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Obbligo o verità?

Hai mai giocato a obbligo o verità? Spero di no, per te. In alternativa, spero che tu non sia fra le vittime delle conseguenze di questo gioco. Se non lo conosci, sappi che di solito viene in mente a qualche incauto o a qualche amante del rischio o a qualche troll. Si fa per rompere il ghiaccio in una compagnia di persone che si conoscono poco oppure – peggio ancora – per animare serate di compagnie che si conoscono da una vita.

Il gioco è semplice, di per sé: seduti a formare un cerchio ancestrale, i partecipanti al gioco, a turno, devono scegliere obbligo o verità.

Scegli obbligo? Uno degli altri partecipanti ti imporrà di fare qualcosa. Scegli verità? Uno degli altri partecipanti ti farà una domanda cui dovrai rispondere sinceramente.

Capisci la portata deleteria del gioco?

Una delle strategie per non subire troppi danni è scegliere sempre “verità” e poi, se la risposta può danneggiare i rapporti con qualcuno dei presenti (o anche degli assenti) in maniera irrimediabile, condire con un minimo di buon senso la tua risposta (oppure mentire categoricamente!).

E cosa succede quando obbligoverità si presentano insieme? Che cosa succede se hai l’obbligo della verità? Potenzialmente, un disastro al quadrato.

Commentando il test di Facebook sulle cosiddette fake news, Lorusso, FNSI, ha dichiarato:

«Se si tratta di siti d’informazione prodotti da redazioni di giornalisti, questi devono essere attendibili per definizione perché i giornalisti hanno l’obbligo della verità. È loro dovere. Se il sondaggio si estende a realtà che si spacciano per siti d’informazione e si cerca quindi di smascherare chi diffonde fake news o notizie gonfiate allora ben venga»

«Sulle redazioni giornalistiche temo che la domanda sia retorica perché chi deve fare informazione è tenuto a dire la verità, mentre di siti che spacciano notizie false ce ne sono tanti. È chiaro che c’è sfiducia dei lettori nei confronti dei media, ma il problema è che molto spesso la diffusione di notizie false da parte di chi non fa informazione e la spaccia per tale contribuisce a trascinare verso il basso tutti, anche chi rispetta i contratti di lavoro».

Che cos’è la verità? La risposta a questa domanda ci sposterebbe su un campo filosofico e teologico.
Allora cosa significa avere l’obbligo della verità? Si può essere obbligati a dire la verità per lavoro? E se sì, cosa succede?

Il giornalista, per legge, deve rispettare

«la verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede» [cfr. art 2 legge 69/1963].

Significa che persino il legislatore sapeva che la stessa notizia, gli stessi fatti possono essere declinati in maniera diversa. Sostanziale vuol dire relativo all’essenza, che deve essere raccontata con lealtà e buona fede. Ecco perché esistono versioni diverse della medesima notizia su giornali diversi.

Ma l’esistenza di un obbligo alla verità sostanziale vuol forse dire che i siti dei giornali, i giornali, i telegiornali sono dunque per definizione attendibili in quanto esiste l’obbligo di esserlo? Questo vuol dire che i contenuti di contenitori “validati” dal brand, dall’essere una testata registrata, sono esenti dal doversi sottoporre a perizia? Vuol dire che sono per natura e definizione degni del riconoscimento di un’auctoritas che li rende portatori di un verbo incontestabile?

No, mi dispiace.

La propaganda è sempre esistita, anche sui giornali. Così come le notizie false. Gli errori clamorosi. Il giornalismo embedded. Le marchette. Le notizie-non-notizie. Le bufale. La disinformazione. I video incredibili. I comunicati stampa copia-incollati. Le ricerche di aziende che usano i giornali come veicoli del loro content marketing. Le fake news.

Uno dei problemi principali del giornalismo contemporaneo (è un problema che accomuna le istituzioni giornalistiche ad altre istituzioni, politiche, scolastiche, in generale a tutto ciò che dovrebbe essere autorevole per definizione, per statuto), una delle concause della sua profonda crisi – anche economica ma prima di tutto valoriale – è che la trasformazione di ogni singola persona in potenziale produttore/emittente di contenuti ha smantellato due tipi di “monopolio”:

  • il monopolio della documentazione dei fatti
  • il monopolio della manipolazione dei fatti

Fino a una trentina d’anni fa, la documentazione dei fatti e, di conseguenza, anche la loro manipolazione erano appannaggio pressoché esclusivo delle realtà giornalistiche (e poi dell’infotainment e, più in generale, di chi aveva il controllo sui mezzi di comunicazione di massa).

Ma abbeverarsi a fonti diverse è sempre stato un atto individuale. Per una persona normale era difficilissimo validare una notizia fino a quarant’anni fa. La falsità della donazione di Costantino è stata dimostrata dopo 500 anni: era difficilissimo trovare le prove di una falsificazione. Oggi è meno difficile di prima: mentre la tecnologia va veloce e produce addirittura oggetti che possono permettermi di falsificare intere conversazioni imitando l’audio di persone diverse, di falsificare le loro espressioni facciali, i movimenti della loro bocca, produce anche strumenti che mi aiutano a scoprire le manipolazioni. E poi c’è sempre il dubbio, il desiderio di sapere, il dovere di trovare fonti diverse.

Per essere ancor più chiari: la mia filter bubble da lettore era molto più ristretta quando non c’era internet. Non sono gli algoritmi o gli strumenti tecnologici a rinchiudermi nella filter bubble. È il mondo a farlo.

Nel ventennio fascista potevi trovare un’apologia dell’ideologia fascista anche su un apparentemente innocuo giornale di cucina. Nel ventennio fascista per uscire dalla tua bolla rischiavi la vita. Così come la rischiavi durante il regime sovietico. E infatti, per aggirare le limitazioni alla stampa, in URSS nacque la samizdat, le cui dinamiche ricordano molto quelle di una rete sociale (di un social network!): l’intellettuale dissidente produceva un testo, lo ciclostilava, lo dava a dieci amici che lo ciclistilavano e ciascuno lo dava a 10 amici e via dicendo.

Oggi un adolescente qualsiasi con accesso alla tecnologia può documentare facilmente un fatto. Può diffonderlo. Può anche manipolarlo. Non è che prima non potesse, è che oggi gli viene più facile, più veloce. Oggi può essere più pervasivo. Oggi i soggetti che possono documentare e manipolare i fatti sono molti di più. La samizdat, la disseminazione, è più facile.

Per tutta questa serie di considerazioni che:

  • propongo di abolire la dicitura di post-truth. Se esistesse la post-verità, allora sarebbe esistita, prima, la verità
  • propongo di dare per assodato che fake news sia un modo per indicare notizie false con scopo di profitto
  • propongo di contrapporre alla dicitura fake news non una nuova legge o un algoritmo di valutazione ma un doppio intervento, culturale e professionale
    • l’intervento professionale dovrebbe introdurre il modello positivo, che non deve fare leva sulla verità ma sulla autenticità. Propongo cioè di introdurre e diffondere il concetto di authentic news. Dove l’aggettivo “autentico” non riguarda solo il contenuto ma riguarda, prima di tutto
      • il processo di raccolta, verifica, produzione, promozione e diffusione della notizia
      • lo scopo del contenuto della notizia
    • l’intervento culturale dovrebbe fornire alle persone metodi per fare la perizia di quel che leggono, strumenti intellettuali e cognitivi per imparare a dubitare da un lato e a difendersi dai complottismi dall’altro e dovrebbe anche introdurre, per chi fa il giornalista e per chi fruisce del lavoro giornalistico, una serie di consapevolezze e ammissioni:
      • l’ammissione della fallibilità e del pregiudizio del giornalista connaturato con la sua essenza umana
      • l’ammissione della parzialità e del condizionamento che proviene, per natura, non solo dall’essere umani ma anche dalla scelta di una linea editoriale rispetto al racconto e all’interpretazione dei fatti
      • la rinuncia al concetto di verità, troppo legato a un atto di fede per essere ascrivibile a un metodo giornalistico
      • l’ammissione che la verità sia un limite superiore a cui tendere, sostanzialmente irraggiungibile se non per approssimazione

Questa serie di ammissioni non deve diventare un alibi: non è che siccome il giornalista è fallibile, allora qualsiasi errore è giustificato. Ecco perché, per esempio, il legislatore aveva previsto la possibilità di sbagliare e aveva proposto un altro obbligo:

«Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori».

Siamo fallibili, se sbagliamo lo facciamo in buona fede e correggiamo e lo ammettiamo e te lo diciamo, cara lettrice, caro lettore. Abbiamo sbagliato un sacco di volte, anche da un punto di vista concettuale. Non credo che sia troppo tardi per rimediare ma sono convinto che sia giunto il momento di smettere di dare la colpa agli altri: ai lettori, alla tecnologia, alle piattaforme, al fato, al destino cinico e crudele, al mondo che cambia.

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