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La tua battaglia contro le fake news è pericolosissima, e ti spiego perché

Da quando l’Oxford Dictionary ha deciso che siamo nell’era della post-verità, da quando ha vinto Trump, da quando è colpa della rete, di Facebook, del digitale, è tutto un proliferare di convegni in cui si parla – spesso a sproposito – di fake news.

Nel 1980 una reporter del Washington Post vinse il Pulitzer con una bellissima, struggente, drammatica storia di un bambino di 8 anni eroinomane di terza generazione. Era tutto inventato. Il public editor del Washignton Post – lo stesso giornale – fece un’inchiesta, dimostrò la cosa, pubblicò la storia, scusandosi con i lettori.

Fake newsNel bellissimo editoriale del 16 febbraio su Internazionale, Giovanni De Mauro cita Robert Danton che, su The NewM York Review of Books racconta la vera storia delle fake news. A partire dal 1700, epoca in cui, mi pare, non esisteva Facebook. Il direttore di internazionale ricorda anche

«la dubbia attendibilità dei fatti raccontati nel sesto secolo da Procopio di Cesarea nella Storia segreta, o ai tentativi di Pietro Aretino di condizionare le elezioni del papa nel 1522 con i suoi violenti sonetti (le pasquinate)».

Insomma, le fake news, guarda un po’, sono sempre esistite. E il digitale incide se mai per velocità e quantità ma, ci piaccia o meno, non cambia la sostanza delle cose.

Come prevedibile, l’ossessione per le fake news – che dovrebbe riguardare, per prima cosa, i giornalisti e il loro dovere di verificare le proprie fonti – si è tradotta, grazie alla solita iniziativa bipartisan che presenta forti profili di incostituzionalità – e dunque, mi sento di dire, non passerà mai. Spero – in una proposta di legge per punire la diffusione di fake news. Una follia censoria, come spiega bene Fabio Chiusi su Valigia Blu. Che chiosa così un articolato commento nel merito del ddl:

«c’è di disperante che se anche questo multiforme armamentario legislativo entrasse in vigore domani non servirebbe a niente. Non eliminerebbe la propensione umana a credere al falso, la sua attrazione al negativo e allo scontro; non purgherebbe il dibattito politico da odio e pregiudizi, non muterebbe il paese – nessun paese – in un consesso di illuminati intellettuali impegnati a dibattere in punta di argomento, dati alla mano. Del resto, nemmeno gli estensori sembrano appartenere alla categoria. Sembrano piuttosto figure alla ricerca di visibilità e consenso, soluzioni facili a problemi endemici della convivenza sociale e della psiche individuale. E no, non si curano regolamentando Internet».

C’è di più.

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In questo screenshot, le scuse di Repubblica.it che aveva aperto la propria homepage del 20 novembre 2016 riportando come se fosse vero un pezzo satirico su Trump. Le scuse ci sono, quel che non mi sembra accettabile è la giustificazione («Forse gli eccessi della campagna elettorale possono portare a ritenere credibile quel che non lo è» non è giornalismo. Un giornalista non deve pubblicare quel che ritiene credibile. Deve pubblicare quel che ha verificato).

C’è, infatti, che questa storia delle fake news è pericolosissima. E sai perché? Perché magari, domani, sarà un’inchiesta a essere definita da qualcuno fake. Magari un giorno potrebbe accadere che il direttore dell’ufficio di comunicazione del Presidente degli Stati Uniti escluda dal suo briefing dei giornalisti perché riportano il falso. Ops. Questo è già successo il 24 febbraio 2017. E pensa un po’: lo ha fatto il direttore della comunicazione di Trump, escludendo la CNN e Politico perché, dice lui, il loro lavoro è inaccurato e riportano notizie false.

E allora che si fa? Be’, si fa che i giornalisti, se fossero realmente interessati alla questione, dovrebbero dire ai loro direttori e editori che il modello di business è alla frutta, che scrivere per fare i click non funziona più – ammesso che abbia mai funzionato – e che bisogna rallentare per tornare a scrivere per offrire un servizio di qualità ai lettori. Direttori e editori dovrebbero concordare, preoccupandosi di avere una visione di medio-lungo periodo. Si dovrebbe tirare il freno a mano e fare un’inversione di marcia.

Non si può lasciare la verifica delle fonti alle macchine (vedi i patetici tentativi algoritmici di Google o Facebook). Non si può lasciare che la politica censuri. Tocca tornare a fare i giornalisti.

 

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