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Quella volta che abbiamo iniziato sul serio ad aggiustare le parti rotte di un’idea imperfetta

Slow news - Il lavoro da scimmieQuesta è una di quelle storie che di solito si leggono quando i fondatori di una società che hanno avuto un grande successo decidono di raccontarsi in qualche intervista patinata, magari per un magazine che li fotografa in un locus amoenus, o con un cane o i figli, o a piedi scalzi sul divano. Sono sempre storie di enorme dedizione, lavoro duro, aneddoti che fanno sorridere. Di solito, quando le leggi, quelle storie, pensi che sia pura agiografia.

Non sono qui a raccontarti la storiella di una startup di successo, di quelle che vuol farti credere che il suo valore sta nel flusso di cassa che saprà generare fra dieci anni e che risolverà tutti i problemi del giornalismo italiano. E non sono nemmeno qui a far finta che Slow News sia più grossa di quel che è.

La verità è che noi non sappiamo cosa succederà di Slow News, né cosa sarà di noi. Sappiamo, però, quel che vogliamo e non vogliamo fare. Vogliamo fare del buon giornalismo. Vogliamo parlare con le persone che sono davvero interessate al nostro lavoro. Vogliamo vivere del nostro lavoro. Non vogliamo arrivare a tutti, non stiamo costruendo la next big thing, non stiamo cercando la pietra filosofale. Ma sappiamo una cosa: se stai leggendo questo pezzo, molto probabilmente hai scelto di sostenerci in un momento ben preciso di questa avventura. Un’avventura che, come tutte le storie, ha almeno un principio (e prima o poi arriverà ad un finale) e che, come tutte le storie, è arrivata ad un turning point.

Verso Verticals – Oggi stiamo lavorando – ormai abbiamo perso il conto dei giorni o delle notti che abbiamo dedicato a questa parte del
lavoro – per aggiustare alcune parti della nostra idea che, secondo noi, dovrebbe diventare Verticals, esattamente come l’abbiamo descritta qui. Quindi, inutile girarci intorno, è un’idea molto ambiziosa. Queste parti dell’idea si erano rotte, in alcuni casi completamente, nel passaggio fra la teoria e la pratica, fra l’idea e l’azione. E continuare a lavorarci, credi pure, per noi è una scelta coraggiosa e faticosa, perché nel frattempo dobbiamo tutti fare altro.

Non abbiamo progettato molto, a dire la verità, quando abbiamo iniziato Slow News. E forse, se l’avessimo fatto, non l’avremmo mai lanciato perché ci saremmo resi conto delle enormi difficoltà di sviluppo e burocratiche che stavano attorno alla nostra idea e avremmo detto «Oh, no, ma perché dovremmo uscire così tanto dalla nostra comfort zone?». Non abbiamo pianificato, l’abbiamo fatto (ponderando, se non altro, i costi in termini di tempo e in termini economici).

Eppure non siamo dei pazzi scriteriati, ad aver agito così. Sanjay Rajagopalan, un discepolo del design thinkingcome lo definisce l’Economist – si occupa, fra le altre cose, di workshop per i dipendenti di Infosys. Dice che in queste sessioni di lavoro le persone vengono invitate a produrre immediatamente qualcosa (per esempio, una semplice macchina fotografica digitale). «La tendenza», spiega Rajagopalan al settimanale britannico, «è quella di pianificare a lungo prima di costruire. Il nostro approccio è: costruire, costruire, costruire, testare e poi pianificare».

Senza saperlo, è esattamente quello che abbiamo fatto qui. Lo abbiamo fatto per la contingenza. Perché siamo tutti freelance, siamo un sottoinsieme del popolo delle partite IVA, nessuno di noi ha mai potuto dedicarsi al progetto in maniera esclusiva. Lo abbiamo fatto così perché se no non lo avremmo mai fatto.

La storia di slow news

La newsletter madre – E così ci siamo messi a fare newsletter che si pagano. Per prima è nata Slow News come newsletter di pura curatela editoriale. Ne abbiamo parlato per la prima volta a un pranzo, non ricordo nemmeno dove. L’obiettivo non era quello di fare concorrenza al giornalismo mainstream o di creare un’enterprise. L’obiettivo era ed è quello di fare una cosa piccola, di nicchia, sostenibile, la cui crescita non deve essere un’ossessione. Va fatto bene. Non velocemente.

Slow News racchiude il meglio che leggiamo sul web, che ricuciniamo e proponiamo con il nostro stile e la nostra identità a chi si abbona. Potrebbe sembrare un generalista e forse in parte lo è – questo è il suo difetto principale – ma si rivolge senz’altro a una nicchia di lettrici e di lettori. Quelli che vogliono fruire di contenuti uscendo dal flusso del sovraccarico informativo. Ha un suo manifesto, Slow News. Che, ambiziosamente, abbiamo chiamato Manifesto per un giornalismo sostenibile. E una sua pagina Facebook poco animata, per errore e per mancanza di tempo.

Ci sono idee forti e chiare sul tipo di giornalismo che ci piace, da queste parti. Idee che cerchiamo di mettere in pratica quotidianamente, ogni volta che è possibile.

Idee che si basano su due pilastri imprescindibili: le persone e il servizio che si offre loro.
E poi c’è un concetto fondamentale: si scrivono alcuni contenuti “liberi”, perché così ci si fa conoscere. Ma siccome produrre contenuti è il nostro lavoro e siamo convinti che il modello di business basato sulla pubblicità sia in una spirale recessiva senza ritorno, allora questi contenuti si pagano. I modelli a cui ci siamo ispirati sono quello di Conor Friedersdorf, quello di Ben Thompson, più recentemente quello di The Information.

Filippo Pretolani, saggiamente, ci faceva notare che ci siamo cSlow news - La listaonnotati chiaramente come antagonisti, ma adesso dobbiamo anche qualificarci in positivo. Nel senso che in questa fase di nascita, elaborazione, lancio, abbiamo avuto bisogno – e ne abbiamo ancora – di identificarci come qualcosa che prima non c’era. Qualcosa che si può definire, senza temere di ricadere nella casistica degli slogan, «primo esempio di slow journalism in Italia».

Però in questo 2017 dovremo anche far vedere quel che siamo, oltre a prendere le distanze dal modello dal quale ci allontaniamo.

Soluzioni da lupi – Nel frattempo, però, siccome siamo sufficientemente incoscienti e abbiamo trovato qualcuno di incosciente come noi in Pier Luca Santoro, abbiamo creato Wolf. Nato nel freddo dicembrino milanese al Bar Magenta, spinto da un bellissimo crowdfunding, si è ritagliato una sua autonomia come progetto editoriale che si rivolge a una nicchia ben precisa di persone: lavoratrici e lavoratori della comunicazione e dell’informazione. Persone che vogliono essere informati sulle novità del web, del digitale. Persone curiose, che pensano che una delle strategie per sopravvivere all’era dell’automazione sia formarsi continuamente per arricchire le proprie conoscenze.

Con Wolf abbiamo teorizzato i pilastri del nostro modello di business. Abbiamo chiarito la nostra missione: mettere le persone al centro. Abbiamo testato possibilità di fare veramente conversazione con i nostri abbonati.

Slow News e Wolf sono diventati, di fatto, anche due laboratori vitali e pulsanti. Wolf ha un gruppo di conversazione chiuso su FacManifesto Wolfebook, dove possono entrare i curiosi previa approvazione dello staff, ha un canale Slack riservato in via esclusiva agli abbonati e, da poco, una pagina Facebook per scopi relazionali e di content marketing.  Si impara, si sperimenta, si fa e si racconta quel che si fa.

Anche Wolf ha un suo manifesto. Questo l’abbiamo chiamato Manifesto per professionisti della comunicazione.

L’economia, spiegata bene – Quindi è stata la volta di Crusoe. Crusoe parte in uno di quei modi che dovrebbero insegnare molto. Mentre facevo un evento formativo, un collega, che scrive da tempo il blog The Walking Debt, si è interessato alle mie teorie. Mi ha contattato, ci siamo proposti praticamente all’unisono di lavorare insieme. È il vero valore aggiunto dell’incontrarsi, del parlarsi: creare relazioni e opportunità di lavoro.
Altra verticalità, altra nicchia di pubblico qui: persone che vogliono capire l’economia.

E poi basta, poi è arrivato il momento di mettere a posto le cose (anzi, era arrivato già prima).

Perché in realtà Verticals prevede che dopo Slow News, Wolf e Crusoe arriveranno molte altre newsletter verticali.

Facendo e sbagliando s’impara – Abbiamo fatto un sacco di errori – li spiegheremo, probabilmente, quando tutto questo sarà consolidato in una macchina funzionante, in un numero speciale di Wolf dedicato a tutti coloro che vogliono provare a fare impresa – e abbiamo imparato un sacco di lezioni.

Abbiamo imparato il valore dei lettori che ti scrivono, che ti parlano, che ti danno suggerimenti, indicazioni, riscontri, che si lamentano, Schermata 2017-01-18 alle 17.00.44che si complimentano. Abbiamo imparato cosa significa davvero mettere i lettori al centro (non a parole, coi fatti).

Abbiamo imparato a fregarcene della vanità. A rallentare. A non essere pressanti (con noi stessi e con gli altri). A capire il concetto di crescita sostenibile.

Abbiamo imparato a sbagliare e a correggere gli errori in corsa.

Abbiamo imparato a ottimizzare anche le parole – e io ho imparato e ora insegno che la SEO è molto più che ottimizzare per i motori di ricerca, è esperienza. Abbiamo imparato a non essere riduzionisti: se riduci tutto ai minimi termini hai un problema con la complessità della realtà.

Abbiamo imparato a parlare meno e parlare meglio: ha un potere magico, come spiega Mafe De Baggis. Abbiamo imparato che Less is more non è un anglicismo di moda oggi. Non è nemmeno il minimalismo architettonico tedesco. Less is more affonda le proprie radici nella storia. E ci sarà ben un motivo se piaceva ad illuministi e romantici.

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500 – Oggi siamo qui a lavorarci – non ancora a tempo pieno, purtroppo – e abbiamo una piccola galassia di 500 lettori che pagano per leggere quello che scriviamo e quello che selezioniamo per loro. Un piccolo, grande successo per una realtà minuscola, messa in piedi a colpi di lavoro residuale e di ore sottratte al sonno e, per giunta, sul web. Un posto dove, ci hanno insegnato – sbagliando – la gente non è disposta a pagare per leggere.

È un privilegio più unico che raro, quello di averti fra i nostri 500.

Manuale – Questo privilegio lo stiamo gestendo in maniera quasi completamente manuale da oltre un anno. È questa la follia che ci accompagna. Iscrizioni, liste di distribuzione, fatture: tutto è lasciato all’intervento umano, il nostro.

Anche l’esperienza di lettura e il confezionamento del prodotto è stata affidata a scelte estemporanee e da prendere in velocità – contrariamente a quello che predichiamo.

Ma non poteva più essere così, se no ci sarebbe esploso il giocattolino in mano. E al tempo stesso non possiamo propiziare crescite più veloci che potrebbero renderci più sostenibili per la cara vecchia legge dell’imbuto.

Non il funnel del marketing. No. L’imbuto vero, quello fisico. Se provi a versare troppo liquido in un imbuto, troppo velocemente, che succede? Che invece di travasarlo correttamente finirai per farlo uscire fuori e disperderlo. La stessa cosa succede se provi a portate più persone di quelle che puoi gestire dentro alla tua idea.

Quante fatture a mano può fare un essere umano che deve anche pensare ai contenuti, alle relazioni e agli altri lavori che deve portare avanti per sopravvivere?

Grazie al fortunato incontro con Paolo Valenti abbiamo iniziato a lavorare per migliorare l’esperienza degli abbonati, per far sì che tutti coloro che ci hanno scelti abbiano un posto dove andare (ovvero: un nome e una password per accedere a una sezione personale, un account) e la possibilità di commentare su un forum di conversazione in modo che quel valore aggiunto che, per il momento, il gruppo di Wolf sta regalando a Facebook si sposti qui, nel nostro stadio di proprietà.

Il punto è che quando hai iniziato a mano, prima di fare il grande salto verso l’automazione che ti salverà la vita, che forse salverà il tuo progetto e che probabilmente ti permetterà di dedicare la maggior parte del tempo a pensare a contenuti, persone e strategie, be’, quando hai iniziato incautamente poi devi pagare il tuo peccato originale.

Tutte queste cose da fare e Pareto

La felice immagine scelta da Wikipedia (US) per illustrare la legge di Pareto. È una foto di Bill Ebbesen rilasciata sotto licenza CC BY-SA 3.0.

La felice immagine scelta da Wikipedia (US) per illustrare la legge di Pareto. È una foto di Bill Ebbesen rilasciata sotto licenza CC BY-SA 3.0.

E così questi giorni frenetici che sembrano non finire mai sono fatti di chiamate, liste, file excel, fogli stampati, annotazioni a mano, mail per recuperare dati, fughe dal commercialista, scoperte di plugin, progettazione di sistemi, simulazione di navigazione, testi da modificare, mail transazionali, campagne social da pensare, landing page, strategie, sistemi di organizzazione del lavoro da testare. Caffè. Notti insonni. Telefonate. E ancora file rinominati a mano, piccoli trucchi per non perdere il filo, plugin che si rallentano e ti fanno aspettare con rotelline che girano giusto il tempo che ci vuole per distrarti, applicazione della legge di Pareto a qualsiasi azione – rassegnandosi al fatto, per esempio, che l’80% delle situazioni saranno corrette e il 20% si sistemerà. E che sarà una parte non preponderante dei nostri sforzi a produrre il grosso del risultato – occhiaie, tempo libero tendente allo zero assoluto e altre amenità.

Non è una storia da martiri, per carità: ci sono passati in tanti. E non è nemmeno una storia di successo. Non ancora, almeno: il finale non è ancora stato scritto.

È solo la nostra storia, di quello che piano piano stiamo provando a fare.

La famigerata call to action che non può mancare in una landing page – Siccome una delle cose che abbiamo imparato è che i contenuti che produci e che liberi servono per il cosiddetto content marketing, ad un certo punto di questa storia doveva esserci, per forza di cose, la famigerata call to action. Ma non ci andava di mettere un grosso pulsante rosso con scritto su abbonati adesso: siamo Slow News, non degli acchiappaclick. Se la lettura fin qui l’hai seguita e non sei fra i nostri abbonati, è giunto il momento di provare le nostre newsletter. Se invece sei fra quei 500, sappi una cosa: ti siamo grati e senza di te nulla di quel che stiamo facendo esisterebbe. Magari hai pensato, qualche volta, di lasciarci perdere. Se sì, questo non è il momento giusto per farlo, perché siamo al turning point. E abbiamo ancora tanto bisogno del tuo sostegno per scrivere un finale aperto. Allora cosa puoi fare? Semplice: se ne hai la possibilità e se pensi che quel che facciamo ti serva, rinnova il tuo abbonamento. Parla di noi a persone che conosci e che potrebbero essere interessate a leggerci e sostenerci. E poi scrivici sempre tutto quel che pensi, perché è l’unica cosa che conta veramente.

Il finale aperto – Fra archetipi che si incastrano perfettamente in strutture in tre atti, viaggi degli eroi, trickster e compagnia cantante siamo arrivati alla fine della storia che doveva parlare di quella volta che abbiamo iniziato sul serio ad aggiustare le parti rotte di un’idea imperfetta. Sappiamo che l’idea non sarà mai perfetta e che l’imperfezione, come la diversità, è ricchezza. Sappiamo anche che siamo determinati a far funzionare quel che pensiamo sia una strada, dal basso, dal piccolo, dalle nicchie, per ridisegnare il mestiere del giornalista, per formare, per stringere relazioni e per lavorare dignitosamente a qualcosa che ci piace e che speriamo ti piaccia.

 

1 Commento su Quella volta che abbiamo iniziato sul serio ad aggiustare le parti rotte di un’idea imperfetta

  1. Ora tocca che slow diventi anche la produzione di slow news… sennò mi sento in colpa a usufruire del lavoro che fate nelle notti insonni :)
    In bocca al lupo (sic), comunque!

1 Trackback & Pingback

  1. Qual è l'unica soluzione per contrastare le fake news?

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