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Wikibombing contro il clickbaiting e gli acchiappaclick

Com’è che le persone hanno iniziato a commentare con voci di Wikipedia (o anche ricette o altro) le notizie-non-notizie che i quotidiani online si ostinano a pubblicare sulle loro pagine Facebook (e dunque anche sui loro corrispettivi siti) al solo scopo di farti fare un click?

Assodato che è diventato un piccolo fenomeno, siamo con buone probabilità in grado di chiarire le origini del fenomeno che qui abbiamo chiamato wikibombing (sì, sappiamo che era anche una tecnica black hat SEO), e che qualcuno, come mi segnala Alessia Principe, chiama invece knowledge guerrilla bombing (nome più lungo ma chiarificatore), altri ancora le definiscono wikipediate (come le zingarate di Amici miei).

Secondo uno dei wikibomberTommaso Ghezzi (che ha commentato sul Fatto Quotidiano con i lemuri del Madagascar la “polemica” su Fedez-Ferragni), le cose sono andate così: da almeno un anno un gruppo nutrito di commentatori del Fatto Quotidiano riempiva «gli spazi sotto le notizie con una specie di flood indistinto tra battute di spirito, lucide critiche all’uso di certe foto acchiappaclick, nonché bestemmioni o meme di varia natura».
Da un paio di settimane «hanno iniziato a incollare notizie “utili” in contrasto all’inutilità di certo clickbait».

È notevole il fatto che, come consideravamo con Tommaso, questo fenomeno si sia manifestato per prima cosa non già su testate che fanno del clickbaiting un mezzo coerente con la propria essenza giornalistica, ma proprio su testate come Il Fatto Quotidiano, dove evidentemente esiste una comunità di lettori che si aspetta un altro tipo di giornalismo.

Qualcuno – anche Repubblica, vittima a sua volta del Wikibombing – fa notare che questo commentare aumenta la popolarità della singola condivisione, visto che l’algoritmo di Facebook premia l’engagement, il coinvolgimento (cioè, per farla semplice, interpreta come rilevante un pezzo molto ricondiviso, molto commentato e con molte reazioni).
Se anche fosse vero, si tratterebbe di engagement “sporco”, non pertinente all’argomento. Anzi, è un engagement deteriore per le realtà che lo ricevono. Il che ci dimostra che l’engagement non è una metrica significativa, presa da sola (come, del resto, tutte le metriche quantitative, che non sono altro che metriche di vanità).
Ma proprio perché si tratta di engagement “sporco”, l’algoritmo – che, vorrei ricordarlo per l’ennesima volta, è progettato da esseri umani, quindi è umano – troverà il modo di non prenderlo in considerazione.

In questa condivisione di Repubblica, per esempio, ci sono quasi solo commenti enciclopedici!

Aggiungiamo che una pagina Facebook che si chiama Roba a caso da Wikipedia rivendica la paternità dell’idea, in quest’intervista su Nanopress. La pagina esiste da fine marzo e, a onor del vero, stando a quanto vediamo, da allora pubblica voci a caso tratte da Wikipedia, sulla pagina stessa. Non c’è traccia, sulla pagina Facebook, di inviti all’azione e di richieste finalizzate a fare lo stesso su altre pagine sotto forma di protesta. A Nanopress, il creatore dice:

«Dobbiamo però fare una precisazione. Il termine “wikibombing” è stato coniato da Slow-news, noi abbiamo avuto l’idea di creare la pagina Roba a caso da Wikipedia. Abbiamo iniziato qualche mese fa: il primo post è del 24 marzo e da lì abbiamo continuato. Come tutte le cose, non è una novità al 100%. Sotto i post già ci capitava di trovare qualcosa del genere, noi l’abbiamo solo organizzata, promuovendo la lotta contro la non-informazione usando le stesse armi, cioè la curiosità e la popolarità».

Approfondendo un po’ si scopre che il 2 aprile su quella pagina appariva, in effetti, un invito ad andare a commentare su pagine di personaggi famosi, accolto con entusiasmo e suggerimenti da parte della piccola ma agguerrita comunità che si stava raccogliendo intorno alla pagina.

Da lì, il salto alle pagine dei giornali che pubblicano notizie irrilevanti sembra essere stato solo questione di tempo (al momento non ho trovato altri inviti all’azione da parte di quella pagina). In effetti, ho contattato i creatori della pagina per aver lumi.

Successivi inviti a “riprodurre” il comportamento nonsense sono stati fatti altrove. Come in questo commento, per esempio. Ma, come mi dicono loro stessi,

«Che diventasse concretamente un metodo di protesta di massa non era nei nostri piani, siamo soddisfatti dei risultati (inaspettati) che abbiamo raggiunto!»

Quindi, quel che sta accadendo è un misto fra un’iniziativa surreale semi-organizzata e un movimento spontaneo che ha attecchito perché facile da attuare e di chiara e immediata comprensione.

Per dovere di cronaca, è giusto anche ricordare che wikibombing è un termine che ho mutuato dalla SEO: si sta diffondendo nella stampa mainstream e non, a volte con, a volte senza citazione.

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Ma anche questo importa relativamente.

Quel che importa è che questa reazione di gruppi di lettori è molto interessante.
Cosa devono fare, ancora, per farvi capire chiaramente che non ne possono più?

Su Slow News stiamo provando a costruire qualcosa di diverso, ma da soli non ce la possiamo fare. È il momento di collaborare.

Wikibombing: cos’è, la ricostruzione

L’abbiamo chiamata Wikibombing e ne abbiamo parlato per prima cosa questa mattina per i nostri abbonati di Wolf – il magazine di Slow News dedicato a chi si occupa e interessa di informazione e comunicazione –, ma ora vale la pena di parlarne anche su un pezzo free. Che cos’è il wikibombing? È una reazione dadaista alle condivisioni acchiappaclick che le fanpage dei quotidiani italiani fanno su Facebook.

Alcune persone commentano queste non-notizie, che non ti aspetteresti di trovare sulla pagina di un quotidiano serio, copia-incollando una voce di Wikipedia che non c’entra nulla con l’articolo.

 

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La prima segnalazione che ha visto Andrea Coccia l’ha fatta Gloria Baldoni su Twitter. Erano i commenti al video del matrimonio di Macron. Ma ora non se ne trova più traccia: la condivisione su Facebook è stata rimossa. Oggi ci risiamo, qui per esempio, ancora una volta su Repubblica.

Fabio Alemagna ha segnalato sul suo profilo Facebook un’altra condivisione, questa volta del Fatto Quotidiano, a proposito di Belen Rodriguez, anch’essa colpita da Wikibombing.

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Facendoci aiutare anche dalle persone che commentano il post di Fabio, stiamo provando ad andare a ritroso per scoprire l’origine di questo comportamento, che sembrerebbe essere nato spontaneamente (chissà se c’è dietro un qualche gruppo o una qualche pagina Facebook).

L’8 maggio, per esempio, abbiamo ritrovato, grazie a segnalazione di Vittorio Di Resta, un commento sui lemuri del Madagascar sotto la condivisione della POLEMICA (il maiuscolo richiama l’originale) in seguito alla richiesta di matrimonio che Fedez ha fatto alla sua fidanzata Chiara Ferragni.

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E in effetti tutto sembrerebbe essere partito proprio dalla richiesta di matrimonio sul palco di Fedez. Andrea Paoli mi scrive di averlo visto iniziare proprio sulla condivisione di Repubblica sulla “notizia”, il 7 maggio.

 

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Ecco i commenti sullo zappare, sullo sfintere, sugli auspici romani, sull’arco Eoliano, sul mandrillo, sull’asciugatrice e sullo scroto.

Una lettrice, fra l’altro, dà anche, pubblicamente, un suggerimento alla redazione di Repubblica (naturalmente il commento non viene gestito a livello social e giace senza interazioni dalla pagina del quotidiano). Qual è il suggerimento? Questo:

«non sarebbe possibile aprire una pagina dedicata alla cronaca rosa ed il gossip? Ci sono tanti utenti come me che vi seguono volentieri, ma che farebbero davvero a meno di questa categoria di notizie che per di più sono vertiginoso aumento…»

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Un’idea perfettamente coerente con la necessità di verticalizzare l’offerta per servire i pubblici diversi e con l’impossibilità ad essere generalisti.

L’inizio del tutto, però, non è in quel post, visto che qualcuno si lamenta di averlo visto fare anche altrove.

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[Questo post è in aggiornamento]

(AP)

11 Commenti su Wikibombing contro il clickbaiting e gli acchiappaclick

  1. Ecco vedi, alla tua domanda: “Cosa devono fare, ancora, i lettori, per farvi capire chiaramente che non ne possono più?”, credo che la miglior risposta sia tutta qui http://www.albertopuliafito.it/click-baiting-defollow/
    In poche parole: ignorarli.
    Un saluto.

    • AlbertoPuliafito // 10 maggio 2017 a 16:35 // Rispondi

      Temo che non basti più.

      • Lo ritengo tuttavia molto più efficace e ‘dannoso’, nonché più
        semplice da effettuare.
        Quello che manca, forse, è la volontà degli ‘utonti’.
        Contro cui nulla si può fare, a mio modesto avviso.
        Possono aiutarci i siti antibufale, pagine wiki e gattini invasivi, ma contro l’utonto medio è inutile scagliarsi: non capirà mai.

  2. Se l’utonto trova come upvoted solo commenti di wikibombing e ciononostante commenta con le sue italianomediovvietà, non troverà risposte e o reazioni. E si stancherà. Il segreto è far salire i voti dei commenti wikibombing!

  3. Mentre leggevo il tuo pezzo erano due le considerazioni che prendevano forma nella mia testa.
    La prima è sul click baiting; mi è tornato alla mente un pezzo di Bruno Mastroianni (abbastanza recente) con il quale ero pienamente d’accordo, in cui sosteneva che al momento “contestare” con disappunto (vedi gli utenti che stanno adottando il wikibombing) significa comunque dare forza (non combattere come si vorrebbe) a quel determinato contenuto. Alberto, comprendo perché dici che potrebbe non bastare più; tuttavia, ad oggi la strada che mi sembra più praticabile è quella di ignorare questo genere di contenuti (l’arma più potente di contestazione) come ha scritto Mastroianni e, dall’altra parte, scrivere pezzi su questo fenomeno che educhino l’utente e sensibilizzino gli operatori, come fai tu, oppure dare il proprio contributo a sostegno di chi solleva la questione.
    La seconda considerazione (e concludo) è sul suggerimento pubblico dato dall’utente alla testata giornalistica, lasciato giacere senza un riscontro. In questo caso ignorare è estremamente controproducente per la testata giornalistica che sta andando in comunicazione di crisi e non la sta gestendo. Lo so che quest’ultimo mio pensiero “va fuori tema”, ma amo la comunicazione nella sua totalità e certi “dettagli” mi colpiscono e mi fanno riflettere… un sorriso a tutti

  4. In realtà questa modalità di rispondere esisteva prima ancora che esistesse facebook, nei gruppi usenet, e poi nei forum, si usava rispondere postando solitamente ricette di cucina

  5. La pagina che ha dato il via a questo “movimento” è Roba a Caso da Wikipedia ( facebook.com/RandomFromWiki )

  6. Cose a caso di Wikipedia.. e’stato creato da un ragazzo di 14 anni

  7. Tutto questo movimento parte da una sua idea ironica

1 Trackback & Pingback

  1. I vecchi giornalisti e gli editori? Non hanno capito

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