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Previsioni e trend tecnologici 2017


L’anno che veniva 
/ Com’era stato raccontato il 2016 e come è stato in realtà
L’hanno previsto così, l’anno che verrà 
/ Super-guida a tutte le tendenze del 2017 e una previsione fondamentale 
Architettura dell’informazione, revisione, native advertising /
Tre vere tendenze per il 2017 che dovremmo imparare a cavalcare sul serio 
L’anno del realismo e del riflusso (o dell’exit strategy) 


 

L’anno che veniva

Com’era stato raccontato il 2016 e come è stato in realtà
di Alberto Puliafito

Per valutare la bontà di una serie di previsioni – di una è inutile: non rappresenterebbe un campione sufficientemente significativo – bisognerebbe fare una cosa che non ho mai visto fare. Cioè: prendere quelle dell’anno precedente e vedere se si sono realizzate (o se, paradossalmente, sarebbero buone anche per quest’anno).

Visto che non l’ho mai visto fare, ho pensato di farlo io. E mica con cose da ridere, con l’oroscopo di Paolo Fox o altre amenità. Ho utilizzato le previsioni del Niemanlab per il 2016. Il Niemanlab, ogni anno, chiede a «some of the smartest people in journalism and digital media what they think is coming in the next 12 months». La cosa più interessante da notare da residente della Penisola è che fra le smartest people in journalism and digital media purtroppo non c’è nemmeno un italiano. Valeva nel 2016 e vale anche nel 2017.

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L’anno in cui la realtà virtuale è diventata… la realtà virtuale – La previsione più interessante ed emblematica da cui partire è quella di Robert Hernandez, dal titolo L’anno in cui la realtà virtuale diventa reale. Il docente dell’Annenberg School for Communication and Journalism alla University of Southern California ne era convinto fin dal dicembre del 2015:

«Che tu la voglia liquidare come hype o meno, la verità è che la realtà virtuale è una tecnologia che sta arrivando – e più velocemente di quanto pensi. Così, la più grossa sfida che l’industria del giornalismo si trova ad affrontare oggi è la capacità di investire e di innovare su una tecnologia emergente che non è ancora diventata di largo utilizzo».

Sappiamo bene com’è andata, giusto? E sappiamo anche che il giornalismo si trova di fronte a ben altre sfide, più urgenti e importanti. Non vorrei che avessi l’impressione che da queste parti si abbraccino posizioni luddiste: è quanto di più lontano da noi. Qui si guarda con curiosità a tutto ciò che viene, ma anche a tutto ciò che è. E si guarda con consapevolezza e laicità a una delle questioni più importanti che dobbiamo affrontare – e di cui parleremo nel pezzo delle previsioni di Wolf –, che richiede concretezza, visto che parliamo di mondo del lavoro reale.

E non riguarda mica solo l’Italia. Sarà vero che altrove ci si può permettere di investire in ricerca e sviluppo e puntare sulla realtà virtuale? Forse vale per Facebook. Per Google. Per le big company. Per tutto ciò che è ricerca e sviluppo proiettati verso il futuro. Qui, davvero, abbiamo altri problemi.

E quel “qui” non riguarda mica solo l’Italia. Sarà vero che altrove ci si può permettere di investire in ricerca e sviluppo e puntare sulla realtà virtuale? Forse vale per Facebook. Per Google. Per le big company. Per tutto ciò che è ricerca e sviluppo proiettati verso il futuro. Qui, davvero, abbiamo altri problemi.

Problemi che sono raccontati da altre previsioni per il 2016.

L’anno del lettore fedele, di Dan Check, vicedirettore di Slate, è una delle più lucide e analitiche. Parla della necessità di creare una strategia per fidelizzare il proprio pubblico, parla di eventi dal vivo, di diversificazione, del fatto che l’aumento dell’uso di adblocker è un segnale importante – oltre che un problema. insieme a questa, la “previsione per il 2016” che mi sembra più interessante è quella di Sasha Koren. “Pay attention to distraction”. Attenzione, intenzione, conversazione, micro-influenza, sono tutte questioni che ci riguardano da vicino e che dovremmo far uscire dalla bolla del linguaggio iniziatico per comprenderle in maniera più compiuta.

Con lucidità e cinismo bisogna fare i conti con il fatto che – piaccia o meno – una delle più serie conseguenze del contenuto distribuito e liberato è il sovraccarico informativo, e che con quel sovraccarico dobbiamo farci i conti tutti i giorni.

Poi c’è la questione – che non si può ignorare – dell’oligopolio della scoperta. Cioè, del fatto che otto realtà nel mondo controllano la stragrande maggioranza del viaggio digitale di chi si collega al web, indipendentemente dagli strumenti. E che bisogna fare qualcosa per ovviare a questo piccolo dettaglio, per reagire, per trarne un vantaggio. Qualcosa che – lasciamelo dire chiaramente – non ha niente a che vedere con l’investire sulla realtà virtuale.

Com’è stato davvero questo 2016? – È stato un anno interessante e difficile per chi lavora con il digitale. Un anno in cui abbiamo scoperto che qualità, quantità e velocità sono un trilemma. Un anno in cui tutte le previsioni che il digitale con i suoi metodi di calcolo e di gestione dei big data ha tentato di applicare alla vita vera si sono rivelate fallimentari (vedi, giusto per fare due esempi già noti, la Brexit – che ancora non c’è stata, per inciso – e l’elezione di Trump). Un anno in cui abbiamo parlato di innovazione senza saper bene a cosa saremmo andati incontro.
Doveva essere l’anno del lettore – e per noi, su Wolf, lo è stato eccome – ma è stato l’anno in cui clickbait, campagne social di dubbio gusto, eventi in cui ci si parla addosso – e da cui emergono poche idee ma buone – finiscono per lasciarti la sensazione che ci diciamo sempre le stesse cose e che si facciano sempre le stesse cose.

È stato l’anno in cui abbiamo cominciato a parlar seriamente di Snapchat senza che in Italia molti abbiano ancora capito Facebook – il tutto mentre Facebook sta diventando da “disruptive” a “establishment” – e l’anno in cui si è proposto – su L’Arena di Verona, il 7 gennaio 2016, mentre il Wall Street Journal, a proposito, sbarcava su Snapchat – di chiudere i siti dei giornali per evitare che gli scrocconi del web potessero leggere gratis.

È stato l’anno in cui non ci abbiamo capito più niente sul Sole 24 ore. L’anno in cui avremmo dovuto uscire dalla schiavitù delle metriche quantitative e invece ci siamo ritrovati con Publitalia che chiede a Facebook di farsi certificare da un ente terzo (con Facebook che dice di sì). L’anno in cui Facebook ha più volte ammesso di aver gonfiato i numerelli per errore, l’anno delle “reactions” e delle curve di interesse mai capite (vedi Pokémon Go, che è stato al tempo stesso il più grosso successo del 2016 e la più grossa delusione! Sì, le due cose sono possibili insieme).

Alla fine, l’industria dei media – o almeno i suoi lavoratori – ha dovuto o dovrebbe ammettere che:
– i contenuti distribuiti sono estremamente comodi se li utilizzi per scopi promozionali, di profilazione, di lead generation (e a quel punto potrai e dovrai imparare tutte le regole del digital marketing per lavorarci con profitto)
– i contenuti distribuiti non sono affatto una soluzione se con i contenuti lavori per monetizzare i contenuti stessi. Si vedano, in merito, i risultati delle pagine accelerate di Google e degli Instant Articles. Le Google AMP hanno deluso molti editori. Gli Instant Articles di Facebook rischiano di diventare l’ennesima trappola da modelli di business soffocante. A meno che – ma guarda un po’ – non ci si inventino strategie local o di nicchia. Il che significa, ancora una volta, che non è la piattaforma a contare, ma sono le buone pratiche e le idee che poi si devono declinare.

Navigando fra tutte le previsioni del 2016 scopriamo che qualcuno – come Anjali Mullany – aveva già capito che le piattaforme avrebbero assunto un ruolo quasi decisionale a proposito della distribuzione dei contenuti, e avrebero dovuto affrontare (Dheerja Kaur) questioni di responsabilità editoriale.
Altri – come Masuma Ahuja – prevedevano un comportamento deteriore che avrebbe avuto effetti deleteri. Se «Every message is a push notification», otterremo come conseguenza che le persone, stravolte dalle «push notification» e dal loop stimolo-gratificazione (con rilascio di dopamine e stato di eccitazione perenne), cominceranno ad eliminre le loro notifiche rendendo inutile lo sforzo per fare di ogni messaggio una «push notification».
Ci sono temi che ricorrono e che devono diventare colonne portanti di un pensiero che va ben al di là dell’oroscopo per l’anno che verrà (o che veniva). E sono:
– la costruzione di una relazione con lettori/consumatori/clienti
– l’importanza della rilevanza del marchio
– l’importanza dell’usabilità
– la consistenza
la necessità di rallentare (ebbene sì: Nick Petrie lo diceva, anche lui, già nel 2015. E non era mica l’unico, come dovresti sapere bene)
– la necessità di differenziarsi.

C’è, fra tutte le previsioni che si sono avverate e quelle che non si sono avverate affatto, una tendenza che possiamo evidenziare.
La tendenza connaturata con la richiesta di fare delle previsioni è quella di concentrarsi su visioni parziali, spesso troppo futuristiche, e comunque di essere valide per l’anno dopo o per l’anno dopo ancora o ancora o ancora.

Previsioni vintage – Sembra che la ricerca disperata per la next big thing sia già a livelli esasperanti. E siamo ancora all’anno che veniva. Figuriamoci quando parleremo dell’anno che verrà. Ma siamo proprio sicuri che anche questo sia un atteggiamento recente? Leggiamo insieme:

  • Comunicazione attraverso la realtà virtuale: solo dal momento in cui la potenza elaborativa crescerà abbastanza da provvedere una reale navigazione nel ciberspazio sapremo se la RV  destinata a diventare il “telefono definitivo” o troverà altri usi preziosi e divertenti che diventeranno molto diffusi.
  • Cibercrimine e ciberterrorismo: per la stessa ragione per cui la strategia militare sta cambiando e riflette l’importanza delle informazioni e delle comunicazioni in tempo reale, Internet e i sistemi di telecomunicazione interesseranno terroristi di ogni genere. Nonostante Internet sia stata progettata per resistere agli attacchi, senza dubbio non è invulnerabile a scherzi e danneggiamenti. Il crimine e la repressione del crimine saranno tanto parte del ciberspazio quanto lo sono nella società contemporanea non in rete.
  • Natural Language Understanding (Comprensione del linguaggio naturale, NLU) e Continuous Speech Recognition (Riconoscimento della conversazione continua): la vera NLU continuerà ad essere il Santo Graal della ricerca sull’Intelligenza Artificiale. Non ci sarà una svolta grazie alla quale all’improvviso il computer parlerà tramutandosi in un piacevole conversatore, ma a causa dell’aumento della velocità di elaborazione e del progresso della potenza di calcolo previsti dalla Legge di Moore, i ricercatori informatici troveranno modi ingegnosi per rendere i computer costantemente più reattivi verso i linguaggi usati per inserire dati e la conversazione umana.
  • Intelligenza, agenti intelligenti: in buona misura, l’avvento degli agenti realmente “intelligenti” è collegato al destino della comprensione del linguaggio naturale. Nel frattempo, ogni cosa che ci aiuta a utilizzare le infrastrutture dell’informazione in maniera intelligente e semplice è un “agente intelligente”. Aiuti durante la navigazione e motori di ricerca saranno in un costante stato di evoluzione dal momento che la potenza di elaborazione è in crescita e diventa meno costosa e vengono sviluppate nuove e ingegnose strategie. Gli agenti possono essere programmi software che potrete comprare o scaricare, o essere disponibili tra i servizi di un file server molto fornito, al quale accederete per avere aiuto nell’ottenere quel che desiderate dalla Rete.
  • Quale sarà la sorpresa dei prossimi cinque anni? Con così tante nuove tecnologie e progressi industriali disponibili contemporaneamente, sinergie imprevedibili nel settore dei nuovi media e della comunicazione sono probabilmente in grado di produrre qualcosa che colga di sorpresa quasi tutti ogni cinque-dieci anni. A partire da adesso.

Se sei disposto a perdonare alcuni utilizzi impropri di terminologie, forse penserai che queste sono previsioni molto adatte per l’anno che verrà.

Bene. Sono state scritte nel 1997 da John O. Green in The New Age of Communications.

E l’anno che veniva era un anno di diciotto anni fa.

 


Architettura dell’informazione, revisione e semplificazione, native advertising

Tre vere tendenze che dovremmo imparare a cavalcare sul serio
di Alberto Puliafito

Una delle obiezioni che mi è stata fatta da uno degli abbonati più fedeli di Wolf – che mi ha fatto molto riflettere – è che io mi sia dedicato troppo alla SEO e ci sia stata una certa “ripetitività” dall’estate in poi nei numeri di Wolf, che in qualche modo avrebbe abdicato alla sua missione originale di “formazione” e aggiornamento continuo per chi lavora nel mondo della comunicazione e dell’informazione.
È un’obiezione che, come immaginerai, mi ha fatto molto riflettere e che ci sarà utile per il futuro, chiaramente. Ma c’è una cosa sulla quale non sono stato capace di fare un lavoro di divulgazione corretta, evidentemente – è probabile che questo concetto, in effetti, sia arrivato solo a coloro che hanno partecipato all’unico (per ora) evento dal vivo di Wolf.
La questione è che per me la SEO è molto più di un lavoro che ha a che fare con i motori di ricerca. È un lavoro che ha a che fare tutte le vere tendenze che dovremo imparare ad adottare nel 2017 e oltre.

SEO come SEARCH EXPERIENCE OPTIMIZATION – Penso che si possa affermare al di là di ogni ragionevole dubbio che l’anno del contenuto liberato abbia mostrato tutte le potenzialità ma anche tutti i limiti di questi benedetti contenuti liberati. Certo.

Oggi tutti possono essere raggiunti dai messaggi di chiunque, il che, anche per piccole realtà, è un grosso vantaggio. D’altra parte però il sovraccarico informativo ha reso indispensabile essere capaci di distinguersi con i contenuti. E ha reso sempre più vero che bisogna saper ottimizzare. I contenuti, le risorse, il lavoro, le persone, il tempo, i ricavi, il modello di business. È in questo senso che intendo la SEO. Ricerca esperienziale, ottimizzazione che ci consenta di essere trovati dai nostri potenziali lettori/clienti/consumatori in questo marasma che è diventato il mondo delle commodity. Ma anche ricerca esperienziale delle cose che interessano davvero a lettori/clienti/consumatori, del modo in cui possiamo utilizzarle per organizzare al meglio il lavoro e per emergere nel flusso infinito del mondo che non dorme mai.

Ed è in questo senso che la SEO diventa, per forza di cose, un punto imprescindibile di qualsiasi trattazione su Wolf. E che individuo le tre tendenze che dovremmo non solo tener d’occhio ma implementare per migliorare il nostro lavoro nel digitale e nel reale. Le tendenze di Wolf per il 2017.

1) Revisione e semplificazione – Una delle cose che dovremmo imparare è la necessità di revisionare e rivedere alcune convinzioni che riguardano la nostra presenza online. Se l’Italia è completamente assente dal giro dell’innovazione secondo tutti i forecast che abbiamo visto insieme, è utile vedere che il programma del team di Piacentini per l’innovazione è decisamente al ribasso rispetto a quanto ci si poteva aspettare (lo stesso Piacentini – uno che si definisce “preoccupato ma ottimista”, che è il contrario, per me, di essere “realista” – scrive su Medium: «Il nostro programma è ancora in evoluzione e la nostra ambizione è fare molto di più, ma da qualche parte bisogna pur partire.»). È una grande lezione da mettere in tasca e tirar fuori quando i fumi dei bagordi di fine anno saranno definitivamente scomparsi. Perché da qualche parte bisogna pur partire. E quando si ritorna a contatto con la realtà ci si rende conto che i punti di partenza devono essere per forza semplici. In un paese dove c’è chi dice che la digitalizzazione è finalmente una priorità nel 2017 c’è tanto lavoro da fare. Siamo qui per questo.
Ma per farlo dobbiamo revisionare, ripartire dalle basi e non dagli strumenti. È un po’ quel che ho cercato di fare nel mio DCM – Dal giornalismo al digital content management (piccolo spazio pubblicità, sì).

2) Architettura dell’informazione – Cosa? L’architettura dell’informazione come tendenza per il nuovo anno? Ma stai scherzando? No. Non sto scherzando. Su Il Tascabile, qualche giorno fa, è stato pubblicato un bellissimo pezzo che abbiamo suggerito anche agli abbonati di Slow News. Un pezzo dove si parla di internet, quello che c’è e quello che avrebbe potuto esserci. Dove, fra l’altro, si legge:

“fare quello che fa il web è facile”. Xanadu, se fosse esistito, sarebbe stato uno strumento migliore del web attuale. Nel web non c’è trasclusione. È possibile linkare solo le pagine ma non le singole parti di un documento. I link non sono bidirezionali e si spezzano. Non è possibile risalire con certezza all’autore o alle diverse versioni di un testo. Semplicemente il web non è logico, è ridondante, disordinato e confusionario. Tim Berners Lee ha inventato il web per disperazione: il CERN dove lavorava era diventato una babele di protocolli e formati, c’erano migliaia di dipendenti che cambiavano ogni due-tre anni, rintracciare un documento era diventato un impresa improba.

E quindi, per usare le sue parole, “I just had to take the hypertext idea and connect it to the Transmission Control Protocol and domain name system ideas and—ta-da!—the World Wide Web.” Una soluzione pragmatica, di compromesso, creata combinando tecnologie e concetti esistenti.

Raramente avevo pensato al web in questi termini. E sbagliavo, perché è ovvio che quel che c’è non è l’unica cosa possibile. Ripensandoci così, ripensando ai link che si spezzano, alla quantità di informazioni che si perdono e che si rompono e che si affastellano e si dimenticano e non sono né utili né accessibili né organizzate, ecco che l’architettura dell’informazione diventa un punto di forza da tener presente nel 2017, per ricostruire una presenza digitale sensata e coerente con il nostro essere (ricorda: digitale è reale).

3) Native advertising e differenziazione – 
Non c’è alcun dubbio che la differenziazione dei ricavi sia sempre più necessaria per qualsiasi realtà online, così come la differenziazione delle fonti di traffico (ecco perché, fra l’altro, alcuni degli e-commerce più trendy si dotano di propri magazine. Per intercettare lettori e potenziali clienti con contenuti che vanno oltre la semplice presentazione del prodotto). Uno dei trend che va tenuto d’occhio e che andrebbe esaltato e trattato al meglio resta il native advertising.

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Un esempio di native advertising sulla mappa della metro di Milano.

Native advertising è una delle tante parole capite male e applicate peggio. Il native advertising non è solo un altro modo di far pubbliredazionali – leggasi anche marchette – ma è qualcosa di molto più importante. È un modo per rendere anche i messaggi pubblicitari interessanti, perché contestuali.

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Un altro esempio di “Native advertising” dal libretto dei testi delle canzoni dello Zecchino d’Oro 2016, giunto alla sua 59° edizione: MSC sponsorizza una canzone cantata dal coro “Mariele Ventre”. Canzone che fa parte anche della “baby dance” sulle navi MSC.

Ci sono esempi virtuosi sul Wall Street Journal (vedi Cocainenomics), sul New York Times (ben analizzato da Contently), persino in realtà italiane come il bellissimo speciale La rivoluzione tattica della Serie A su L’ultimo uomo.

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La cover dello speciale “La rivoluzione tattica della Serie A”, su L’Ultimo Uomo. Sponsorizzata da NowTv

Il native advertising è un modo per superare gli adblocker, per riproporre un contenuto di valore per le persone e avvicinarle a un brand, in generale per riuscire a rendere un messaggio pubblicitario non invasivo ma coerente con un progetto editoriale. Certo, bisogna far attenzione all’indipendenza, alla coerenza, al fatto che sia chiaramente distinguibile come contenuto sponsorizzato.

E soprattutto, non bisogna esagerare. Perché il passo verso l’anno dei pannoloni per adulti Depend di wallaciana memoria è breve.

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Un passo di Infinite Jest, con gli anni sponsorizzati.

Condivido questa visione sul native – sempre secondo il principio del: ok, abbiamo smesso di riempirci la bocca del concetto. Adesso facciamolo, e facciamolo bene – con Jason DeMers su Forbes. DeMers è uno che, guarda caso, nella sua mini-bio dice di sé: «I de-mystify SEO and online marketing for business owners». Roba che potremmo diventare migliori amici. Anche per DeMers è una tendenza. Sappiamo entrambi (e lo sai anche tu) che è una tendenza che può sembrare “vecchia”. Ma proprio perché non ha ancora minimamente sfiorato le proprie reali potenzialità, e proprio perché un’altra tendenza è l’abuso del termine (possiamo rassegnarci definitivamente al fatto che il programmatic advertising non abbia proprio nulla, ma nulla di native?), va ripresa in mano, riprogettata e cavalcata al meglio. Sia dal punto di vista dei brand e di chi comunica per loro conto, sia dal punto di vista degli editori.

 


L’hanno previsto così, l’anno che verrà.

Super-guida a tutte le tendenze del 2017
di Alberto Puliafito

Conversazione – Sul canale di conversazione che Wolf ha aperto su Slack si parla poco, ma quando si parla vengono proposti contenuti di altissima qualità. Un nostro abbonato ha scovato un tumblr che mette insieme una quantità notevole di link che rimandano ad analisi di scenario e forecast che dovrebbero far parte per forza di cose del bagaglio culturale di un perfetto lavoratore dell’informazione e della comunicazione nel 2017.

Che cos’ho fatto, allora? Semplice. Nell’ultima settimana, fra un panettone e un virus, mi sono dilettato nel palleggiarmi fra una previsione e l’altra. E ne ho tirato fuori questo. Alcune le avevo già viste, alcune te le avevamo già proposte, alcune le ho lette approfonditamente, di altre mi sono limitato a una lettura verticale. Sono comunque risorse estremamente utili e interessanti da leggere e archiviare per riprenderle durante tutto l’anno, fare piani strategici e cominciare a costruire una consapevolezza digitale diversa sul medio-lungo periodo.

Trend – Eccole qui, una a una, con le modalità di lettura, le analisi di scenario e tendenza. Come dicevamo: grandi assenti gli italiani.

  • Activate Tech and Media Outlook 2017 – Ne abbiamo parlato abbondantemente. I concetti principali da tener presente sono il già citato oligopolio della scoperta, la tendenza nei prossimi tre anni all’oligopolio dell’advertising digitale da parte di Google e Facebook, il mondo degli e-games da tenere d’occhio. Le slide si possono leggere gratuitamente senza registrazione.
  • Gartner Strategic Predictions for 2017 – Richiede registrazione, è gratuita. Si basa su una serie di assunti che vale la pena di sintetizzare qui:
    – 100 milioni di consumatori faranno shopping sulla realtà aumentata entro il 2020
    – 20% dei brand abbandonerà le app entro il 2019
    – entro il 2020 gli algoritmi avranno alterato i comportamenti di almeno un miliardo di lavoratori nel mondo (il report dice “positivamente”, io manterrei “alterato” in maniera neutra, ndr)
    – entro il 2022 si può immaginare che il mondo degli affari basato sulle blockchain sia di circa 10mila miliardi all’anno. 
    – entro il 2021 il 20% delle attività di un individuo saranno determinate da almeno uno dei sette giganti digitali;
    – entro il 2012 ogni dollaro investito in innovazione richiederà altri 7 dollari investiti in esecuzione
    – entro il 2020 l’Internet delle Cose richiederà un incremento di dati pari ad appena il 3%, ma entro il 2022 permetterà un risparmio di un trillione di dollari all’anno;
    – entro il 2020 il 40% dei lavoratori potranno risparmiare le loro spese in cure e salute indossando un braccialetto “fitness”
  • The Future of Retail 2017 – Contiene una buona presentazione free. Poi, però, richiede un acquisto a pagamento, anche abbastanza sostanzioso. Alcuni report sono scaricabili gratuitamente, previa registrazione. Molto interessante, per esempio, quello che parla delle tecnologie indossabili.
  • schermata-2016-12-31-alle-12-46-31Trendwolves Youth Trend Report – Una delle pubblicazioni più note nel mondo dei forecast per le tendenze fra i giovani. Costosetta. Sono aperte le prenotazioni per il 2017.
  • Trendwatching.com propone cinque tendenze – analizzate gratuitamente – per il 2017. Guarda un po’, ci sono:
    a) virtual experience economy
    b) un mondo diviso (post-globalizzazione)
    c) anonimato e privacy
    d) sostenibilità e ottimizzazione
    e) brand dominanti
    Per ognuna di queste tendenze “reali” vengono offerti esempi e proposte di soluzioni a eventuali problemi.schermata-2016-12-31-alle-12-55-43
  • The future 100 – Si scarica gratuitamente (previo inserimento di nome-cognome-mail) e offre una panoramica di tendenze a tutto tondo, utilissime qualunque sia il tuo settore d’appartenenza: si va dalla cultura all’innovazione tecnologica, dai viaggi al marketing, dal food al beauty al mondo del lusso.
  • schermata-2016-12-31-alle-12-57-57The state of mobile 2016 – Un bilancio e al tempo stesso una previsione che riguarda il mondo della connessione e dei servizi in mobilità. Analisi lucida a tratti e, per altri versi, troppo entusiastica (ancora una volta, la realtà virtuale sta davvero arrivando fra noi). in ogni caso, non può mancare nella tua cartella da leggere da qui al 10 di gennaio, quando torneremo con Wolf.
  • Tech Trends 2017 di Frog Design – Su questa pagina free non ti anticipo troppo, se non che consente anche un percorso di gamification in cui puoi dire la tua, scegliendo fra likelylong shot. Ovvero: puoi partecipare a un sondaggio che ti chiede se pensi che sia probabile che una tendenza si verifichi nell’anno che verrà o se, piuttosto, è una di quelle cose che magari si verificherà, chissà quando.schermata-2016-12-31-alle-13-37-39Interessante e interattivo.
  • Le previsioni del Niemanlab del 2017. Anche quest’anno, come l’anno scorso, c’è di tutto. Ed è una lettura preziosa, utile, interessante e da centellinare. Anche quest’anno, come l’anno scorso, l’Italia è la grande assente. C’è, se non altro, Alberto Cairo, che affronta un argomento prezioso e importantissimo: come comunicare i dati, come comunicare l’incertezza.
  • Le previsioni per il 2017 di Ford, dove si parla di fiducia, donne, sostenibilità, gestione del tempo (anche se non ti dovesse sembrare a tema, ricorda quel che abbiamo visto insieme: sarà un argomento cruciale, e bisognerà anche saper scappare dalle mode e dalle facili lusinghe del detox). Chiaramente, a Ford interessa anche una delle possibili piattaforme del futuro (vedremo poi quanto possibili): l’auto che guida da sola. Interessa anche a noi. Perché se le auto guidano da sole, a bordo che si farà? Ovvio. Si consumeranno contenuti. schermata-2016-12-31-alle-13-48-42Fa sorridere il fatto che sia uno degli studi meno tecnottimisti. Leggero da leggere e ben proposto.
  • Pantone 2017. Questo è il mio preferito in assoluto. Il colore (o meglio: i colori dell’anno). Imperdibile per designer di ogni genere. Se ti sembra futile, non ci siamo!
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  • Fjord 2017 – Da Accenture, con tanto tecnottimismo ma anche qualche spruzzatina di realismo. Scenario, fatti reali (cioè, il classico “cos’è successo) e un po’ di palla del futuro da indovini. Comunque da leggere, perché c’è di tutto. Dalle tecnologie indossabili agli smartphone, dalla realtà aumentata ai valori da definire quando si lavora con un brand. Slideshare, gratuite.
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  • Ericsson 10 hot consumer trends 2017 – Non previsioni, ma un sondaggione per scoprire cosa piacerebbe ai consumatori nel 2017. C’è un po’ di tutto e a volte è un po’ fuorviante e poco tecnico. Ma non guasta sapere anche questo.
  • Future Todai Institute 2017 Tech Trends Annual Report – File in pdf pesantuccio e scaricabile tramite wetransfer, previo inserimento di nome e mail: è uno dei più famosi al mondo e il sito gli era andato in crash. Lavoro quasi monumentale. schermata-2016-12-31-alle-14-03-41
  • NewsWhip: what publishers should expect from social media platforms in 2017 – È uno di quelli che forse ti interesserà di più per tema e praticità.
    schermata-2016-12-31-alle-14-05-06Si scarica gratuitamente (in cambio di nome-cognome-mail, al solito) ed è una bella cavalcata fra i pareri dei social media manager più influenti al mondo. Tanto per cambiare, non c’è nemmeno un italiano. E continua ad essere un gran peccato.
  • Trends 2017 di GlobalWebIndex: lavoro elegante e preciso. Segnalo, in particolare, una sezione molto interessante dedicata ai contenuti gratuiti e a quelli a pagamento, e alla sostenibilità online.schermata-2016-12-31-alle-14-08-08Indovina un po’: secondo GlobalWebIndex il futuro sono le persone. Chi l’avrebbe mai detto eh?
  • Mobile is eating the world? – Un podcast di Benedict Evans, che lavora per Andreessen Horowitz (‘a16z’), un fondo di investimento in società della Silicon Valley. Anche il suo blog, già che ci siamo, è da leggere. Periodicamente, mica solo a fine anno.Spero che questa lunga cavalcata sia stata utile. L’ultimo giro lo facciamo con la previsione finale di Wolf.

2017: l’anno del realismo e del riflusso (o dell’exit strategy)

Probabilmente è evidente dalla linea editoriale di Wolf, dalle tre tendenze che abbiamo sottolineato e da molto altro che avrai letto in questo primo anno di vita di Wolf.

Ma è bene chiudere questo numero con una “previsione” che va scolpita nella pietra e, allo stesso tempo, resa plastica.

Il 2016 è stato, per noi, l’anno dei lettori. Il 2017 sarà l’anno del realismo e del riflusso tecnologico.

Le aziende – ma anche le persone – che primeggeranno saranno quelle che sapranno affermare la propria presenza digitale e reale contemporaneamente. Quelle che sapranno uscire dall’inganno della connessione costante e perenne. Gli oggetti che fanno tante cose (gli smartphone) cominceranno a rivelare tutte le problematiche insite nel fatto che, facendo tante cose, contengono anche tantissime fonti di distrazione. Questo sarà l’anno in cui chi avrà un vantaggio competitivo derivante da una forte conoscenza del digitale saprà capire in quali contesti approfittarne e in quali contesti farne a meno (e puntare su eventi dal vivo, su attività, oggettistica, impegni analogici) e l’anno in cui chi non ha questo vantaggio dovrà imparare bene il digitale con una scorta di anticorpi per evitare di rimanerne irrimediabilmente intossicato. Essere disconnessi diventerà prima una cosa per pochi snob, poi una moda. Sarà un po’ pericolosa, un po’ ridicola, un po’ innovativa, un po’ anticipatrice, come tutte le mode. E poi, questo riflusso, questo ripiegare  inevitabile, troverà un suo equilibrio inevitabile.

Le persone cominceranno a scappare dalle notifiche, dai gruppi di mamme su Whatsapp, dalle conversazioni imposte. I bot conversazionali dovranno cedere il passo a quelli che offriranno la miglior esperienza-utente. Ci si renderà conto della quantità di tempo sprecata e si vorrà ottimizzare quel tempo, premiando chi te ne farà perdere di meno e chi ti lascerà di nuovo il tempo per pensare.

Ecco perché riflusso e realismo andranno di pari passo. Se non ci credi, guarda cos’è successo con le previsioni sulle auto che guidano da sole. Dovevano essere 10 milioni nel 2020. In realtà Google sta rallentando molto sul tema. La quantità di dati che vanno processati è eccessiva. Gli algoritmi devono decidere chi uccidere in caso di incidente (è l’esempio che faccio sempre ai miei corsi e che spiega un’altra applicazione della SEO!): non è fantascienza. Fantascienza, se mai, è pensare che nel giro di poco tempo si possa avere un mondo – forse orrendo? – in cui le macchine guidano da sole mentre a bordo si consuma tempo libero. Riflusso e realismo: occupiamoci di rendere migliori le cose belle che esistono già e che ci stanno sfuggendo di mano. Costruiamo una realtà resiliente e rigenerativa. La fiducia illimitata nel progresso lascerà il posto a qualcosa di più solido e meno vaticinante: saremo più capaci di vedere il buono dove c’è davvero e sapremo riconoscere meglio le opportunità che appartengono solamente a pochi.

Questo non significa che si arresterà l’oligopolio delle grandi società tecnologiche.

Ma sapremo cominciare a progettare un’exit strategy che riporterà le cose su un piano più umano ed equilibrato. Non credo che il mainstream giornalistico saprà uscire dal pantano nel quale si è cacciato con le proprie mani, ma sono certo che le iniziative dal basso faranno la differenza. Credo che, in generale, i brand acquisiranno maggiore consapevolezza della propria presenza digitale e che saranno premiati quelli che sapranno affiancare a grandi prodotti una comunicazione efficace, sincera, trasparente, meno ossessionata dalle tendenze che dettano gli altri e più, invece, da quelle che dettano i propri consumatori, clienti, lettori reali.
Sarà un anno meno smartphone e più smart. E per chi non lo sarà, saran dolori.

(AP)

 

 

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