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Il giornalismo è costruire relazioni, non riempire degli spazi

Categorie: Giornalismo

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Su Medium, Mario Tedeschini-Lalli ha scritto una bellissima lettera aperta a Enrico Mentana per il suo nuovo progetto giornalistico. In realtà il destinatario – che pure è reale e contestualizzato – è un pretesto “letterario” per fare il punto di tutto ciò che dovrebbe saper applicare – lo suggerisce il sottotitolo della lettera – chiunque sia interessato a:

«fondare o rifondare giornali nel mondo digitale».

Il fatto che una simile riflessione venga da un «antico giornalista analogico e digitale», come si definisce lo stesso Mario nella sua breve biografia su Medium, è un’ottima notizia.

Il fatto che questa lettera sia stata parecchio ricondivisa nel mondo degli addetti ai lavori lo è allo stesso modo perché suggerisce che ci sia spazio per questo tipo di analisi e di considerazioni. E soprattutto pone fine a quella stranissima idea per cui la teoria non sia propedeutica alla pratica, il metodo non sia anche uno strumento e per cui le “cose da fare e da sapere” siano buone solamente per chi lavora in astratto e non per la pratica.

Una delle parti che mi piace di più è quella relativa alle relazioni:

«Le aziende editoriali e le redazioni giornalistiche sono spesso vittime di un equivoco di prospettiva: pensano se stesse come produttrici e venditrici di “contenuti”. In realtà da sempre le aziende editoriali d’informazione hanno fatto anche molte altre cose (ad esempio “vendere lettori” agli inserzionisti). Più in generale, ciò che abbiamo finora venduto è stata l’opportunità di creare “relazioni”».

In generale, mi sembra che questo equivoco sia una delle più gravi concause della crisi del giornalismo, anche di quello fatto bene, perché non considerare la componente della relazionalità significa dimenticare quasi completamente uno dei due elementi fondamentali di un’informazione: il destinatario. Rifiutare di entrare in relazione con il nostro pubblico (peggio ancora: pretendere che sia il pubblico a dover entrare in relazione con il prodotto giornalistico per il solo fatto che questo prodotto esista) è fatale.

Su Slow News e sul supplemento Wolf abbiamo teorizzato più volte il contenuto come aggregatore di comunità, personalmente ho lavorato per tradurre il materiale del Community Canvas, l’ho usato in progetti di ricerca e sviluppo, mi sono occupato dell’uso delle piattaforme come strumenti per rafforzare le relazioni e individuo anche la SEO come strumento relazionale. Abbiamo lavorato sul concetto di soluzioni parziali per nuovi modelli di business per il giornalismo del futuro.

Tutto questo, fra l’altro, l’abbiamo messo al servizio del progetto Slow News. E abbiamo scoperto che ci sono molte realtà nel mondo che stanno lavorando allo stesso modo, ognuna secondo le proprie caratteristiche e peculiarità. Per questo motivo, per non perdere il volano del bellissimo intervento di Mario, vorrei iniziare a proporre una serie di post che si propongono di riflettere su alcuni errori commessi e su alcune possibilità per uscire da certe situazioni stagnanti.

Dentro questa serie di pubblicazioni c’è, più o meno, tutto quello che stiamo imparando sulla nostra pelle, sperimentando, e dalle esperienze degli altri.

I contenuti per le persone, non gli spazi da riempire

Di quante pagine è composto un giornale? Quanti minuti di notizie si devono infilare all’interno di un palinsesto di una all news? Quanti post al giorno su Facebook? Quante volte cambiamo le notizie in home page?

Se questa è la tipologia di domande che guida abitualmente il lavoro di costruzione di un prodotto giornalistico, c’è qualcosa che non quadra. L’equivoco, che già era tale sulla carta, diventa devastante quando il digitale ti moltiplica gli spazi.

È lì che nascono i piani editoriali da 100 “articoli” – le virgolette sono d’obbligo – al giorno. Le condivisioni su Facebook, una ogni 15 minuti per carità. La nuova edizione con l’inviato sul posto che non sa più cosa dire di nuovo. I 300 articoli o servizi o post o condivisioni tutti uguali sulla medesima breaking news. E poi la corsa ossessiva al traffico e le lamentele quando l’algoritmo ti toglie visibilità, lamentele che non si fermano a riflettere sul fatto che, ahimè, più contenuti ci sono più questi contenuti si vanno a contendere una quantità finita, che è l’attenzione delle persone a cui, in teoria, sarebbero rivolti.

L’horror vacui, il bisogno di riempire gli spazi, è fatale perché, all’incrementare dei contenuti si incrementa la loro fungibilità e – paradosso inevitabile – si decrementa il loro valore.

Apriamo un giornale (di carta, digitale, televisivo, su qualsiasi piattaforma) e chiediamoci:

  • perché è stato scritto questo pezzo?
  • Che servizio offre ai lettori?
  • A chi interessa?
  • Posso farne a meno?
  • Che cosa dà in più rispetto agli altri?
  • Qual è la sua caratteristica unica?
  • In che modo mi aiuta a convincere chi lo legge ad entrare in relazione con me?
  • Pubblicarlo in questo modo, in questo spazio, lo valorizza veramente?
  • Potevo rimandarne la pubblicazione e farlo meglio?
  • È un contenuto commodity?
  • È un contenuto che chiunque poteva scrivere e che chiunque poteva trovare da qualunque altra parte?
  • È aggiornato quando serve?
  • Come mi consente di entrare in relazione con il mio pubblico?

Queste sono le domande – alcune – che dovrebbero guidare la progettazione dei contenuti giornalistici: non hanno nulla a che vedere con il numero di pagine, con il gigantismo, con gli spazi da riempire. Quando lo spazio da riempire detta l’agenda, allora quello è il momento in cui si deve tirare il freno e ripensare tutto il processo.

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