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L’anno in cui news, contenuti, fact checking e lavoro dell’informazione sono diventati commodity

Le notizie sono commodity

Se c’è una cosa per la quale dovrebbe essere ricordato il 2016 dal punto di vista dei lavoratori dell’informazione non è certo che sono rinate le newsletter. Non è nemmeno l’esplosione del fenomeno delle fake news – che è il solito modo nuovo per chiamare un fenomeno vecchio e consolidato. Non è neanche che questo è stato l’anno della realtà virtuale o della realtà aumentata o di chissà cos’altro.

Purtroppo – se non a parole – non è stato nemmeno l’anno dei lettori (cioè, qui su Slow News sì. Altrove, mi pare proprio di no).

È stato un anno in cui si è consolidato un fenomeno ben preciso, che dura da parecchio tempo.

In un percorso lento e progressivo, e per certi versi anche del tutto logico e coerente, ognuno di noi – professionista o dilettante – è diventato, potenzialmente, un produttore di notizie e di contenuti (testuali, fotografici, video). Il fenomeno è iniziato quando i costi dei fattori produttivi dei contenuti ha iniziato ad abbattersi. E non riguarda mica il web o le cosiddette “nuove tecnologie”, a meno che tu non sia troppo giovane per ricordarti di quando amici e parenti ti ammorbavano con i filmini delle vacanze montati in play-rec con la videocamera che comunicava con il videoregistratore o, prima ancora, con le diapositive proiettate per la gioia di grandi e piccini.

Un tempo erano quelle le “condivisioni” da fruire in spazi sociali che erano, perlopiù, stanze o salotti e che oggi sono diventate le bacheche dei social, per esempio.

Non solo. Ognuno di noi si è trasformato anche, progressivamente in potenziale broadcaster: trasmettere in diretta o in differita i propri contenuti per raggiungere platee anche vastissime – a patto di imbroccarli, questi benedetti contenuti – è sempre più facile.

Cos’è successo, dunque?

È successo che per prima cosa le news si sono trasformate in commodity. E poi sono diventate troppe. Le news, come molte altre sostanze, sono tossiche, se assunte con un flusso continuo e in maniera eccessiva. Sono per il cervello quello che lo zucchero è per il corpo [cfr. Rolf Dobelli, Avoid News]. Si sono mescolate a contenuti di intrattenimento, complici le testate giornalistiche schiave di un modello di business fatalmente legato ai click.

Quindi sono diventati commodity tutti i contenuti. Le foto. I video. Gli slideshow. Tutto.

Con l’espolosione del fenomeno delle fake news si è trasformato in commodity persino il fact-checking. E, più in generale, lo è diventato persino il lavoro stesso di produzione dei contenuti. Un servizio indifferenziato. Una derrata a basso costo, che costituisce la base per produrre altri prodotti. Un servizio che spesso viene letteralmente regalato – accade quando i contenuti non si liberano in maniera consapevole – a piattaforme che monetizzano grazie al fatto che le persone condividono continuamente quel che producono nel loro tempo libero. Così, ecco che anche il tempo dei produttori occasionali e i loro contenuti diventano lavoro non retribuito svolto volontariamente – ma inconsapevolmente – per i grandi della Silicon Valley o comunque per terzi.

Anche questa non è una novità, sia chiaro. Ricordo benissimo quando muovevo i primi passi nel mondo dell’audiovisivo, giravo matrimoni e le coppie di sposi mi dicevano che volevano pagare meno perché «mio fratello con il computer me lo fa gratis».

Solo che quantità e velocità sono diventate soverchianti. Non si può più competere in quantità e velocità con i cosiddetti user generated content. A pensarci bene, era folle pensare di poterlo fare. I giornali non avrebbero mai dovuto provare a competere con piattaforme di social network. Invece l’hanno fatto e hanno contribuito a inondare la rete di contenuti privi di qualsiasi utilità per i lettori, squalificando i propri marchi e diventando loro stessi concausa della crisi dell’editoria.

Come si recupera da tutto questo?

In un modo solo.

Che prevede di rallentare. Produrre meno, ottimizzare di più, distribuendo e liberando solo quel che serve veramente e nel modo in cui serve, pensando alle persone e sperimentando nuovi modelli di business.

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