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2,50 euro per 1000 parole: ecco come non si salva il giornalismo

Quelli che vedi qui sopra sono i veri tariffari di una vera azienda che si definisce «attiva nell’editoria multimediale».
I dati sono stati pubblicati nel gruppo di conversazione di Wolf.

1000 parole per un pezzo “femminile”: 5 euro.
150 parole per una “news di attualità”: 0,50 euro.
1000 parole per un pezzo di gossip: 2,50 euro

Spero che non serva altro per capire che sia giunto il momento di fermarsi e riflettere una volta per tutte sullo stato dell’arte di chi lavora con i contenuti (giornalistici e non).

I contenuti in senso lato sono diventati una commodity.
È successo, si poteva prevedere, qualcuno l’aveva previsto.

Se ora mi mettessi ad elencare le cause e le concause che hanno contribuito a questa situazione parlerei senz’altro di abbattimento dei costi dei fattori produttivi, di smartphone e social, di rivoluzione digitale, di modelli di business, di naturale evoluzione di un mercato saturo, di domanda e offerta, di un sacco di cose, e potrebbe anche darsi che finiremmo per non trovarci d’accordo. Magari qualcuno vorrebbe dare la colpa a quelli che accettano offerte del genere pur di scrivere: anche quella è una concausa, in effetti.

Ma se quelle sono le tariffe che vengono proposte ad agosto del 2017 da un’azienda che si definisce «attiva nell’editoria multimediale», be’, quello è un fatto e su quel fatto dobbiamo per forza di cose essere d’accordo.

D’altro canto, Aranzulla ha pubblicato un’offerta palese sul proprio sito: 25 euro per 10.000 battute. Certo è più del “tariffario” (le virgolette sono d’obbligo) esposto qui sopra nell’immagine. Ma è significativamente meno di quanto dovrebbe essere corrisposto a chi produce un contenuto – cito testualmente – «elevati requisiti editoriali».

E qui siamo al punto cruciale.

In un ecosistema in cui il sovraccarico informativo è forse più semplicemente definibile come sovraccarico produttivo di contenuti, continuare a puntare sulla produzione costante e continua di articoli pagandoli – ovviamente: è una banale legge economica – sempre meno, non fa che aggravare la spirale recessiva.

Secondo un bell’articolo di Thomas Baekdal ci sono solo due vie per rendere monetizzabili i contenuti: fare tanto traffico (ma tanto tanto) e dunque offrirli gratuitamente oppure fare contenuti di grande qualità e darli a pagamento. La maggior parte di chi produce contenuti, invece, si colloca in una terra di mezzo in cui non si fa abbastanza traffico per essere appetibile per la pubblicità e non si fanno contenuti abbastanza elevati per farti pagare (non dimentichiamoci che in termini di contenuti, ancorché su scala globale, ci sono realtà come Netflix o Spotify in cui il costo dell’abbonamento per l’accesso a una quantità sproporzionata di contenuti audiovisivi è quasi ridicolo).

Detto che sono convinto che il meccanismo

contenuti free –> tanto traffico –> ricavi pubblicitari

sia una delle concause dell’abbassamento qualitativo del lavoro giornalistico, per esempio, ecco che, personalmente, da questo modello fuggirei.

Così come penso sia ormai acclarato che questo modello costringe a essere generalisti e che oggi non sia più possibile essere generalisti (il mio primo elogio pubblico della verticalità risale al 4 agosto 2014. Chi ha lavorato con me sa che è una tesi che sostengo da anni).

D’altra parte, anche la produzione di contenuti qualitativamente alti è in qualche modo replicabile e non è garanzia di successo.

Quindi, io comincerei a fuggire anche dalla rappresentazione di Baekdal per arrivare a qualcosa di più.

Il punto è che il contenuto non è più (o comunque sarà sempre meno) un prodotto vendibile da solo: deve far parte di un contesto esperienziale. Quindi, da fruitore devi poterne fruire in maniera parcellizzata se vuoi comprare un singolo contenuto, o sotto forma di abbonamento. Chi li produce deve pensare bene a cosa dar “via” gratis, cosa monetizzare con pubblicità (in forme ssempre aggiornate), cosa dare a pagamento, cosa associare a questo contenuto per giustificare il fatto che si paghi, fare i conti col fatto che ci sarà sempre un “mercato nero” dei contenuti  (sì, le persone si condividono le password, si girano le newsletter, si passano gli account, scaricano pdf, file audio, file video in maniera illecita, e lo faranno sempre). Insomma, pensarci bene.

Bisognerebbe cambiare radicalmente approccio. Pensare che, per esempio, per una realtà editoriale i contenuti dovrebbero essere un asset. E quindi andrebbero manutenuti. Dovrebbero essere sottoposti a revisione per evitarne l’obsolescenza: gli archivi andrebbero valorizzati, non abbandonati a loro stessi (andate a vedervi un qualsiasi archivio di un qualsiasi sito d’informazione che esista da una decina d’anni e poi valutiamone insieme lo stato di conservazione).

Questo cambio d’aproccio deve essere inserito in un contesto in cui i modelli di business vengono radicalmente ripensati. In cui il lettore è facilitato qualunque cosa voglia fare con i nostri contenuti – soprattutto nel caso in cui paghi! – e in cui le leve di traffico e di monetizzazione si diversificano quanto più possibile.

Poi ti trovi le offerte di lavoro a 25 euro per 10mila battute ad alta qualità editoriale. I 5 euro per 1000 parole. E un po’ ti chiedi se tutto questo affannarti a parlarne abbia senso.

Di sicuro non è con i 5 euro per 1000 parole che si migliora l’ecosistema dei contenuti o che si salva il giornalismo.
D’altra parte sono convinto che questo contesto non possa che valorizzare, sul lungo periodo, chi fa le cose per bene: qualità del contenuto e valore aggiunto per il lettore, facilità d’esperienza d’uso in tutti i sensi, progettazione e strategia. Alla lunga non possono non pagare.
Un po’ d’ottimismo, suvvia.

3 Commenti su 2,50 euro per 1000 parole: ecco come non si salva il giornalismo

  1. Fin tanto che tra i vostri autori c’è gente come Andrea Coccia che scrive cose simili, non andrete tanto lontano:
    “La qualità media dei genitori — ovvero degli adulti — italiani sta crollando, come dimostra l’insensata e demenziale (se non fosse anche pericolosissima) tendenza di alcuni a osteggiare la vaccinazione, forti della loro ignoranza da cammeli.” (fonte: Linkiesta.it)

    • AlbertoPuliafito // 11 settembre 2017 a 9:13 // Rispondi

      Buongiorno Matteo, ha lasciato questo ormai ovunque, fra sito e Facebook. La ringraziamo per l’attenzione che ci ha riservato e cercheremo sempre di fare meglio possibile il nostro lavoro, sperando di andar lontano! Buona giornata a lei! :)

  2. 2,50 euro è grasso che cola….. a blogo non mi sembra che paghino poi tanto di più….

1 Trackback & Pingback

  1. Ecco come non si salva il giornalismo – hookii

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