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Ci rileggiamo a settembre

Il rizoma di un'iris. Foto da Wikipedia

Tutti abbiamo visto almeno una volta nella vita un rizoma, anche se magari non sapevamo che si chiamasse così. Il rizoma è una specie di radice, che però presenta nodi e foglie: eccone uno, nella foto. È il rizoma di un’iris.

Il rizoma è anche la forma che dovrebbe avere l’enciclopedia secondo Umberto Eco, influenzato, in questa sua visione, da Deleuze.
Che cosa significa, per Eco, che la conoscenza ha la forma di un rizoma?

Significa fare ricerca senza gerarchie, senza punti di entrata e uscita ben definiti, interconnettendo domini fra loro eterogenei, senza paura di analizzare il “basso” con gli strumenti dell'”alto”, mescolando le carte, ma con metodo.

Non a caso Eco parlava già di “algoritmo miope”, perché un rizoma – un labirinto – non permette una vista dall’esterno, a meno di non uscire e guardare da un altrove.

Non si risolvono né si capiscono i problemi di un’area se la guarda solo dall’interno del suo perimetro.

È per questo che continuiamo a pensare che mettere insieme marketing e giornalismo, comunicazione e informazione, quotidianità ed esperienze personali, sia utile e necessario, anche se a qualcuno fa l’effetto che Eco descriveva come «sembrava avessi insultato le loro mamme» (Eco lo scrive nella prefazione a Opera aperta, spiegando la serie di attacchi subito per aver osato parlare dell’arte in una maniera non gradita a una parte della cultura dominante dell’epoca).

Nel libro Umberto Eco: Tra ordine e avventura(*) Claudio Paolucci ne parla abbondantemente: è una lettura estiva che ci ha fortemente influenzati e ispirati.

Ci siamo accorti di avere una matrice comune – per motivi personali parzialmente sepolta, proprio come un rizoma – in alcuni tratti del pensiero di Umberto Eco.
E abbiamo pensato, molto umilmente, che in fondo quella di Wolf era una missione che Eco aveva già descritto ampiamente.

Che cosa cerchiamo di fare, qui, insieme a te?

Cerchiamo di porre problemi, proporre soluzioni e connettere il mondo della comunicazione, del digitale e dell’informazione con altri ambiti. È proprio quel che dice Paolucci quando spiega l’operazione di Eco così:

«l’indagine storica serviva a porsi il problema all’interno del suo dominio proprio, l’indagine teorica poteva proporre soluzioni al problema soltanto con altri domini eterogenei».

Questa frase è una piccola epifania.

In Wolf stiamo cercando di trovare l’ordine nei vari mondi possibili, senza negarli e sottoponendo le diverse verità a un test, per vedere quanto sopravvivano. Cerchiamo di non farci condizionare dalla classificazione e dai nomi – anche nuovi – delle cose (nomina nuda), di non dimenticarci come contestualizzarli storicamente e di trovare insieme soluzioni, ben sapendo che non possono che essere parziali.

In più abbiamo scoperto – con Vincent, l’amico un po’ cialtrone di Wolf – il gusto di non prendersi troppo sul serio.
E, parlando di Eco, Vincent direbbe: «Se stai per citare gli imbecilli, evita».

I quaderni di Wolf che abbiamo pubblicato sono stati un modo estivo per rallentare senza allentare la presa sugli argomenti che contano per noi e, speriamo, anche per te.

Agosto è finito. Ci rileggiamo a settembre, con una nuova, vecchia consapevolezza.
E ci rileggiamo sempre più numerosi.

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