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I vecchi giornalisti e gli editori? Non hanno capito

Il mondo non si divide in due, anche se è facile fare i manicheisti e trasformare in tifo la conversazione fin da un titolo. Non esistono linee di demarcazione di un prima e di un dopo. I cambiamenti non sono un interruttore binario. La realtà è complessa e le affermazioni tranchant, oltre a prendersi l’applauso – al bar come in televisione come a teatro come su Twitter o Facebook, da nicchie di pubblico d’accordo con il contenuto – oppure gli insulti – dall’altra parte della conversazione polarizzata, perché un’affermazione tranchant non fa che accelerare la polarizzazione del confronto – è anche riduttivo, banalizzante e dunque sbagliato.

Tuttavia, arriva un momento in cui bisogna per forza di cose contrapporre a una certa retorica le medesime strategie (purché sostenute da solidi pilastri, vedremo perché).

L’intervista che Barbara Palombelli ha rilasciato a Io Donna a proposito del giornalismo ha fatto discutere. Ne estrapolo alcune parti cercando di non decontestualizzarle (ma il link è lì apposta perché ciascuno possa leggere da sé).

«nell’era totalizzante dei telefonini e dei social network, non c’è un solo giornalista famoso venuto fuori dalla grandiosa narrazione del web. Se ci pensi, è clamoroso. I nomi sono sempre gli stessi: Ferrara, Mieli, Scalfari, Vespa, Feltri, Mentana»

ha affermato Palombelli.

Per poi aggiungere:

«Mancano i maestri. E poi i giovani non hanno coraggio. Ma ti pare che per diventare giornalista ormai devi frequentare un’apposita scuola? Mentre come sai il giornalista è sempre stato un disobbediente, uno originale, un irregolare…»

Allora, visto che bisogna fare per forza la distinzione fra vecchi e giovani, fra un prima e un dopo, giochiamo al medesimo gioco.

I vecchi giornalisti, e con loro gli editori, non hanno capito. Non hanno capito di essere irrilevanti, non hanno capito la crisi, non hanno capito che il mondo è cambiato da quando sono entrati in redazione o hanno iniziato le loro carriere o a pubblicare o ad andare nei talk show. Eppure glielo raccontano non già le sensazioni ma i numeri. Quelli rilevati da ADS (e messi in ordine su Human Higway) o quelli raccontati dal Rapporto Censis. Le copie vendute calano. Le strategie sul digitare sono imbarazzanti, spesso ridicole, al punto da generare forme di protesta spontanee da parte dei lettori (vedi il recente wikibombing).  La carta sta meglio? Non sembra.
Non c’è il coraggio di investire in ricerca e sviluppo. Chi parla di nuovi modelli di business viene liquidato con snobismo da chi pensa che sia un invito a far marchette – come se poi il giornalismo dei vecchi, quelli bravi e coraggiosi, non ne avesse mai fatte e non ne facesse tutti i giorni – o con fastidio da chi ti dice che si è sempre fatto così e che ci sono i centri media e le page views da considerare e cosa vuoi saperne tu.

Se uno azzarda a parlare di giornalismo imprenditoriale o di sostenibilità, apriti cielo. E se qualcuno ti fa notare che c’è chi paga 10 euro lordi, o 2 o 0,40 per un “pezzo” (le virgolette sono d’obbligo), allora è colpa tua che accetti e non te l’ha mica ordinato il medico, di fare il giornalista.

Nel frattempo, le Over The Top i giornali se li mangiano a colazione e giornalisti ed editori, a seconda del momento storico, che fanno? Si lamentano perché perdono lettori (è sempre colpa di qualcun altro: dei lettori, di Google, di Facebook, adesso anche dei giovani che non hanno coraggio) oppure chiedono “cose” (come in Spagna, dove han fatto chiudere Google News o in USA dove vogliono trattare collettivamente), oppure si adeguano come fuscelli all’ennesimo aggiornamento di algoritmo, incapaci di esser loro a dettar la linea e facendosi invece dire da Google e da Facebook cosa sia la qualità. Oppure, dopo aver chiesto a gran voce in molti casi il libero mercato, ora lamentano il monopolio della Silicon Valley e vorrebbero fermarlo, non si sa come.

No, non hanno proprio capito, i vecchi giornalisti e neanche gli editori.

Non hanno capito che essere “famosi” non è una metrica. Famosi per chi? E cosa vuol dire essere famosi? Famosi per quanti? Non abbiamo iniziato a fare i giornalisti per essere famosi, per avere una telecamera in faccia. Anzi, è proprio il momento in cui il giornalista si trasforma in protagonista a decretare una profonda stortura della professione. E sai chi lo ha fatto? Proprio quelli citati da Palombelli. Quella generazione lì, quei nomi lì. Una generazione che si autocelebra, si autorappresenta e fa le barricate per difendere le rendite di posizione.

Non hanno capito che vendere un milione di copie non vuol dire niente. Che le metriche quantitative non sono sinonimo di qualità. Non hanno capito che il mondo gli è cambiato in faccia e – come tutti quelli che dicono che si stava meglio quando si stava peggio – non hanno capito che i giovani sono semplicemente la generazione successiva.

Sembrano quelli che si lamentavano dei Beatles, perché vuoi mettere Elvis. E poi dei Queen, perché vuoi mettere i Beatles. E poi degli Oasis perché vuoi mettere i Queen (scegliere nomi e ambiti a piacere, è tutto sovrapponibile).

Come se poi la generazione che ha preceduto i giovani ci avesse lasciato chissà quale fulgido esempio di schiena dritta di massa! Ma l’avete mai aperta una rivista femminile? Una di gastronomia? Un automotive? E un quotidiano mainstream, tutti i giorni? Suvvia! E qual è la linea di demarcazione? Quando si smette di essere giovani non coraggiosi e si diventa vecchi scarsi?

Qualcuno di noi, anzi, moltissimi, un articolo 1 tutelato non l’avrà mai. Come fai a essere coraggioso, se non hai le spalle coperte? Qualcuno non avrà mai quaranta mensilità di buona uscita. Il riferimento a Vogue, per dire, è voluto. E quando qualcuno parla di come andavano le cose, allora forse non è colpa dei giovani.

«Sono entrata in Condé Nast subito dopo la laurea», ha scritto Elisa Motterle su Facebook, «e ho cominciato a lavorare a Vogue Pelle a 23 anni. E per quanto sprovveduta io fossi, mi ci sono voluti 5 minuti per capire che lí dentro qualcosa non andava».

All’epoca, la vita di redazione era surreale. Colleghe che non sapevano l’inglese giù a fare titoli in Voguish con risultati demenziali tipo “The Now Look”. Colleghe bravissime relegate a fare didascalie. Aperitivi in ufficio con vassoi di Bloody Mary in arrivo dai bar di Corso Sempione. Stronzaggine gratuita e arroganza a palate. Pomeriggi e sere e notti nei famosi guardaroba, a far valigie per le redattrici. Servizi fotografici in location, con troupe di dieci persone per scattare quattro paia di scarpe. Gente che chiamava uffici stampa a caso, per farsi regalare la qualunque. I soldi ancora c’erano, l’internet doveva ancora esplodere, ma insomma non ci voleva un genio per capire che cosí non poteva durare a lungo.

Oggi Condé Nast paga decenni di gestione miope e totalmente inefficiente, schiava di favoritismi vergognosi e politiche inette che erano talmente MACRO da essere evidenti già quindici anni fa pure agli occhi di una ragazzetta provinciale di 22 anni che ci metteva piede per la prima volta».

Per quante altre realtà si può replicare questa serie di osservazioni che puntano il dito su un’altra generazione, quella di prima?

Ma che ne sanno “loro” del dover mettere l’avvocato per farsi pagare i tuoi due libri d’inchiesta? Di dover scrivere con un bonus a click? Di studiare la SEO e gli algoritmi dei social? Di dover allo stesso tempo ottenere risultati e saperli comunicare? Di non avere qualcuno che ti copre le spalle se prendi una querela e di dover fare una colletta se per caso l’avvocato ti consiglia di patteggiare? Di editori che ti dicono che non si deve parlare di certi prodotti così poi i commerciali vanno da quelli e gli dicono: se volete che parliamo di voi, allora dovete pianificare pubblicità. Di gente che parla con gli anglismi e chiama “ragazzi” tutti i redattori. Di partite IVA e sudori freddi tutte le volte che arrivano gli anticipi delle tasse? Di servizi one man band, che ti giri, ti monti, ti scrivi facendo le domande, le foto, il pezzo, il video, tutto. Di giornate passate davanti alla mail ad aspettare che ti dicano se un pezzo te lo approvano e puoi scriverlo e intanto tu non lo puoi proporre altrove e tre giorni dopo te lo trovi giustamente fatto da altri altrove. Che ne sanno loro?

Gente che poi fa le analisi e dice che è tutta colpa del web, di Facebook, di Whatsapp, del male assoluto delle tecnologie. Gente che ti fa le linee editoriali tutte uguali. Che crede a chi ti dice che bisogna scrivere meno perché la soglia dell’attenzione si è abbassata. Gente che vuole imbrigliare il pensiero e le parole o che propone di chiudere i siti dei giornali contro gli scrocconi del web. Gente che ti chiama buonista o, a seconda delle inclinazioni, ti accusa di usare l’hate speech – sai cos’è hate speech? È dire che i giovani non sono coraggiosi! – o che “blasta” i troll.

Cosa volete aver capito?

Andiamo, torniamo a parlare della realtà.

È brutta, messa così, questa retorica, vero? Questa contrapposizione fa proprio schifo. E le generalizzazioni? Quanto danno fastidio? 

Ecco. Allora, forse, è semplicemente sbagliata. Ci sono dei vecchi giornalisti e degli editori che non hanno capito. Esattamente come ci saranno dei giovani poco coraggiosi. Non è una questione anagrafica, non lo è mai stata.

Ma c’è senz’altro un sacco di gente che se n’è approfittata. E un sacco di gente che è corresponsabile per la profonda condizione di crisi in cui versa il giornalismo e in cui si trovano i suoi protagonisti.

Forse è il momento che quelli coraggiosi che hanno capito lavorino insieme – o anche in contrapposizione, in coopetizione – per fare qualcosa di bello, utile, serio, sostenibile, fatto bene. Gli altri continuassero pure a dar la colpa a qualcun altro e a far finta che sia il mondo a doversi adattare ai loro schemi.

6 Commenti su I vecchi giornalisti e gli editori? Non hanno capito

  1. Mah, non credo gliene importi molto. Vogliono solo i soldi.

  2. Gianni Gambarotta // 9 agosto 2017 a 12:34 // Rispondi

    Il mondo dei media è in crisi. Vero. Ma c’è una buona notizia: oggi può contare sull’autore di questa articolessa

    • AlbertoPuliafito // 9 agosto 2017 a 12:41 // Rispondi

      Caro collega, se volesse essere così gentile da argomentare ne sarei lieto.
      Se invece le basta così, può comunque dormire sonni tranquilli: il mondo dei media non se ne fa niente di me.

  3. Maurizio Nicita // 10 agosto 2017 a 1:43 // Rispondi

    Sottoscrivo, ma per me articolo 1 è fin troppo facile. Mi permetto di aggiungere che, non è il tuo caso, capita anche a giovani di chiudersi nella nicchia dei “depotenziati” per usare un termine utile alle aziende per spaccare una categoria che non è mai stata tale per eccesso di edonismo. Eppure servirebbe confrontarsi fra gente che davvero vuol fare giornalismo al di là della carta d’identità

    • AlbertoPuliafito // 10 agosto 2017 a 9:27 // Rispondi

      Grazie. È vero, giovani e vecchi indistintamente si autodepotenziano perché anche quella è una questione culturale e non generazionale. Il confronto sarebbe meraviglioso e corroborante, ma a quanto sembra è più facile fare le barricate.

  4. Condivido al 100%! Anzi, ora condivido anche sull’internet con il Fazebok ;)

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