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Il traffico di organi in Africa fa ponte con l’Italia

Categorie: Slow journalism

Nella giornata del 4 luglio una notizia ha letteralmente impazzato tutto il giorno sui notiziari italiani: riguardava il fermo di 38 persone – 25 eritrei, 12 etiopi e un italiano – che si occupavano di traffico di esseri umani e non solo. Di traffico di organi.

Nuderdin Atta Wheabrebi è un 32enne eritreo che nel 2014 è stato arrestato dalla Polizia in Sicilia perché sospettato di essere uno dei boss delle bande di trafficanti di esseri umani che dal Nordafrica vengono traghettati, o costretti alla traversata dopo essere stati derubati di tutto, nel mar Mediterraneo, direzione Europa. Nel 2015 è diventato collaboratore di giustizia: “Talvolta i migranti non hanno i soldi per pagare il viaggio effettuato via terra né a chi rivolgersi per pagare il viaggio in mare, e allora queste persone vengono consegnate a degli egiziani che li uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15 mila dollari. In particolare, questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l’organo e trasportarlo in borse termiche” avrebbe detto agli inquirenti palermitani. Le parole di Wheabrebi fanno raggelare il sangue nelle vene ma quella dei migranti uccisi cui vengono espiantati gli organi è una notizia che da anni rimbalza su diverse testate indipendenti ma dalla quale il mainstream ha sempre preferito girare alla larga: in un rapporto pubblicato il 4 dicembre 2013 da Meron Estefanos, giornalista eritrea che vive in Svezia e attivista per i diritti umani, Miijam van Reisen e Conny Rijken, ricercatori all’Università di Tillburg in Olanda, veniva descritta in modo piuttosto accurato la difficile situazione nel Sinai, penisola parte del territorio dell’Egitto a ovest del canale di Suez, dove 30.000 persone sono state portate come ostaggi tra il 2007 e il 2013.

Eritrei, somali, sudanesi che durante il lungo viaggio verso nord, verso l’Europa o Israele, sono stati rapiti e portati nel Sinai: derubati, torturati, seviziati, le donne costrette a subire violenze di ogni tipo.Molti di loro, se finiscono i soldi e la famiglia non ne invia di altri, vengono semplicemente uccisi e diventano “pezzi di ricambio”. Tra i giornalisti che si occupano di Africa da anni gira la notizia circa alcune cliniche improvvisate in mezzo al deserto del Sinai dove vengono espiantati reni ed altri organi per essere portati al Cairo e rivenduti al mercato nero. Il peggiore degli incubi. Alcuni di loro, sopratutto giovani e ragazzi, vengono rapiti direttamente in Eritrea grazie alla compiacenza di ufficiali di Polizia e dell’esercito corrotti, altri vengono rapiti in Sudan durante il viaggio, altri nei campi profughi, da dove scompaiono.

Pixabay

Secondo Africa ExPress il vertice dell’organizzazione internazionale di esseri umani da quell’angolo d’Africa si fa chiamare Generale: si tratta di Medhane Yehdego Mered, eritreo di 35 che l’Italia si è illusa di avere arrestato l’8 giugno 2016 grazie alla “collaborazione” delle autorità del Sudan. L’uomo estradato in Italia non era Mered, che resta a piede libero, riconosciuto dalle polizie di tutto il mondo come uno dei trafficanti più spietati: migliaia di persone si sono imbarcate sui barconi dopo essere state taglieggiate e trasportate dagli uomini di Mered e dai loro sodali, che hanno guadagnato e continuano a guadagnare cifre da capogiro. Molti di altri, e nessuno sa quanti, sono morti durante il viaggio o sono stati uccisi: nei lager del Sinai i trafficanti li torturano fino allo sfinimento, costringono le loro famiglie a indebitandosi e quando i soldi finiscono alcuni di loro vengono uccisi e sezionati. Le numerose operazioni, anche con i caccia F-16, nella penisola da parte delle Forze Armate egiziane sono oramai quotidiane e il Sinai resta una delle zone più critiche del confine tra Africa e Medio Oriente.

Nel gennaio 2011 l’ong EveryOne denunciava il calvario di 250 profughi africani, sopratutto eritrei, proprio nel Sinai spiegando che 4 di loro erano stati trasportati in una clinica clandestina“dove hanno tolto loro i reni. Solo chi paga il riscatto grazie ai parenti in Europa viene liberato al confine con Israele” dove tuttavia spesso vengono respinti, diventando obiettivo per le autorità egiziane. Molti dei vertici di queste organizzazioni di trafficanti si trovano a Rafah, nella Striscia di Gaza, come denunciato numerose volte dall’agenzia Habeshia di don Mussie Zerai, il cui numero di telefono è considerato “il più famoso di tutta l’Africa”. Riscontri ufficiali, quali possono essere ad esempio rapporti delle Nazioni Unite, di governi o agenzie governative, non ce ne sono e quindi il mondo può continuare a voltare la testa senza guardare: tuttavia, quella nel Sinai è una delle tragedie dietro l’angolo della quale in qualche modo siamo pienamente responsabili anche noi.

Quello del traffico di organi di esseri umani è un fatto che va un po’ oltre il beneficio del dubbio e sul quale occorre investigare fino a fondo: non esistono cifre ufficiali e ad occuparsene è la Global Initiative to Fight Human Trafficking delle Nazioni Unite, che ha istituito un protocollo per spiegare il fenomeno. Ma per combatterlo è decisamente troppo poco.

Articolo pubblicato originariamente il 6 luglio 2016 su International Business Times Italia, portale chiuso nel giugno dello 2017. Lo abbiamo ripubblicato su Slow News in data 7 gennaio 2019 firmato dallo stesso autore nell’ambito di un’operazione di salvaguardia del giornalismo di qualità. Per questo motivo la lettura di questo articolo è gratuita, esattamente come lo era sul portale originario.

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