel mese di febbraio, l’Unità aveva scritto un pezzo in cui parlava del fatto che Virginia Raggi lavora per uno studio legale vicino a Previti, scrivendo, fra l’altro che «la scelta può essere indicativa dell’appartenenza ad un certo ambiente, della simpatia per un certo mondo».

La smentita – Ma torniamo al video in questione. Virginia Raggi ha smentito di essere lei, la ragazza che si vede dopo un minuto e un secondo di “Meno male che Silvio c’è”. L’Unità ha quindi modificato il pezzo online.

L’intervista – Il Corriere ha deciso di intervistare il direttore del quotidiano, Erasmo D’Angelis. L’intervista è da leggere tutta d’un fiato.

Direttore avete chiesto scusa a Virginia Raggi?
«Ci siamo scambiati tweet la sera stessa. Ora è tutto a posto».

Non avete pensato ad una rettifica quando la Raggi vi ha smentito?
«No, perché non è un’operazione politica, ma è giornalismo 2.0». [In realtà, come scrivevo, sul sito dell’Unità il pezzo è cambiato e quello originale non si trova più]

Vuol dire che non si fanno più verifiche?
«Voglio dire che la comunicazione social punta molto sulla quantità e sulla velocità. Sono sicuro che anche il Corriere.it avrebbe caricato il video».

Ma lei non crede che potevate controllare?
«La somiglianza è oggettiva e i social pieni di “smanettoni” che segnalano foto e video. Questo è accaduto».

Ha richiamato il responsabile del suo sito?
«No, perché ha fatto bene a pubblicare quel video».

Ha fatto bene a pubblicare una «bufala»?
«Il web ha modificato profondamente il giornalismo, sui siti e sui social gira di tutto».

Infine la Raggi deve ringraziarla?
«Sì, direi di sì».

Fine dell’intervista.

Il commento – Questo non è giornalismo 2.0. Questo, semplicemente, non è giornalismo.
Cosa vorrebbe dire che «il web ha modificato profondamente il giornalismo»? Cosa significa che «sui siti e sui social gira di tutto»?

Evidentemente è sui giornali, che gira di tutto. Non sui siti o sui social.

Ed è il giornalismo che si fa modificare in maniera deteriore anziché sfruttare al meglio le straordinarie opportunità offerte dal web.

Il modello “facciamo tanti click” ha letteralmente devastato il giornalismo contemporaneo (che comunque non è morto, anche se continua a cercare di suicidarsi online) e non ci si può meravigliare se la crisi, oltre che economica, è diventata da tempo anche di credibilità e di fiducia.

La colpa è del modello. Non dei siti o dei social su cui “gira di tutto”.
La colpa è del fatto che non si applichino le buone pratiche del Verification Handbook (l’ha dovuto tradurre in italiano una piccola realtà come Slow News: è altamente probabile che nella maggior parte delle redazioni del mondo del grande giornalismo nostrano non se ne conosca nemmeno l’esistenza). La colpa è tutta nostra, di quel connubio giornalisti-editori totalmente slegato dalla realtà e dai reali interessi dei lettori.

Il fatto poi che si debba giustificare un pezzo pubblicato per fare click – a pensar bene. Perché se uno volesse pensar male, visto quel pezzo di febbraio su Raggi e Previti, potrebbe anche pensare che sia in atto una strategia di delegittimazione politica dell’avversario. Ma noi non vogliamo pensar male, giusto? – chiamandolo giornalismo 2.0 è la ciliegina andata a male su una torta rancida.

La torta del giornalismo italiano, che mostra la corda, ha il fiato corto, è semplicemente disperante.

Erasmo D’Angelis parla di comunicazione social che punta sulla velocità. Verissimo: sui social funziona proprio così. Ma la comunicazione social e il giornalismo sono due cose diverse. Altrimenti si va a finire che un sito di un giornale, per essere veloce, può diventare come un sito di bufale.

Inseguire la comunicazione social ha abbassato l’asticella del criterio minimo per la pubblicazione di un pezzo. La verifica della notizia è stata progressivamente soppiantata – perlomeno in termini volumetrici – dalla verosimiglianza. La verosimiglianza, accompagnata alla velocità, non è una categoria giornalistica.

Si poteva, per esempio, chiamare la diretta interessata.
Chiederle se fosse vera la voce che girava su alcuni social.
Ottenere la risposta.
A quel punto scrivere il pezzo.

Questo, forse, sarebbe stato giornalismo (sebbene su un tema decisamente futile).

Il resto, no, non è giornalismo. Né 1.0 né 2.0.

Qualunque cosa sia, è destinato all’estinzione. Perché il lettore, prima o poi, se ne accorgerà, che qualcosa non quadra. O forse se n’è già accorto. La prossima volta che qualcuno si lamenterà perché i lettori installano AdBlock, perché non comprano i giornali, perché non pagano per un paywall, ricordatevi questa storia.

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