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Benvenuta Meet: il Centro Internazionale per Cultura Digitale

Le buone idee arrivano in porto. Col loro passo, col loro respiro, superando mille difficoltà e facendo soste e deviazioni, ma arrivano. Questa è la storia di una di queste idee, il Centro Internazionale per Cultura Digitale.

Categorie: Innovazione

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[Questo pezzo di Mafe de Baggis e Filippo Pretolani è tratto dal numero 306 di Wolf]

L’idea che ha preso corpo il 26 febbraio, presentata al Teatro Studio Melato, è il Centro Internazionale per Cultura Digitale fortemente voluto da Maria Grazia Mattei, reso possibile dal supporto di Fondazione Cariplo. È un progetto che abbiamo visto nascere, crescere e prendere forma negli anni, alimentato da una costante: un incredibile e continuo successo di pubblico per tutti gli incontri di Meet The Media Guru, un pubblico attento, fedele e trasversale.

Maria Grazia Mattei con Meet the Media Guru ha dimostrato negli ultimi vent’anni che si può parlare di innovazione e di nuove tecnologie da una prospettiva umanista, usando gli strumenti e la forma mentis del designer e dell’artista. Un pensiero e un progetto molto nelle corde di Wolf e di Slow News, basta leggere questa frase per capire la sintonia che ci lega:

«Spesso, come accade a chi guardi in un cannocchiale rovesciato, si crede che il cambiamento tecnologico sia la causa, quando è la conseguenza del nostro modo di vivere e di pensare».

A cosa serve un Centro di questo tipo? A indirizzare questa conseguenza, a progettarla senza lasciarsi guidare solo dalle possibilità, ma pensando a una direzione. Per restare, come nell’affascinante metafora introduttiva, nell’occhio del ciclone, che è l’unico posto tranquillo quando tutto intorno sembra volare via. Un Centro serve a pensare, un luogo dove pensare serve a incontrarsi. Si chiamerà, non a caso, Meet: un posto per incontrare non solo gli esperti selezionati e invitati da Maria Grazia, ma per incontrarci noi, per confrontarci, per fermarci un attimo.

Abbiamo una nuova Casa della Cultura, che sembra nascere apposta per dirci che quando i talenti fanno densità e raggiungono la massa critica la città – il villaggio globale – può solo migliorare. Migliorare se “il futuro lo si fa, lo si progetta”, perché altrimenti ci sentiamo trascinati dal ciclone, sbattuti di qua e di là, in balia degli elementi.
Internet non è un borsello, il digitale non è solo tecnologia. Ci son voluti 15 anni, tutti, perché Milano e le sue istituzioni “ne prendessero atto”. Così ha detto Guzzetti di Fondazione Cariplo, benedicendo l’iniziativa.

Il Centro della Cultura Digitale è un porto per tutti noi e nascerà non sulla Darsena ma a Porta Venezia, dove adesso c’è lo Spazio Oberdan (tranquilli, insieme alla Cineteca, non al suo posto); un porto progettato in collaborazione con Luigi Ferrara dell’Institute without boundaries di Toronto, che nelle parole del designer italo-canadese è una città simile a Milano. È una collaborazione che dura da anni e che ha già dato frutti interessanti, come Future Ways of Living che arriva quest’anno alla terza edizione.

Lo scorso autunno avevamo partecipato a una sessione di progettazione del Centro, guidati da Ferrara e dal suo team. Luigi Ferrara parla la nostra lingua e non è l’Italiano, è la lingua meticcia di chi è a suo agio con i media digitali ma non li venera, di chi può criticarli perché li conosce, non perché ne ha paura. Citando McLuhan ha ricordato che siamo già tutti al lavoro nel creare il nostro futuro attivamente almeno dagli anni ‘60. McLuhan racconta il villaggio globale e le sue complessità nel 1961, anno di nascita di Ferrara e probabilmente – ci piace pensarlo – l’anno in cui Guzzetti effettuava i primi carotaggi sull’innovazione tecnologica e i suoi strumenti “passando dalla penna a inchiostro alle Bic”.

Avevamo intuito già in quei due giorni, intensi e interessanti, che una casa di mattoni è probabilmente il primo e il miglior contenuto anticorpo rispetto alla deriva reazionaria del digitale, molto in voga nel marketing delle idee, vedi lo status di Fabio Chiusi di un anno fa.

Non è un peccato essere conservatori, ma essere reazionari sì. Il futuro è già qui e, grazie alle forze e alle intelligenze che si sono riunite intorno a un luogo prima mentale e presto fisico, sta anche iniziando a essere distribuito in maniera un po’ più uniforme.

(Mafe de Baggis / Filippo Pretolani)

da Wolf 306

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C'è un commento

  1. Mi sono perso qualche passaggio, Esorcista, ma uno come Travaglio è difficile che ti stia simpatico, al massimo puoi condividerne alcune osservazioni, ma la “simpatia” non rientra fra le sue doti. Tra l”altro, è un reazionario conservatore che si è trovato a giocare “fuori casa” perché di là c”era l”Innominabile ex Presidente della gloriosa Ac MILAN…. Oggi tocca al PD, domani non si sa a chi.

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