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Crusoe. Ecco il numero 0!

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Eccoci qua, dunque, con la seconda tappa del lancio di Crusoe. Cronache e analisi per chi conosce l’economia e per chi la evita, la nuova newsletter dedicata all’economia e prodotta da The Walking Debt e Slow News: il numero zero.

Dentro ci trovi il menu completo di Crusoe.: il pezzo di approfondimento, le segnalazioni degli articoli più curiosi della settimana, la settimana in breve riassunta a colpi di link, la lettura consigliata e, da ultimo, un esperimento che, proprio con questo numero zero mettiamo alla prova, la chat, rigorosamente via Twitter, con gli account più ficcanti della rete.

Buona lettura, e ricordati che puoi approfittare ancora per 18 giorni delle offerte esclusive che abbiamo pensato per gli abbonati più fedeli, quelli che ci sostengono dall’inizio: sconti, offerte di gruppo, workshop e ticket per commissionare articoli di approfondimento, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche. Se ti interessa fallo subito, perché alla fine della campagna non facciamo più sconti a nessuno.

Ok, partiamo, buona lettura!

 

Crusoe 0

Si prepara la Grande Rotazione fra politica monetaria e politica fiscale / I segnali sono sempre più numerosi e diffusi. Il terreno è stato dissodato e preparato alla semina. Ora bisogna agire. La Grande Rotazione dalla politica monetaria a quella fiscale è ormai ai nastri di partenza e comincerà, come sempre accade con le novità, dagli Stati Uniti, non appena riusciranno a darsi un’amministrazione. 
Le segnalazioni /
Default esotici / Undernet in progress / De-globalizzazione: lavori in corso
La settimana, in breve
La lettura / Occhio al debito, una montagna ripida che vale il 225% del Pil mondiale
La Chat /con @LBaggiani, Evidenziatore Nero

 

Si prepara la Grande Rotazione fra politica monetaria e politica fiscale

I segnali sono sempre più numerosi e diffusi. Il terreno è stato dissodato e preparato alla semina. Ora bisogna agire. La Grande Rotazione dalla politica monetaria a quella fiscale è ormai ai nastri di partenza e comincerà, come sempre accade con le novità, dagli Stati Uniti, non appena riusciranno a darsi un’amministrazione. La Fed ha già iniziato a far capire che sulla politica monetaria ormai non c’è più da contarci troppo e le ultime minute pubblicate dalla Fed confermano l’intenzione della banca centrale Usa di procedere sulla via delle normalizzazione monetaria. La Fed già da un anno ha smesso di comprare titoli, e adesso si prepara al secondo rialzo dei tassi, che dovrebbe avvenire già quest’anno, mentre gli analisti ne ipotizzano almeno altri due o il prossimo. Le altre banche centrali come sempre, seguiranno, pure se con i loro tempi. Ma il segnale è chiaro: l’età dello stimolo monetario volge al termine.

Questo non vuol dire che la moneta facile sparirà. Tutt’altro. I tassi bassi sono un strumento essenziale per il secondo capitolo del lungo libro che l’economia internazionale sta scrivendo nel tentativo di rilanciarsi: il capitolo degli stimoli fiscali. Avere tassi bassi servirà almeno a due cose: da un parte a rendere sostenibili i debiti del settore privato e pubblico, ormai esorbitanti, e poi stimolare ulteriormente l’indebitamento per gli investimenti, ancora molto al di sotto rispetto a prima del 2008.

Ormai non si contano più gli appelli a fare spesa pubblica per investimenti produttivi. L’Ocse, il Fmi, l’Ue: praticamente tutti gli organismi internazionali, in questi mesi, hanno esortato i paesi con spazio fiscale, Germania in testa, a usarlo per investire sulle infrastrutture. A seguire, praticamente tutti i governi, direttamente o per il tramite di veicoli speciali, si sono fatti promotori di piani per roboanti investimenti pubblici o stimoli fiscali.

L’ultimo in ordine di apparizione è stato il governo canadese. Il primo ministro ha presentato un piano da 120 miliardi di dollari canadesi in dieci anni fra tagli fiscali e investimenti infrastrutturali. Una scommessa, ha scritto il WSJ, che sottolinea anche il limite raggiunto dagli stimoli monetari. La Banca centrale ha tagliato i tassi fino allo 0,5% due volte nel 2015, ma ha fatto capire di non poter fare di più. Sicché arrivano i nostri, ossia il governo (come se la banca centrale viva sulla luna).

Lo spazio fiscale il Canada ce l’ha. Il debito PIL è inferiore al 100%, il 94% riporta il WSJ, e la spesa del governo sul PIL supera di poco il 40%, poco sopra il Giappone, che però ha un debito PIL superiore al 230%, e inferiore alla Germania, dove la spesa pubblica sul PIL rimane intorno al 43% e il debito pubblico sul PIL all’80%. Come dire: se il Canada può fare un piano del genere, figuratevi se non potrebbe farlo la Germania, su cui infatti si concentrano le attenzioni di tutto il mondo che conta. Per finanziare il suo piano, il primo ministro canadese farà ricorso senza imbarazzi al deficit di bilancio che dovrebbe raggiungere l’1,5% del PIL. Sicché, conclude il WSJ, gli occhi del mondo si sono puntati sull’esperimento canadese. Come se veramente una soluzione economica si possa esportare da un paese all’altro.

Ma tant’è. Ormai da un secolo viviamo nel mito dell’economia manovrata, ora dal governo, ora dalla banca centrale, il più delle volte insieme, e quindi l’esperimento canadese servirà solo a dar fiato ai tanti che oggi auspicano una decisa scelta per i governi verso il deficit spending.

Non a caso, agli appelli reiterati dell’Ocse e del Fmi sono seguite le promesse elettorali dei candidati alle elezioni statunitensi, i pensierini dell’UK che deve pur far qualcosa per assorbire i contraccolpi di Brexit, e soprattutto il Grande Stimolatore fiscale, ossia il Giappone, che da circa un ventennio fa stimoli monetari e fiscali, ottenendone soltanto il prosieguo della deflazione e l’aumento dei debiti. E tuttavia di recente ha ribadito che avrebbe investito 74 miliardi di dollari in stimoli fiscali. Quanto all’Europa, rimane in piedi il mitico piano Juncker da 300 miliardi, di cui poco si sa e ancor meno si è visto.

Ma in fondo conta poco. Ciò che importa è capire come si svolgerà la prossima narrazione del governo collettivo, chiamiamolo così, che si nutre di mode culturali – oggi si parla di stimoli fiscali per investimenti produttivi – alimentate dalla disperazione per il fallito raggiungimento degli obiettivi. I governi, tutti, hanno sempre fatto credere di poter far crescere l’economia indefinitamente. Adesso devono dimostrarlo. A spese nostre, ovviamente.

Le segnalazioni

Default esotici. Il 3 ottobre la Perisai Petroleum, una compagnia petrolifera malese, ha mandato in default un bond da 90 milioni di dollari, dopo che i sottoscrittori hanno rifiutato il piano di ristrutturazione proposto dalla società. La notizia, che sembra esotica, in realtà ha un profondo interesse anche per noi, in quanto spia di un disagio che le compagnie petrolifere di mezzo mondo stanno vivendo a causa del forte ribasso del petrolio. Ma soprattutto fa capire quanto profonde e ramificate siano le connessioni finanziarie nel mondo. Le banche più esposte verso le compagnie petrolifere del sud est asiatico sono quelle di Singapore, che a loro volta risultano essere uno degli anelli portanti del sistema bancario orientale e un importante piazza finanziaria. Approfondiremo. Intanto leggi questo interessante rapporto di Fitch.

Undernet in progress. Notizia praticamente ignorata da tutti, ma assai gustosa per i cultori della materia e per chi abbia sensibilità geopolitica. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD) ha finanziato con 50 milioni di dollari la compagnia telefonica turca Türk Telekom Group, la più grande compagnia del paese, per realizzare un cavo sottomarino di nuova generazione che collegherà 17 paesi, Da Singapore (di nuovo) alla Francia e l’Italia. Sotto gli oceani la ragnatela di cavi lungo i quali viaggiano terabyte di informazioni al secondo sta diventando sempre più fitta, e la sua evoluzione racconta il nostro tempo assai meglio di ciò che usualmente si osserva in superficie. Per il momento accontentati di questo.

De-globalizzazione: lavori in corso. Pochi giorni fa l’ufficio dell’Onu che monitora il commercio e lo sviluppo internazionale ha lanciato un alert circa l’andamento sempre più declinante degli investimenti diretti esteri (FDI, financial direct investment), ossia quegli investimenti di denaro che uno stato fa nelle attività produttive di un altro, ad esempio rilevando dei pacchetti azionari di una società estera o investendo risorse per costruire una fabbrica. La previsione è che il 2016 vedrà una contrazione di questi investimenti del 10-15% rispetto al 2015, collocandosi fra 1,5 e 1,6 trilioni di dollari, quindi circa 15 mila miliardi. Per il 2017 si prevede arrivino a 1,8 trilioni, ma sempre assai meno del periodo pre crisi. Gli investimenti diretti, insieme a quelli di portafoglio (acquisti di bond e azioni a scopo puramente finanziario), e soprattutto al commercio estero sono stati gli strumenti attraverso i quali ha progredito la globalizzazione negli ultimi trent’anni. Dal 2008 in poi, tuttavia, è iniziata tutta un’altra storia. Il rapporto lo trovi qui.

La settimana, in breve

Lunedì 10 ottobre/L’istituto tedesco di statistica diffonde i dati dell’export, rilevando una crescita di quasi il 10% rispetto ad agosto 2015. I tedeschi esportano sempre di più in Europa, intesa come la somma di EZ e non EZ, è un po’ meno nel resto del mondo (-1,8%). Rimane il fatto che il surplus di conto corrente aumenta, e questo piacerà poco ai tanti che lo giudicano eccessivo. La sterlina, intanto, soffre e arriva a scendere sotto la parità con l’euro, proprio mentre il Financial Times rivela che Deutsche Bank avrebbe goduto di un trattamento favorevole da parte della Bce in sede di stress test. Francoforte avrebbe consentito di inserire fra gli attivi anche circa 4 miliardi derivanti dalla vendita di asset a una compagnia cinese ancora non realizzata. Combustibile per le polemiche che quando si tratta di banche non mancano mai. Fra le curiosità Fintech si segnala la notizia che la banca centrale russa starebbe effettuando test su un prototipo di blockchain, proprio mentre la Fed decide di approfondire, segnalando l’ennesima incursione del settore ufficiale in un mondo che sembrava pensato apposta per escluderlo. Ma si, fra il dire e il fare…

Lo sa bene anche Hakiro Kuroda, governatore della banca centrale nipponica che ha riaffermato la sua convinzione che il Giappone tornerà presto ad avere un’inflazione al 2%. Per chi ci crede, questa è una notizia.

Martedì 11 ottobre/L’Istat rilascia il suo outlook sull’eurozona solo per dire ciò che era ampiamente noto, ossia l’ammosciarsi della crescita. La speranza è che acceleri nel terzo trimestre, ma chi ci scommetterebbe? Molto dipenderà dagli investimenti, che si aspettano in rimbalzo in questa parte d’anno, sempre che si verifichino i presupposti alla base delle previsioni, ossia che il petrolio quoti stabilmente intorno ai 47 dollari e il cambio euro/dollaro a 1,12. Già, il petrolio. Era uscito un po’ dai radar, ma solo per rientrarci prepotentemente dopo che Putin ha fatto capire di essere pronto ad accordarsi con l’Arabia Saudita per dare una regolata alla produzione eccessiva, che molti incolpano per i drammatici cali del greggio di questi ultimi due anni. Addirittura gli Arabi dicono non essere impensabile un petrolio a 60 dollari entro fine anno. Il che vorrebbe dire una bella boccata d’ossigeno per le tante compagnie petrolifere che stanno fallendo a causa dei ribassi petroliferi, con grave nocumento per i sistemi bancari più insospettabili come quello di Singapore (link al post.it interno che ne parla). Sopra ogni cosa rimane, sconfortante, la sensazione che stiamo navigando sulle sabbie mobili. Bankitalia rilascia la sua nota sull’economia italiana in breve, che mostra con chiarezza che l’unica cosa che va bene nel nostro paese sono il saldo commerciali e i tassi sui mutui, gli unici in crescita insieme al credito delle famiglie che in pratica coincide con i muti (vedi Chat). Mentre per il resto galleggiamo. Mi annoio, penso ad altro e mi capita fra gli occhi una rilevazione dell’istituto britannico di statistica che fotografa come gli over 60, nel 1986, erano il fanalino di coda nella classifica dei redditi annuali, mentre oggi sono in testa. E i giovani? I giovani hanno visto accrescersi la loro fetta di torta, ma in maniera irregolare. E oggi sono loro a chiudere la classifica. Il ricco Occidente ha creato il paradiso perfetto per gli anziani. Non ci credi? Guarda quest’altra statistica dell’Ocse. I dati sulla disoccupazione mostrano che sono sempre i giovani a passarsela peggio. Mi piace pensare che se non lavorano magari studino. Ma temo che molti di loro si limitino a vivere con l’aiuto di mamma e papà. Anzi, dei nonni.

Mercoledì 12 ottobre/È la giornata delle minute della Fed, che però verranno rilasciate alle 2 p.m. ora Usa e perciò i giornali italiani non ne parleranno prima di giovedì. Ma tanto tutto quello che c’è da sapere lo scrive il WSJ già dalla mattina. Te la faccio breve: il problema sta tutto nel capire quando e quanto la Fed alzerà i tassi. Problema squisitamente giornalistico, a ben vedere. Il mercato dà per inteso che entro l’anno arriverà un altro ritocco ai tassi ufficiali, e ne mette in conto almeno un altro paio per il 2017. Per allora la Fed avrà già arricchito il suo già nutrito strumentario per intervenire di nuovo, se del caso, avendo peraltro già ripetuto in diverse occasioni di essere sempre pronta a tornare sui suoi passi. A ben vedere, è un falso problema. Fa solo notizia. Assai più di quanto ne faccia un’analisi diffusa dalla Fed di San Francisco secondo la quale il new normal della crescita americana potrebbe collocarsi stabilmente sotto il 2%. Un bel problema per la prima economia del mondo, che una volta veniva pure considerata la più dinamica.

Interessante poi leggere cosa dice un banchiere centrale britannico a proposito dell’impatto di Brexit sulle banche inglesi, soprattutto relativamente al fatto che molti istituti, finora ospitati in UK, possano decidere di spostarsi altrove. «C’è grande incertezza», sintetizza John Cunliffe, al che do il benvenuto nello splendido mondo della realtà dove, a differenza delle teorie economiche, governa l’incertezza e per questo si rende interessante. Anche il post Brexit lo è. La paura di perdere, o almeno di veder diminuire, il suo ruolo di piazza finanziaria spiega bene certi nervosismi inglesi, e aggiunge benzina al fuoco che sta consumando le relazioni fra la Germania e il mondo angloamericano. I fatti, poi, aiutano poco: riportano dell’andamento sempre più declinante della sterlina e soprattutto dei valori immobiliari. Anche a Londra. Qualcuno sta già facendo i bagagli. Infine, il NY Times si è accorto che la blockchain sta diventando un business potenziale per le banche e persino per le banche centrali, sempre più tentate di utilizzare questa tecnologia che era stata immaginata per contrastare proprio il sistema bancario. Si nasce sempre rivoluzionari e si finisce banchieri.
Giovedì 13 ottobre/Poiché la notizia del giorno è il premio nobel per la letteratura a Bob Dylan proprio nel giorno della morte di Dario Fo, le cronache economiche finiscono relegate nell’angolino dell’attenzione e così succede che si perdono di vista alcune chicche, notevoli almeno quanto ricorsive. I debiti cinesi, per esempio, che S&P, l’agenzia di rating Usa, ha ricordato al mondo non più tardi di pochi giorni fa e che vengono ritenuti responsabili della pessima apertura delle borse americane e delle perdite europee, che però, dice qualcun altro forse sono dipese dalle minute della Fed che confermano l’imminente rialzo dei tassi. Ma la notizia dei debiti cinesi rimane seppellita sotto una montagna di tweet, perché intanto è arrivata quella che la bilancia commerciale cinese è peggiorata, con l’export a -10%. Basta questo a spaventare i mercati, prima ancora della circostanza che dovrebbe essere anche il saldo commerciale a mettere i cinesi nella condizione di pagarli, questi debiti. Questa distrazione è intonata col modo che abbiamo di raccontare la realtà. A un’osservazione ossessiva degli epifenomeni corrisponde una totale disattenzione verso i movimenti profondi che stanno interessando l’economia. Fitch ad esempio ci dice che da due anni l’economia si contrae nell’America Latina e inizia a diventare problematico per molti paesi affrontare le difficoltà che da ciò conseguono. Per loro ma anche per noi, visto l’alto livello di interconnessione che questi territori hanno con l’Europa. Oppure, tornando alla Cina, pochi si accorgono che i cinesi hanno superato gli Usa nelle importazioni di petrolio il mese scorso, diventando il primo importatore al mondo. Le misteriose vie del petrolio, d’altronde, sono battute solo da personaggi esotici e poco popolari, che però hanno storie molto interessanti da raccontare. Ma oggi non è giornata. Meglio indossare le cuffie e fischiettare nel vento.

Venerdì 14 ottobre/La settimana finisce con un’effimera allegria borsistica che pareggia il malumore del giovedì, triste a causa della Fed, della Cina e di chissà cos’altro, confermando quest’inizio d’autunno l’umore laterale che già l’estate aveva connotato i mercati, che non sanno e quindi fanno solo assurdi saliscendi aspettando chissà cosa. L’indice FTSE Mib italiano è sospeso nella zona del crepuscolo, oscillando erraticamente fra i 16.000 e i 16.600 punti da settimane, somigliando pericolosamente, tale incertezza, all’indecisione della realtà su dove dirigersi. Il che mi preoccupa più degli indici di borsa. Deutsche Bank finisce l’ennesima settimana orribile leggendo sul WSJ che un suo grosso azionista, un fondo del Qatar, è preoccupato per i problemi della banca, sia legali che di strategia per il futuro. E pensare che solo pochi mesi fa, a luglio, la generosa famiglia reale araba aveva superato Blackrock arrivando a detenere il 10% del capitale della banca. La notizia piace così tanto agli americani che surclassa, nell’impaginazione on line, quella della caduta dei profitti di Wells Fargo del terzo trimestre, che finisce sotto. DB ha notoriamente un’ottima stampa nei paesi anglosassoni. Torno in Italia giusto in tempo per l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia. Do un’occhiata, ma la musica è sempre la stessa: si può fare di più senza essere eroi (cit.) ma sembra che nessuno ne abbia voglia. Neanche i prezzi hanno voglia di salire. L’Istat festeggia un +0,1% su base annua a settembre. Sarà, ma io con 100 euro compro sempre meno roba. In compenso, sempre l’Istat, mi dice che nel 2014 l’economia sommersa valeva 211 miliardi di euro. Immagino si stia bene lì sotto.

Poiché la settimana finisce, decido di regalarmi un momento d’evasione. Pesco a caso nel vasto mondo dei tecno-futurologi, evoluzione contemporanea di Giulio Verne ma assai meno interessanti, e trovo questo tizio che preconizza l’algoritmizzazione (che brutta parola) della vita. Allora prendo la decisione migliore: stacco.

La lettura

Occhio al debito, una montagna ripida che vale il 225% del Pil mondiale. Nel mese di ottobre è consuetudine che il Fmi rilasci alcuni report molto interessanti da leggere per farsi un’idea e provare a capire come sta andando il mondo. I pià succosi sono tre: il World economic out look, il Global financial stability report e il Fiscal Monitor. Per la lettura di questa settimana vi suggerisco quest’ultimo. Qui trovi tutti i linkTi do solo un dato per solleticare la tua curiosità: i due terzi del debito totale, che ormai ha raggiunto il 225% del pil mondiale, appartengono al settore privato. E poi dicono che il debito pubblico è il problema.

Chat

Chiacchiere in libertà trascritte al naturale – sui fatti dell’economia e della società con gli account più ficcanti di Twitter

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con @LBaggiani, Evidenziatore Nero (EN)

C Hai visto il dato dell’export tedesco? Ad agosto +9,8 su agosto 2015
EN Sono stupefacenti, considerando che il commercio mondiale va a stringere
C Infatti, mi chiedo come facciano.
EN Non ho visto i dati, ma l’import come va? Io mi aspetterei sia salito anche quello
C Si infatti è salito, ma meno
EN Quello però un po’ mi torna, buona parte del sistema produttivo tedesco di più basso livello è stato esternalizzato; e sono semilavorati per le produzioni a maggior valore: se cominci a daziare mezzo mondo è difficile tu ti tagli le palle non importando più roba di alta gamma, che comunque non puoi fare in loco. Più che altro fai guerra su produzioni più basse, che fanno più concorrenza alla tua economia arretrata. Questa cosa andrebbe indagata.
C Forse anche la bolletta energetica ha il suo peso sull’import contenuto. Però il fatto che sia in crescita mi fa pensare che la domanda interna tiri. Peraltro l’import è cresciuto ad agosto 2016 su agosto 2015 ma se estendi a gennaio-agosto crescita risulta zero a fronte di una crescita dell’export di 0,8. Noto pure che sull’aggregato l’export sui paesi terzi è negativo per l’1,8%… tira l’Ue non EZ (+4,3%).
EN La domanda interna tedesca so che un po’ tira, è uno dei motivi per cui sono diventati inattaccabili, salvo dall’ignoranza italiana. Tira più l’UE? Questo invece mi sorprende.
C Ma invece questa l’hai vista? Fonte FT: Deutsche Bank was given special treatment in stress tests
EN E quale sarebbe lo special treatment? La solita fuffa sui derivati?
C Non si tratta di derivati ma di un incasso teorico. Deutsche’s results included the $4bn proceeds from selling its stake in Chinese lender Hua Xia even though the deal had not been done by the end of 2015, the official cut-off point for transactions to be included.
EN Mi ricorda qualcosa delle azioni Bankit e banche italiane
C Vero?
EN Esattamente quella roba. Un bel rateozzo attivo
C Lo sapevi che Bloomberg ha aperto un canale Twitter dedicato a brexit? Bloomberg Brexit @Brexit. Ma la migliore mi sembra la BoE che fa outing: “We are proud to show our support for World Mental Health Day with the release of a short film featuring staff sharing their mental health lived experiences”. Nel caso fossi interessato https://www.bankofengland.co.uk/publications/Pages/news/2016/076.aspx
EN No, quella della BoE è bellissima. La satira non avrebbe osato.
C Oramai la realtà si incarica di far satira. Questo ad esempio, questa da Reuters Kuroda reiterates BOJ may push back inflation goal timetable: report. Da quant’è che i giapponesi provano a far salire l’inflazione?
EN Mi vien da dire 20 anni. Ma mi sa che avanza anche qualcosa (della serie: la teoria mainstream domina i meccanismi di inflazione; oppure è tutta una farsa)
C Ho trovato sul fascicolo dell’economia italiana in breve un grafico che mostra come gli unici tassi che salgono in Italia sono quelli sui prestiti alle famiglie su abitazioni
EN Che sia aumentato mi lascia un po’ così… per la verità siamo sullo zerovirgola, non mi pare tanto significativo
C No ma è il trend. Mi ricorda il caso svizzero. Lì quando la BC ha portato i tassi in negativo, le banche hanno aumentato i tassi sui mutui. E poi è l’unico tasso che sale. Significherà pure qualcosa, a fronte del fatto che aumentano i prestiti alle famiglie
EN La domanda che ci si deve fare è sullo spread, perché la base, euribor, è piatto-basso. Le ultime campagne bancarie, con le surroghe, hanno tirato giù gli spread sui prestiti storici anche di un punto
C E tuttavia i tassi sono in crescita, anche se di poco.
EN Io leggerei il minimo come una “tacca” su un trend comunque decrescente; certo, non all’infinito, quei tassi hanno asintoto a zero. Ma su tutte le banche?
C L’ho preso dall’economia italiana in breve
EN Dati ABI: impieghi banche agosto 1.807 miliardi, dicembre 1.824, agosto un anno fa 1.817 miliardi. Impieghi verso settore privato: 1.539, a dicembre 1.553 e un anno fa 1547. Ergo: monte prestiti in calo… ma cresce verso PA. Sai cosa sale? Salgono i mutui casa mentre si riduce tutto il resto, come scoperti di conto e prestiti personali. Ne ho parlato alla SAA di Torino. Le banche non possono discriminare tramite tasso, allora si rifugiano dietro la garanzia che ex Basel fa ridurre l’assorbimento di capitale. Ma il meccanismo complessivo è di razionamento del credito. Vuoi la prova? Ancora dati ABI: prestiti a famiglie e soc-non-fin, entro un anno: 324, 337 a dicembre, 345 un anno fa. Oltre un anno: 1.080, 1.075 a dicembre, 1.063 un anno fa. Oltre un anno = essenzialmente mutui.
C Infatti, fa scopa con l’aumento delle compravendite immobiliari
EN
C E quindi i tassi salgono dove c’è domanda di credito
EN È esattamente quello che dicevo a Torino: se guardi le transazioni immobiliari, sono CERTO che il leone è abitativo. E i tassi salgono il giusto. Comunque per me i dati sono ancora pochi per parlare di trend, è ancora probabile che ci sia solo un rumore
C Certo, ma è un rumore di fondo ;)
EN Guarda anche tu il report ABI, ha il pregio di nettare per le posizioni reciproche tra banche
C Grazie per la segnalazione, ora lo cerco. Adesso però vado a occuparmi delle commodity, il Fmi dice che i tempi sono maturi ;)
EN Seh maturi: marci
C Ho visto che hai fatto RT su Colombatto che invita a smetterla con i vari QE, e così me lo sono andato a leggere. Ma secondo te il professore ha sentore della possibilità che sia iniziata la grande rotazione dalla politica monetaria a quella fiscale?
EN Conoscendolo, si aspetta una tirata di remi in barca. Politica monetaria dovrà frenare. Ma senza quella, nei paesi più deboli frenerà anche la politica fiscale
C Infatti si partirà con i più forti. Hai visto il piano del Canada? Sgravi fiscali e investimenti per decine di miliardi. E poi Fmi e Ocse che predicano sugli investimenti produttivi pubblici.
EN Che è un modo di dire “smettete di fare spesa e fingere che siano investimenti”. Non sono inviti agli Stati a crescere di dimensioni, ma a fare cose diverse. O almeno spero.
C A me sembra che ci si muova sempre nel mito dell’economia manovrata, prima la moneta ora il fisco. A volte penso che stiamo vivendo la crisi di un paradigma che tira avanti dal secondo dopoguerra. Un po’ come negli anni Trenta entrò in crisi l’idea del laissez faire, oggi è entrata in crisi l’idea degli stati capaci di far crescere l’economia. Chissà con quali esiti.
EN Mi sembra che questa idea invece non vada in crisi. La domanda si sta spostando a diversi tipi di rappresentanza piuttosto, come se cambiando la composizione della élite politica si potesse migliore l’efficacia della struttura Stato. Non mi pare si ammetta che il problema è fondamentalmente Hayekiano e Misesiano, cioè di acquisizione della conoscenza e impossibilità della pianificazione centrale. Il fatto che si dica “dovete investire” non è mettere in crisi il modello statale, anzi è confermare che serve. In fondo, pensa al populismo ovunque: è solo un “andiamo noi al potere, decideremo meglio DOVE METTERE I SOLDI”. Il paradigma è lo stesso di sempre, insomma.
C Non c’è dubbio. L’idea dell’economia manovrata ha ancora molti sostenitori. mi chiedo cosa succederà se, malgrado ciò, non riuscirà a produrre i risultati attesi
EN Cambio di dirigenza. Tentativi su modelli diversi. Perfino l’autarchia
C Come negli anni ’30, insomma. Auguri ;)
EN Già. Un vero crack statale sarebbe l’unica possibilità per una riduzione dello Stato. Solo riducendo forzatamente lo Stato per il fatto che il crack ne riduce le risorse si potranno avere maggiori spazi privati perché a quel punto è forzoso.
C Lo dice anche Weidmann, il governatore della Buba
EN Eh beh tra crucchi e cripto-crucchi… senza crack, la speranza di uno Stato minore è zero. Sulla politica monetaria, forse si sta riducendo un po’ il mito, ma va anche detto che “ha fatto molto”. Ma quanti Stati sarebbero già falliti, senza?
C Mi sembra la migliore conclusione per la nostra chat. Auspici?
EN La mia battuta principale è “forza asteroide”; è una metafora: solo un rivolgimento totale può aprire nuove strade e non lasciarci appassire in un futuro tiepido dove ben altri andranno avanti.
C Grazie allora. E in bocca a lupi a tutti noi.
EN E tastate di coglioni a volontà. Ahahah.

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3 Commenti su Crusoe. Ecco il numero 0!

  1. Francesco Marradi // 17 ottobre 2016 a 19:53 // Rispondi

    Qui intorno a Monaco è tutto un cantiere: raddoppio dell’autostrada Monaco-Stoccarda in un singolo cantiere, generatori eolici, rifacimento immobili ovunque, nuovi quartieri (toglieranno pure l’ippodromo per far spazio a 30.000 alloggi e è solo un quartiere nuovo), nuovi tunnel stradali e si parla del raddoppio dell tratto centrale della metropolitana. Davanti casa hanno costruito una intera area artigianale (immobili a due piani ad uso produttivo) su quello che era il parcheggio dello stabilimento Siemens che hanno spostato per farci il quartiere dove risiedo. In casa ho la connessione a fibra ottica a 120 Mbit/Sec, e mi hanno offerto di passare a 200. Senza contare IndustrieVeirPunktNull. Solo qui a Monaco hanno messo in piedi lo stesso numero di cantieri che si vedono per tutta l’Italia. Di infrastrutture ne stanno costruendo pure troppe, più ne mettono in piedi più il divario con i Paesi periferici aumenta.

  2. Francesco Marradi // 17 ottobre 2016 a 20:04 // Rispondi

    Undernet. Dopo la Geopolitica del Tubo, ecco quella del Cavo. Oppure, Nuove Vie Digitali della Seta. Intanto, proprio la settimana scorsa qualcuno si è fatto un giretto in barca (intelligence) sopra i cavi tra Turchia e Cipro…

  3. È molto interessante questo “Crusoe”. Però, santa miseria, curate l’italiano! È scritto coi piedi. E la chat è veramente ridicola, in un gergo da iniziati che non aggiunge nulla all’informazione. Da una creazione di Slow News mi aspettavo molto meglio. Peccato.

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