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“Slow News” non è una buzzword (“digital detox” sì)

Quando si teorizza un concetto e lo si ripete a lungo si rischia che diventi di moda. Si potrebbe pensare: be’, che male c’è? Anzi, è bellissimo che si diventi di moda, no? Vuol dire che l’idea ha avuto successo, no?

La risposta è: no. O meglio, come al solito, la risposta è: dipende. Non è detto che diventare di moda sia un male ma non è detto che sia necessariamente un bene. Per un concetto come quello delle slow news, dello slow journalism, è bene che la moda la si tenga fuori.

Slow News non è una buzzword.

Bisogna sforzarsi, continuamente, di riempirla di significato e di buone pratiche, altrimenti va a finire che – come lo slow food che nasce come reazione al fast food o al junk food – poi si trasforma in un processo industriale e diventa esattamente la sua nemesi.

Lo slow journalism è di nicchia e non ha bisogno di diventare di massa. La massa fagocita e richiede un’economia scalabile, in cui si abbattono i costi dei contenuti – e magari si privilegiano quelli del marketing – per massimizzare un profitto che deriva da un modello volumetrico.

Slow News, invece, si porta appresso, per forza di cose, un modello di crescita lenta e sostenibile che, se foraggiato a dovere con l’applicazione pratica di ciò che teorizza, può portare molto lontano e radicarsi come modello alternativo al giornalismo di massa. In altre parole: non basta dire di fare qualcosa. Bisogna anche farla.

E nel farla bisogna preoccuparsi di fare in modo che, per quanto affascinante per molti, lo slow journalism non si trasformi nel suo opposto mantenendo l’etichetta chic.

In questo bel panel con Rob Orchard, Peter Laufer e Antonio Talia all’International Journalism Festival, abbiamo parlato proprio di come si rallenta. Delle buone pratiche. Del fatto che non è necessario che una cosa sia nuova per essere buona, e che la novità non è una categoria di valore.  In mezzo a tutto questo c’è un concetto corollario che può diventare una buzzword e che possiamo cavalcare con serenità, perché se diventa di moda allora salva il concetto principale.

È il digital detox. Che però non è da intendersi in senso provvisorio (cioè, come nella definizione dell’Oxford English), ma in un senso più radicale e programmatico. La disintossicazione dal sovraccarico di informazioni è necessaria per praticare lo slow journalism sia come produttori sia come consumatori di informazioni.

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