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Quantità e velocità, un altro equivoco del giornalismo

Come si può pensare che un programma di approfondimento giornalistico possa fare gli ascolti del Festival di Sanremo? O che le persone che vogliono leggere (magari pagando) un reportage sulla Siria siano tante quante quelle che cliccano su un articolo sui piedi dell’ex ministro Boschi? Perché ci piacciono i numeri grossi? Perché ci siamo cascati? È davvero solo una questione di metriche di vanità e di ego?

Categorie: Giornalismo

«Essere Slow solo per essere slow sarebbe stupido». Lo ha detto Carlo Petrini a proposito di Slow Food. Lo ribadiamo qui a proposito di Slow News. Ma se è stupido essere Slow solo per essere slow, cosa dovremmo dire di essere veloci solo per fare bene?

Un altro degli equivoci del giornalismo contemporaneo è stato quello di interpretare il digitale non solo in termini di spazi da riempire, ma anche in termini di quantità e di velocità.

A dire la verità, la quantità è una metrica ingannevole utilizzata troppo spesso per determinare anche criteri qualitativi. Sul tema, una bellissima lettura è Solving journalism’s hidden problem: Terrible analytics, di Tom Rosenstiel.

Quantità e qualità non sono necessariamente antitetici e di certo non sono sinonimi. Come si può pensare, infatti, di competere quantitativamente in un ecosistema in cui miliardi di persone possono produrre, pubblicare e rendere raggiungibili in maniera facilissima milioni di contenuti al minuto?

E come si può pensare di competere in termini di velocità? Soprattutto in un’era in cui tutti si sono trasformati in produttori di contenuti, in emittenti, questa illusione è una follia: non possiamo arrivare prima. Nemmeno sulla cronaca locale, dove verosimilmente i gruppi su Facebook, i gruppi su WhatsApp sono per forza di cose più veloci dei giornalisti stessi.

Ma chi l’ha detto, che la velocità sia necessariamente una qualità del giornalismo? Il doppio equivoco, d’altra parte, è figlio di una serie di convinzioni che si perpetrano. Che il percepito di un giornale dipenda da quanto è spesso quando lo compri. Che “vincere una serata” in tv sia una frase che voglia dire qualcosa. Che un reportage sia bello perché lungo.

Non è così. E la retorica dell’emergenza, nel giornalismo come nella nostra vita quotidiana, fa male, peggiora le cose, ti fa dimenticare che si deve lavorare in termini di previsione, prevenzione. Che bisogna fare i compiti prima per non correre dopo. Che ci vuole il tempo che ci vuole. Per crescere, per imparare, per lavorare bene, per farsi leggere, perché il giornalismo non si riduca a una commodity ma recuperi una centralità per le persone che vogliono ancora sostenerlo.

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