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Il giornalismo italiano e lo statuto di verità? Abbiamo un problema, ma anche la soluzione

Categorie: Giornalismo

Venerdì 24 giugno 2016, si è verificata una curiosa coincidenza. Nel mondo giornalismo italiano sono successe due cose. Una sulle prime pagine dei giornali mainstream, l’altra online, grazie a un piccolo progetto di giornalismo italiano e ai suoi abbonati.

La prima: quasi tutte le prime battiture dei giornali di carta, chiusi nella notte a risultati del referendum britannico ancora non ufficiali, si sono fidati di proiezioni e sondaggi exit poll e hanno dimostrato tutta la propria incontinenza e ansia da breaking news titolando il contrario di quello che si andava profilando in UK. Il risultato? Quella mattina numerosi lettori sono andati a prendere il giornale in edicola, hanno letto la prima pagina e lo hanno riportato indietro. «Mi ha dato quello di ieri!», dicevano all’edicolante richiedendo indietro i soldi appena spesi.

La seconda: dopo due anni dalla pubblicazione dell’originale e dopo aver visto uscire traduzioni in francese, spagnolo, arabo, russo, greco, portoghese, turco e perfino serbo-croato, una piccola realtà come Slow News, investendoci soldi e tempo, annuncia la pubblicazione online completamente gratuita (qui anche in PDF) della traduzione italiana del Verification Handbook, il progetto curato da Craig Silveman e prodotto dallo European Journalism Center nel gennaio del 2014.

Nello stesso giorno in cui gran parte della stampa italiana rivede al ribasso lo statuto di verità della realtà e pubblica la più grande notizia che non lo era del decennio —La Gazzetta del Mezzogiorno ha titolato addirittura “La Gran Bretagna resta nella UE” — un piccolo gruppo di lettori, grazie alla sottoscrizione dei loro abbonamenti a Slow News, ci hanno permesso di lavorare alla traduzione del miglior manuale in circolazione dedicato alla cultura della verifica delle fonti. Curioso, no?

In realtà no, non è curioso, è un problema. Ed è un problema perché il Verification Handbook, qui in Italia, è un libro di fantascienza. Lo è nel 2014, quando viene scritto, esattamente come nel 2016, quando viene pubblicato, e continua a esserlo nel 2019, data di revisione di questo articolo.

Il problema è che, mentre all’estero i giornalisti si preparano per essere in grado di verificare in pochi minuti la veridicità dei cosiddetti User Generated Content, i contenuti generati dagli utenti, qui in Italia, nelle redazioni dei più grandi quotidiani, dei locali, e della quasi totalità dei giornali online, la veridicità di quei contenuti non è nemmeno problematizzata.

Sì, in Italia esiste un problema di statuto di verità e va ben oltre la capacità e la competenza di capire se un contenuto è credibile, coerente e utilizzabile per fare informazione. Quello che c’è scritto in questo manuale, dalle storie che racconta, alle procedure che rivela, ai risultati che potrebbe farci ottenere in termini di verifica delle informazioni che facciamo circolare in rete e su carta, farebbe impallidire praticamente qualsiasi direttore, se solo qualcosa importasse loro ancora di fare informazione vera.

L’invito è scaricarlo — qui, è gratis — e di prendere il tempo per leggerlo, un pezzettino alla volta. Per farvi venire voglia di leggerlo, vi racconto brevemente uno dei Case history contenuti nel manuale. La testimonianza è di Malachy Browne, di Storyful e quello che racconta a molti di noi sembra sul serio fantascienza.

Quello che è successo è semplice: durante gli attentati alla maratona di Boston, tra i mille video e le mille foto che giravano su internet, il team di Storyful si imbatté in un video postato da un account con un nome strano su Youtube. Il video sembrava vero, coerente con quel che era successo, ma prima di poterlo usare e ridiffondere, Storyful doveva verificarlo. Per farlo cercò di capire chi fosse l’uploader, identificato in una ragazza di New York che si scoprì — grazie a ricerche triangolate su altri social — essere la figlia di una maratoneta che era a Boston. Una volta individuato il nome della ragazza trovarono il nome della madre e, subito dopo, la sua scheda di iscrizione, le velocità al chilometro, i tempi parziali di ogni porzione del percorso, tranne l’ultima, scoprendo così che, coerentemente con il video, la donna al traguardo non ci era arrivata.

Il team di Storyful compì operazione complesse, triangolazioni degne di una serie di cold case e alla fine riuscì addirittura a trovare il numero di telefono della donna, a parlarci, a scoprire che stava bene e ad avere persino la sua autorizzazione a usare il video.

Quando leggerete il suo racconto probabilmente penserete che ci sarà voluta una settimana e vi verrà da pensare che non ne valga la pena. Invece Malachy Browne e il suo team, grazie al fatto che su queste cose ci hanno lavorato e hanno affinato tecniche e procedure, tutto questo l’hanno fatto in 10 minuti.

I lettori italiani si meritano di meglio delle aperture false su notizie macroscopiche di giornali che osano persino lamentarsi della propria crisi con il pubblico che, a detta loro, non legge. Ma anche i giornalisti italiani si meritano di meglio.

Leggete questo libro, tutti. E se siete giornalisti, studiatelo, diffondetelo, proponetelo nelle vostre redazioni, pretendete che lo statuto di verità sia al primo posto tra le priorità vostra e dei vostri colleghi. Sia che si tratti di un video registrato da una maratoneta che richiede 10 minuti di indagini per essere verificato, sia che si tratti di una stronzata enorme che richiede buon senso e 30 secondi per essere liquidata come falsità.

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Ci sono 4 commenti

  1. sì che poi c’è un doppio errore: non era la Gran Bretagna a votare ma il Regno Unito. La Gran Bretagna è solo l’isola…e così escludi il Nord Irlanda e i territori oltremare tipo Gibilterra!

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