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La sfida (del digitale) – Parte prima

Mentre il Vesuvio bruciava e su alcuni giornali online girava la fake news degli animali vivi usati per alimentare l’incendio (vere testate registrate hanno riportato la bufala, come spesso accade), Napoli ospitava l’EastWestForum 2017, un evento organizzato da EastWest il cui tema era La sfida del digitale.

Ho collaborato per un breve periodo con EastWest e così sono stato invitato fra i discussant.

In realtà il programma dell’evento era così denso che le domande che avrei voluto fare sarebbero state troppo simili a degli interventi (una cosa che, personalmente, detesto). Così ho affidato alcuni commenti “a caldo” a Twitter. Ora, con calma, provo a tirare le fila di quel che ho sentito e delle osservazioni che si possono fare in merito.

L’incontro si è tenuto dopo una sorprendente visita alle catacombe di San Gennaro, un’esperienza di innovazione integrata con la realtà del Quartiere Sanità che va studiata e replicata.

Il luddista e il tecnottimista

Nell’immagine, Byung-Chul Han con Myrta Merlino, che ha condotto l’evento.

L’apertura dei lavori affidata all’ospite d’eccezione è stata una vera e propria chicca. Byung-Chul Han non è un personaggio semplice. Non parla inglese perché è un’anti-lingua. Parla tedesco. Ha una vita agli antipodi circadiani rispetto a quelle dei comuni mortali. E una visione sul digitale molto personale e molto radicale.

Il suo intervento è stata una vera e propria piece teatrale. Ha iniziato leggendo La pioggia nel pineto in italiano. Poi l’ha recitata in tedesco. Ha sostenuto – sarebbe da dimostrare, diciamo che è una lettura filologica molto personale – che D’Annunzio sia stato frainteso da Mussolini. «D’Annunzio ama la terra. Ama le tamerici salmastre ed arse. Taci. D’Annunzio ama il silenzio» (la traduzione in italiano è già tradita da quella della traduttrice dal tedesco. Ma il senso è salvo). Poi è passato a raccontare di aver girato un film come regista con una telecamera digitale. Ha potuto fare tutto grazie al digitale (a patto di leggere il manuale. Un tema, il RTFM, molto caro a Slow News e a tutti coloro che invitano a un approccio corretto alla tecnologia). Ha persino spedito il film a Venezia – vedremo che ne sarà di questo lavoro cinematografico – e nella scena finale, siccome non c’era più nessuno a lavorare al film, il budget era finito, ha fatto tutto da solo, ha girato, ha fatto l’attore. E poi ha montato. Non avrebbe potuto, senza il digitale. Eccola lì, l’emancipazione che il digitale ti fornisce ma che, nella visione luddista, antitecnologica di Chul Han, diventa solipsismo e distruzione. Meglio parlare a un albero di more. Meglio parlare agli uccelli. Meglio parlare che mettere un like.

Il contraltare di questa posizione è stato affidato in qualche modo a Stefan Soesanto. Per semplificare la diatriba, se Chul Han è un luddista, allora Soesanto è un tecnottimista. «Internet non ha niente a che vedere con la stabilità, con la verità, con il controllo e con la sicurezza», ha detto. E sono tutte cose vere: internet cambia. Internet è quel che fai di internet. Internet non è la panacea di tutti i mali: non ha inventato le fake news ma non è nemmeno quel posto dove, improvvisamente, esiste la verità (se mai, è l’etichetta post-verità ad essere un’invenzione, una fake news). Internet non è sicuro e per quanto tu stringa i controlli ci sarà sempre il modo di aggirarli. È così e bisogna farci i conti.

Diritto all’accesso e parastati. Ma che fine ha fatto la Triple Revolution?

Fra queste due posizioni distantissime, personalmente, vedo più punti di contatto potenziali che dissonanze, sarà che mi sono convinto, nel tempo, che per capire il digitale si debbano estremizzare le paure e le aspettative per poi potare tutti i rami estremi e avere un approccio quanto più possibile laico.

Hanno provato a riportare su binari più “moderati” gli altri due interventi del primo incontro, pur mettendo in evidenza, perlopiù, le problematiche della rete.

Uno dei temi più interessanti, per quanto autoevidenti, è l’esistenza di veri e propri para-stati che ospitano le cittadinanze degli iscritti ai servizi offerti dalle Over The Top. Pensiamo ai 2 miliardi di utilizzatori di Facebook per capire di cosa stiamo parlando.

Anche in termini di diritto all’accesso, Josef Janning ha fatto notare come, prima di preoccuparci del diritto all’accesso ad internet dovremmo capire – concetto molto caro a Frédéric Martel, per dire – che non ha senso parlare di internet come se fosse un’entità monolitica. Internet in Italia non è internet in Cina, tanto per fare un esempio pratico.

Sempre Janning, sposando – da posizioni meno radicali – parte delle considerazioni di Chul Han, ha fatto notare che internet non è uno strumento di emancipazione delle masse, ma piuttosto una replica delle dinamiche del reale, con tutti i pregi e i difetti.

 

Romani Prodi ha ammesso la propria tecno-ignoranza e ha analizzato la questione da un punto di vista squisitamente politico. E probabilmente questa è una via che ci interessa seguire perché il futuro, molto spesso, giace nel passato.

Solo la tecno-ignoranza della classe politica è un grosso problema, a dirla tutta. che quando penso alla politica e alla tecnologia mi chiedo sempre come abbiamo fatto a farci passare sotto il naso tutta una serie di questioni molto delicate. Il tema della disruption (parola orrenda ma utilizzatissima, nel digitale) ci ha fatto perdere di vista il punto cruciale, il fatto che molte cose erano già state ampiamente previste. Sappiamo benissimo, per esempio, che Google e Facebook sono due parti di un colossale duopolio. Ma che tipo di duopolio? Come sono fatti i monopoli digitali? Che caratteristiche hanno? Monopolizzano non già le merci ma la loro visibilità. Ed è su questo punto che si gioca tutta la partita di un’eventuale – ammesso che sia ancora possibile o che serva davvero – contrasto a questo duopolio.

In definitiva, mi sono convinto ancora di più che la vera grande sfida (per questo ho messo il “digitale” tra parentesi) sia capire che internet è reale, che il digitale è reale, che le regole che ci sono nella vita vera sono già pronte per essere applicate su internet e quelle che non ci sono si possono cercare insieme a partire dalle consuete buone pratiche e da analisi che dovremmo già conoscere.

Intelligenza artificiale e big data per scopi politici

Per esempio, nel 1964 un gruppo di ricercatori aveva scritto un documento che viene ricordato come The Triple Revolution. In esso si prefigurano già molte delle questioni che ora ci troviamo a fronteggiare senza anticorpi, in tema di automazione del lavoro e perdita dei posti di lavoro. Fra le tre rivoluzioni che danno il nome al documento c’è quella che i firmatari, che poi indirizzano le osservazioni al Presidente degli U.S.A. Johnson, c’è la Cybernation Revolution (la traduzione di quel che segue è del sottoscritto).

«Ha le caratteristiche di una rivoluzione in termini produttivi. Include lo sviluppo di tecniche radicalmente diverse rispetto al passato e la comparsa di nuovoi principi di organizzazione della produzione; una riorganizzazione delle relazioni umane in questo ecosistema; un incremento dell’energia disponibile, di fatto e in potenza. La maggior differenza fra le rivoluzioni agricola, industriale e cibernetica risiede nella velocità con cui avvengono […]

«Se gli aspetti più importanti della rivoluzione cibernetica sono, per il momento, ristretti agli Stati Uniti, i suoi effetti si possono osservare quasi ovunque, nel mondo industriale e anche in quello non indistriale. […] I problemi che pone la rivoluzione cibernetica sono parte di una nuova era nella storia dell’umanità, ma sono per prima cosa sostenuti dagli USA. Il modo in cui gli americani affronteranno la rivoluzione cibernetica influenzerà la corsa a questo fenomeno in tutto il mondo. Questa nazione è ad un livello che vedrà il dramma uomo-macchina rappresentato per la prima volta nel mondo».

«Fino a questo momento, le risorse economiche sono state distribuite sulla base del contributo alla produzione: uomini e macchine competevano più o meno su basi paritarie. Nello sviluppo dei sistemi cibernetici, si possono ottenere dalle macchine output potenzialmente illimitati con una collaborazione umana sempre più ridotta. Mentre le macchine tolgono produttività agli uomini, assorbono una proporzione incrementale di risorse e gli uomini, progressivamente, diventano dipendenti dalle misure che prendono i governi (sussidio di disoccupazione, sicurezza sociale, stato sociale). Queste misure sono sempre meno capaci di risolvere un paradosso storico: c’è una percentuale importante della popolazione che sopravvive grazie a redditi minimi, spesso sotto alla linea di povertà, in un momento storico in cui il potenziale produttivo potrebbe sopperire ai bisogni di tutti gli americani».

«L’esistenza di questo paradosso viene negata o ignorata dalle analisi economiche convenzionali. L’approccio economico tradizionale sostiene che la domanda potenziale, che se soddisfatta incrementerebbe il numero dei posti di lavoro e fornirebbe introiti ai lavoratori, è sottostimata».

«Non c’è dubbio che la cibernetica incrementi la potenzialità di sostegno a settori pubblici dimenticati. Né ci sono dubbi sul fatto che la cibernetica renderebbe possibile l’abolizione della povertà, qui e altrove. Ma il sistema industriale non ha alcun meccanismo per far sì che questa potenzialità si sviluppi. È stato pensato per produrre una quantità di beni crescente, in maniera sempre più efficiente e si è assunto che la distribuzione del potere d’acquisto di queste merci si sarebbe distribuito in maniera pressoché automatica».

Ma non è affatto andata così. Anzi: la differenza fra i super-ricchi e la classe dei salariati è in costante aumento. Come se non bastasse, era già chiaro agli estensori di questo documento che in futuro anche i lavori dei colletti bianchi, quelli replicabili, saranno potenziale appannaggio delle macchine.

È altamente probabile, a differenza di quanto sostiene l’autodefinitasi “ottimista” Francesca Rossi, professoressa di informatica all’università di Padova, che ci saranno posti di lavoro che non saranno mai sostituiti.

La cosa interessante giace nel fatto che, se cambiamo prospettiva, questo potrebbe non essere un male. Potremmo semplicemente doverci abituare ad un futuro in cui non si creeranno nuovi posti di lavoro ma si lavorerà meno, in maniera completamente diversa. Questo richiede conoscenza e lungimiranza rispetto a nuovi scenari che richiedono un profondo intervento anche da parte di chi ha competenze umanistiche.

Intervento che, tutto sommato, vediamo anche in termini di big data. Quando Stephen Brobst spiega i meccanismi di marketing politico rispetto agli elettori che non sanno ancora per chi voteranno, o a quelli che non sanno se andare a votare, in definitiva non sta che raffinando la necessità di convincere gli indecisi. Una pratica vecchia quanto la democrazia rappresentativa (ma declinata rispetto ai nuovi strumenti, come la più potente piattaforma di remarketing del mondo: Facebook).

Anche Rossi sostiene che sia necessario un approccio umanistico, perché abbiamo bisogno di scrivere i comportamenti etici di un robot. Che poi significa scrivere algoritmi. Se mai ci saranno le auto che guidano da sole, come sceglieranno quale vita provare a salvare in caso di incidente previsto e inevitabile? Sulla base di segnali algoritmici che saranno stati progettati da esseri umani, prima di qualsiasi altra via verso l’autoapprendimento.

Insomma. Ci sarà bisogno di approcci multidisciplinari. Di umanisti che lavorino con ingegneri. Di persone che sappiano scrivere interfacce e bot.

(AP)

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