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Se vuoi che le piattaforme paghino per i tuoi contenuti stai distruggendo un altro po’ il giornalismo (e non solo)

Il 12 di settembre si tornerà al voto per l’ormai celeberrima direttiva copyright.

Su Valigia Blu, Bruno Saetta ha già spiegato molto bene sia di cosa si tratta sia i rischi che comporta.

Il voto è stato proposto una prima volta a luglio, ma è stato bocciato. Ora si ritorna sul tema.

Quel che sta succedendo fra molti addetti ai lavori – a parte le debite eccezioni – è una presa di posizione abbastanza surreale che vede in questo voto una sorta di baluardo a difesa di autori, giornalisti, giornalismo, creatori di contenuti tutti uniti contro le cattivissime piattaforme tipo Facebook e Google che cannibalizzano il loro straordinario lavoro.

Come scrive Antonio Pavolini su Facebook

«appare chiaro che stavolta, in vista del voto decisivo del 12 settembre, la forza comunicativa è tutta da una parte della barricata, quella della filiera tradizionale dei media.
è palese il loro tentativo di far credere alla gente che “l’industria creativa” sia solo quella che lavora col loro modello economico, dove è il distributore a decidere come e cosa monetizzare.
il rischio che le grandi piattaforme del Web sostituiscano i vecchi distributori è reale, ma non può essere l’alibi per limitare i diritti di chi si promuove e monetizza online in altri modi, utilizzando le piattaforme in modo consapevole, e senza subirne i diktat». 

Vale la pena di leggere anche la conversazione che segue nei commenti, dove Luca Corsato riporta l’esistenza di una petizione che invita i creatori di contenuti a “svegliarsi” («Sveglia!», è la chiosa del testo»)

«Se no sarà impossibile far pagare i contenuti alle piattaforme».

Il dramma è che quando si leggono queste prese di posizione diventa proprio evidente la stortura di interpretazione che si fa rispetto alla produzione di contenuti. Sì, d’accordo, il sistema distributivo è stato mangiato lentamente dalle cosiddette Over The Top. Ma chi poteva coccolarsi i suoi lettori, i suoi fruitori, che cosa ha fatto nel frattempo? Ha reso l’esperienza dei clienti frictionless, cioè senza attrito? Ha sfruttato tutte le potenzialità del digitale, ha usato a proprio vantaggio le piattaforme in quel delicato equilibrio costituito dalle convenienze specifiche della piattaforma stessa (monetizzare) e dei creatori di contenuti (monetizzare)?

A me non sembra.

Se c’è una sveglia da suonare, è un’altra. Le piattaforme non pagheranno per i nostri contenuti. Le piattaforme se ne fregano – al netto dei tentativi di “aiutare” il giornalismo con finanziamenti o corsi o strumenti, da parte di chi riconosce alla propria pervasività un ruolo sociale – dei nostri contenuti, hanno quelli generati dalle persone là fuori. Milioni. Miliardi. Centinaia di migliaia di contenuti al minuti.

Al contrario, i nostri contenuti diventano raggiungibili grazie alle piattaforme.

Questa levata di scudi è in difesa del copyright più deteriore, quello che ha rappresentato non già una difesa dell’artista, del giornalista, del creatore ma piuttosto una difesa delle grandi società. Quello che per Henry Jenkins è nato per impedire a te di fare con i personaggi Disney quello che la Disney ha fatto con i personaggi dei fratelli Grimm o della tradizione popolare.

Questa levata di scudi contro le piattaforme fa il paio con le strane posizioni prese contro Facebook durante lo scandalo Cambridge Analytica. Posizioni prese da realtà che poi usano abitualmente gli strumenti di profilazione di Facebook e che si guardano bene dallo spiegarti, per esempio, come funzionanocome navigare in maniera anonima e come avere pieno controllo sulle pubblicità che ricevi.

Questa levata di scudi è una battaglia di retroguardia. Rappresenta, fra l’altro, l’agonia dell’industria giornalistica (e non solo), incapace di trovare – perlomeno nel già citato mainstream, non generalizziamo. Esiste tutto un sottobosco indie molto vivo in cui si fanno progetti, si realizzano, si creano piccole testate (cos’è, del resto Slow News?), si pensa alle persone che sostengono queste testate.

Questa levata di scudi è arrogante. L’arroganza di chi pensa: ehi, tu, mi devi leggere, mi devi pagare per il solo fatto che io scrivo. Che io pubblico. Che io ho il mio pulpito. E la levata di scudi del Marchese del Grillo.

Infatti, il mainstream guarda a sé stesso ombelicalmente, pensando di avere il diritto innato alla sopravvivenza per il solo fatto di esistere. E ignora completamente il fatto che la cosiddetta direttiva copyright sarebbe devastante per le piccole realtà, schiacciandole e favorendo, per paradosso, quelle stesse grandi aziende che vorrebbe – a parole – contrastare. Lo spiega ancora una volta Bruno Saetta

«L’accesso ai contenuti dovrà, quindi, passare attraverso un numero sempre più elevato di licenze, con un aumento esponenziale dei costi di transazione che graveranno sugli utenti finali. Cosa che favorirà i grandi attori, come Apple, Amazon, Youtube, Spotify, che possono permettersi nugoli di avvocati e gestire i negoziati in tutti gli Stati, cosa impossibile per le piccole aziende che finiranno per doversi accontentare di esercitare in un solo Stato».

Ma questa levata di scudi scomposta, disordinata e fuori fuoco rappresenta anche l’incapacità di cambiare modello di business e la mancanza di voglia di mettersi in gioco, di cambiare le cose. Rappresenta le risposte tipo «ma si è sempre fatto così» che ho sentito durante corsi di formazione o eventi mentre cercavo, nel mio piccolo, di proporre altri modelli. Rappresenta il digitale e la contemporaneità capiti male, equivocati. Rappresenta non già una posizione conservatrice ma addirittura reazionaria.

Rappresenta la mancanza di voglia di capire che il giornalismo, per funzionare, deve essere inteso come servizio alle persone.
Deve parlare alle comunità, le deve aggregare e servire e interagire con esse.
Deve partire dalle comunità per progettare nuovi prodotti editoriali.
Deve fuggire dalle metriche quantitative tossiche (i click, i like, le impression) e puntare alle metriche quantitative salutari (quanti sostenitori ho? Quanti membri attivi nella mia comunità? Quanti paganti?).

Deve sperimentare, investire in ricerca e sviluppo invece di cercare di fregare meglio Google e di prendere il traffico da Facebook a suon di un post ogni cinque minuti salvo poi lamentarsi al primo cambio di algoritmo, semplicemente necessario a causa dell’inquinamento generato all’ecosistema digitale da una quantità soverchiante di contenuti identici, inutili quando non addirittura dannosi.

Deve cercare nuovi modelli di business (qui, a nuovi modelli di business per il giornalismo del futuro, ci lavoriamo dal 2015).

E allora, per quel poco che vale, Slow News prende una posizione chiara: questa direttiva copyright, così com’è, è semplicemente dannosa, oltre che pericolosissima. E oltre a essere dannosa per i suoi contenuti è dannosa anche perché si nasconde dietro ad alibi inesistenti, inventati. Perché castra ogni piccola iniziativa e vorrebbe ripristinare, come in una restaurazione miope, uno status quo che, piaccia o meno, non esiste più.


 

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