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La fiducia dei lettori? Ecco come recuperarla

Che cosa vuol dire fiducia, nel giornalismo? Che cosa vuol dire quando ci diciamo che nel tempo il giornalismo ha perso la fiducia dei propri lettori?

Categorie: Giornalismo

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Uno dei più grandi problemi che deve affrontare il giornalismo di questi anni è la perdita di fiducia da parte dei lettori. Com’è successo? La dinamica è stata questa: il giornalismo, vittima dell’ansia degli spazi da riempire, deve dire cose di continuo, deve dire cose che di solito hanno a che fare con la quotidianità, ma, soprattutto, deve dire che facciano vendere.A questo si somma poi che, nel tempo, il giornalismo generalista si è auto-assegnato tutta una serie di compiti educativi e, in qualche modo, moralizzatori.

E qui abbiamo il cortocircuito, perché quando la moralizzazione e la necessità di vendere incontrano qualche bislacco studio scientifico – perché sì, anche gli studi scientifici risentono del medesimo problema, visto che anche gli studi scientifici devono essere pubblicati e devono vendere – ovviamente  confermativo rispetto alle convinzioni di chi scrive e moralizza, si generano mostri.

E così, sul New York Times si disserta, nel 1904, sul fatto che magari il telefono ci farà diventare tutti più sensibili dall’orecchio sinistro. Oppure dal destro. Da lì ai giovani che si isolano sugli smartphone il passo è breve e passa attraverso i giovani che si isolano con i walkman. Di solito il pattern che si individua è sempre lo stesso: c’è una nuova tecnologia, brutta e cattiva, che ha degli effetti nefasti sui giovani e i giornali, fatti da persone più sagge, sanno come si fa e dunque mettono in guardia i loro lettori.

Qual è il punto? Il punto è che è tremendamente difficile dire qualcosa di intelligente sulla realtà che ci circonda se devi farlo a cadenza quotidiana. Anche perché non c’è niente di più difficile che essere capaci ogni giorno di analizzare e sintetizzare la realtà che ci circonda.

Ora. Immaginiamoci generazioni intere cresciute con questo tipo di messaggi. Non puoi verificarne l’effetto immediato, chiaramente. Ma se mi abituo a leggere questo tipo di messaggi – generalmente tutti negativi, tutti che mettono in guardia rispetti ai pericoli di qualcosa – e poi verifico con mano che, al contrario di quello che dicono, in realtà non sta succedendo nulla, cosa pensate che succeda al rapporto di fiducia tra che dovrei avere verso chi scrive.

Siamo proprio sicuri che sul lungo periodo mi fiderò ancora di questo tipo di articoli? E ancora più grave, mi fiderò ancora di chi li scrive? E di chi li pubblica? Mi fiderò del contenitore? E della testata? Avrò voglia di relazionarmi con quella testata? Avrò voglia di pagare per leggerla? Questo è solo un piccolo esempio, che andrebbe analizzato e che sicuramente è solo una delle concause della perdita di fiducia.

Facciamo un esempio: pensiamo a tutte le volte che sono state pubblicati, per ragioni di vendita o di click, articoli irrilevanti, notizie-non-notizie. Pensiamo a tutte le volte che non si è dato retta a chi ha provato a dire ai giornali: «ehi, ma cosa state facendo?» (ve lo ricordate, per dire, il wikibombing?). Pensiamo a tutte le volte in cui scopriamo che un giornale ha sbagliato e non ha chiesto scusa, quando ha omesso, quando ha nicchiato.

Pensiamo a quando lo abbiamo pizzicato a dire la sua versione dei fatti in maniera troppo smaccatamente parziale. A tutte le volte che, da giornalisti, abbiamo fatto credere al pubblico di essere i depositari dell’unica e sola verità. — verità che, ovviamente, non esiste — Pensiamo a quando, terrorizzati dal mondo che cambia, abbiamo cominciato a parlare a sproposito di fake news e di post-verità.

Per dirla con Baricco in The Game (Einaudi, 2018):

«post-verità è il nome che noi élite diamo alle menzogne quando a raccontarle non siamo noi ma gli altri. In altri tempi le chiamavamo eresie».

È una frase che ci guida alla comprensione di quel che abbiamo combinato noi giornalisti, che, convinti di essere élite, ci siamo fatti sorprendere dal mondo che ci cambiava sotto i piedi e che ci toglieva quella centralità che avremmo dovuto imparare a usare meglio, senza approfittarne se non per stringere le relazioni con i nostri lettori fedeli e per trovarne altri.

E poi, quando ci siamo accorti che il mondo ci era cambiato sotto i piedi e che non potevamo più far finta di niente ci siamo spaventati. Ci siamo lamentati che il pubblico non ci capiva più. Che Facebook e Google ci avevano rovinati. Che le persone non si fidano più di noi per colpa dei siti di fake news e perché ormai si bevono tutto.

È per questo che ricostruire il rapporto di fiducia è fondamentale, è la cosa più importante di tutte. Ma per farlo bisogna invertire la rotta, riconoscere gli errori, smettere di lamentarsi e di dare la colpa agli altri, tornare a capire che la relazione con i nostri lettori è quanto di più importante ci sia.

Come si ricostruisce? Per esempio:

  • con lo studio
  • con l’umiltà
  • con l’accuratezza
  • con la dedizione e la passione
  • con il dialogo con i lettori
  • con il rispetto del lavoro e del lettore
  • costruendo rapporti diretti
  • esplorando nuovi modelli di business
  • smettendo di pensare di sapere tutto, di essere depositari della Verità, di essere i moralizzatori
  • costruendo prodotti frictionless (facili da comprare, da capire, da fruire, da commentare)
  • smettendo di fingere di essere neutrali
  • smettendo di riempire l’ecosistema di contenuti perché si è sempre fatto così e puntando sui contenuti di valore per i lettori

Insomma, il recupero della fiducia è possibile e il dovere di tutti coloro si trovano a operare nel mondo del giornalismo in questo momento è riconquistarla. Al più presto.

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