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Tutto quello che dovrebbe poter dire il public editor dell’Internet ai suoi lettori

Schermata 2017-03-15 alle 22.22.43Dave Pell scrive una delle più belle newsletter che io abbia mai letto. La newsletter si chiama Next Draft. Ha uno sponsor. Uno sponsor bello grosso che si chiama Salesforce. Dave Pell è brillante, interessante, capace. Siccome ha uno sponsor bello grosso e ha scelto questo modello di business, la sua newsletter è gratuita, quindi è un po’ diversa dalle newsletter che propone Slow News, dove non troverai mai sponsor. Dave Pell si firma così, alla fine di ogni newsletter che manda: «Dave Pell, Managing Editor, Internet». È così, il personaggio Pell. Uno che non ha alcuna remora di chiudere il proprio sito personale con una foto di Muhammad Ali – ma la faccia è quella con occhialoni di Dave Pell – e la dicitura «I am the algorithm».
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Allora, visto che internet ha un Managing Editor, facciamo così. Facciamo finta che io, per un giorno, possa firmarmi Public Editor, Internet. Il Public Editor è quella figura, nel giornalismo, che rappresenta gli interessi dei lettori. In Italia è stata sperimentata un po’ di volte e in questo pezzo sull’EJO si racconta più o meno la storia di queste figure.

Ok, quindi, se Dave Pell fa finta di essere il Managing Editor di Internet, oggi io faccio finta di fare il Public Editor di Internet. Pell si preoccupa di selezionare cose belle, commentarle in modo arguto e renderle fruibili per i suoi lettori che altrimenti le perderebbero. Da collega di Dave Pell, dalla mia scrivania di Public Editor dell’Internet, dovrei spiegare a tutti i lettori che non lo leggono (e a quelli che hanno scoperto che esiste perché non ne potevano più) un po’ di cose che riguardano il giornalismo.

Questa è la lettera che dovrei scrivere, quella che va a monte di tutti gli errori che possiamo commettere e che spiega, una volta per tutte, ai nostri lettori, che cosa abbiamo combinato e che cosa stiamo combinando.

Una lettera che si intitolerebbe così: Tutto quello che dovrebbe poter dire il public editor dell’Internet ai suoi lettori

«Cara lettrice, caro lettore,

ci siamo sbagliati. Ma questa volta non mi sto scusando perché abbiamo scritto un pezzo senza verificarlo. Sì, è successo anche quello, certo. Abbiamo preso degli abbagli. Siamo cascati in molte bufale. Abbiamo pubblicato video che non ti mostravano quel che promettevano con titoli acchiappaclick. Dovevamo farlo. O almeno, questo è quello di cui ci siamo convinti.
Sai com’è: ad un certo punto ci siamo accorti che là fuori le cose ci stavano sfuggendo di mano. Facebook, Twitter, la velocità, tutti hanno cominciato a produrre contenuti e persino a trasmettere in diretta, a diventare broadcaster. E noi dovevamo fare qualcosa per continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto.

A volte eravamo in buona fede. A volte no. Ma ci siamo sbagliati in entrambi i casi, e ci siamo sbagliati tutti: giornalisti, editori, direttori, tutti.

E questo è quel che devi sapere: ci siamo sbagliati perché abbiamo scelto di essere schiavi di un modello di business che è un’enorme bolla. Invece di preoccuparci di te veramente ci siamo preoccupati dei nostri investitori pubblicitari. Oh, sì, te l’abbiamo fatto credere, che eri importante per noi. Abbiamo scritto pezzi in cui dicevamo che dobbiamo rimetterti al centro del nostro lavoro, ma poi abbiamo interpretato tutto questo con l’ennesima rubrica di lettere al giornale.

Abbiamo fatto finta di parlare a tutti. Ci siamo illusi che il nostro pubblico non fosse composto da persone diverse e che potessimo arrivare a milioni di persone con qualsiasi argomento. Abbiamo fatto finta che con il digitale fosse cambiato tutto.

E siccome i nostri investitori pubblicitari capivano una sola cosa, abbiamo dato loro quel che capivano. Click. Ci siamo messi a inseguire sempre di più la quantità invece di pensare alla qualità. Abbiamo pubblicato video incredibili, li abbiamo rubacchiati da Youtube, abbiamo farcito le nostre pagine di cose divertenti e gossip e notizie improbabili e curiosità, tutte uguali, dappertutto. E intanto ti abbiamo importunato con banner o video pubblicitari di ogni genere di cui non hai mai ricordato nulla, spingendoti a installare sistemi per bloccare la pubblicità perché non ne potevi più. Abbiamo esagerato noi, ma quando tu hai installato un adblocker ti abbiamo dato la colpa perché leggevi gratis e senza vedere la pubblicità.

Abbiamo sbagliato perché abbiamo scelto di essere schiavi di un modello di business che è una delle cause della nostra crisi. E invece di accorgercene e di fermarci abbiamo premuto sull’acceleratore: facciamo di più. Scriviamo di più. Condividiamo di più dappertutto, sui social. E intanto, intorno a noi, i contenuti aumentavano, e aumentavano, e ogni 60 secondi venivano pubblicati 3 milioni di contenuti sul solo Facebook. E i nostri si diluivano sempre di più in quel marasma di contenuti che noi stessi contribuivamo a incrementare. E mentre cercavamo di attirare la tua attenzione e di farti fare quel click in più quel giorno la perdevamo automaticamente, perché con tutti quei contenuti non sapevi più a chi dare la tua attenzione.

E allora abbiamo dato la colpa a Google, a Facebook, alle grandi società della Silicon Valley. Con cui però siamo andati a braccetto, facendoci intrappolare dall’ennesima trovata tipo gli Instant Articles. O i video in diretta. Ci siamo esaltati per qualche migliaio di visualizzazioni di una diretta messa su in poco tempo senza renderci conto che quei numeri non volevano più dire niente, erano solo metriche quantitative.

Abbiamo perso di vista te. Quello che ti interessava veramente. Invece di darti la qualità e i contenutiche cercavi ti abbiamo dato tutto quello che – secondo noi – volevi. Invece di capire che non esiste un “te” medio, non esiste un lettore medio, abbiamo continuato ad agire come se ci fossi: volevamo essere generalisti, far finta che si potessero fare gli stessi click con un pezzo sulla Siria e con uno sui piedi femminili, abbiamo smesso di interessarci alle persone vere e ci siamo scordati che dietro a un picco misurato da Google Analytics ci sono persone. E se queste persone passano venti secondi sui nostri siti e se ne vanno, be’, allora è colpa nostra, non è colpa del fatto che la soglia di attenzione si è abbassata.

Siamo stati così miopi che, producendo così tanto, abbiamo diluito persino le cose belle che abbiamo continuato a fare. Perché le abbiamo fatte, sai? Inchieste, approfondimenti, iniziative interessanti e belle e utili. Ma restavano degli atomi in un organismo complesso. E non facevano tutti quei click che facevano le cose stupide o fatte con meno cura.

Così ci vogliono persone come Dave Pell, il managing Editor di Internet, che le selezionano e le curano. Perché altrimenti i lettori come te, a cui interessa un altro tipo di giornalismo, se le perderebbero.

Abbiamo sbagliato, abbiamo fatto finta di non capire o non abbiamo voluto capire o non siamo stati capaci di provare a cambiare le cose. E adesso siamo qui a pagarne le conseguenze, a chiederti come possiamo recuperare la tua fiducia e a non sapere bene cosa fare. Abbiamo anche fatto finta di saper verificare perfettamente le fonti digitali e siamo cascati in tante di quelle bufale che ormai ho perso il conto. C’era un manuale. Ma chi li legge i manuali d’istruzione? Noi no. E ci siamo sempre illusi di saperle già fare quelle cose. «Verificare? È l’ABC del giornalista. Figurati se ci serve un manuale». Invece serviva. Come servirebbe pensare in via esclusiva ai nostri lettori, ai contenuti che produciamo, a usare tutte le leve possibili per mettere in relazione lettori interessati e contenuti di qualità

Dovremmo fare una cosa sola: fare bene il nostro lavoro. Scrivere meno e meglio. Smettere di preoccuparci della pubblicità che ci sta trascinando a fondo e trovare altre vie per sostenerci. Qualcuno proverà a farlo. Sarà doloroso e difficile, ma da qualche parte troveremo il modo.

Mentre ci stiamo impegnando a cercarlo, ecco quel che dovevo scriverti.

Che tutte le volte che hai letto un errore su uno dei nostri siti non era una cosa sporadica ma era la conseguenza di scelte strategiche a monte che ci costringono a essere troppo veloci, dell’assenza di una politica chiara per verificare le fonti, del fatto che non potevamo perderci l’ennesima raffica di click perché intanto erano usciti i nostri competitor – va tanto di moda usare le parole in inglese anche in italiano –, della titolazione emotiva, del vizio di fare analisi anche dopo un’ora da quando è accaduto un fatto. La fretta. La velocità. La quantità. Per fare i click e soddisfare l’esigenza di farne sempre di più perché così si fanno girare sempre più banner che nessuno vedrà.

Ecco il nostro errore. Ecco perché abbiamo sbagliato e ti chiediamo scusa,

Alberto Puliafito,

Public Editor,
Internet

 

2 Commenti su Tutto quello che dovrebbe poter dire il public editor dell’Internet ai suoi lettori

  1. Fantastico

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