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24 e 25 aprile 1945

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È l’aprile del 1945 e mentre le truppe alleate sbarcate quasi un anno prima in Francia si fanno strada faticosamente in una gara contro il tempo e contro il loro alleati sovietici, in Europa si combatte ancora su tutti i fronti. Il Terzo Reich è ormai alle corde. Berlino è quasi accerchiata, stretta dall’avanzamento degli americani, da ovest, e dei sovietici, da est. Hitler è nel suo bunker. Parigi è libera da quasi un anno. A Londra, mentre gli ultimi attacchi di missili V2 colpiscono la città, si inizia a pensare alla ricostruzione. Negli Stati Uniti, addolorato dalla morte del presidente Roosvelt, Harry Truman diventa il 33esimo presidente, mentre nel Pacifico la guerra infuria violentissima, soprattutto a Iwo Jima. Intanto, in Italia, le truppe alleate avanzano verso nord, lentamente, in parte ancora bloccate sulla Linea Gotica dalla forte resistenza delle truppe tedesche e da quelle italiane rimaste fedeli a Mussolini.

In tutto il nord Italia migliaia di partigiani, in città e sui monti, si stanno preparando all’offensiva finale. Il ventiduenne Italo Calvino, che si fa chiamare Santiago, combatte sulle colline vicino a Imperia, mentre Cesare Pavese si è nascosto nel Monferrato, e aspetta. Ezra Pound, che appoggia la Repubblica Sociale, è a Milano. Kurt Vonnegut, sopravvissuto in un mattatoio al terribile bombardamento di Dresda, è da qualche parte, tra Dresda e il confine cecoslovacco, prigioniero dei tedeschi. Ernest Hemingway sta vivendo mesi difficili, tra emicranie, polmoniti e un divorzio, tutte cose che lo tengono lontano dalla guerra. George Orwell, invece, segue l’avanzata delle truppe americane in Germania. Entro un paio di mesi verrà pubblicato il suo La fattoria degli animali, finito da due anni, ma lui ancora non lo sa.

Il 24 aprile è un martedì. E mentre alle 11 e 50 del mattino Orwell è a Stoccarda e cammina nelle macerie, a Milano, nell’ufficio di Corrado Franzi, direttore della filiale milanese della Banca Commerciale, suona il telefono. Dall’altra parte dell’apparecchio c’è un suo collega di Genova e quel che ha da dirgli è una cosa molto importante: la città è insorta, dall’alba si sentono raffiche di armi leggere in città, ogni tanto si sente anche qualche colpo di mortaio.

Gli dice anche che c’è confusione, che i tedeschi non si sono ancora arresi, anche se quasi tutti i centri di potere sono in mano ai partigiani delle squadre di azione patriottica (Sap) e alla popolazione, che si è unita alla lotta: il carcere di Marassi, il municipio, le centrali telefoniche, la prefettura, le case del fascio, persino la Casa dello studente, sede del comando delle Ss, sono già state prese.

Mentre i due parlano al telefono si spara ancora in piazza De Ferrari, proprio davanti alla facciata del Carlo Felice, l’unica parte del teatro che ha resistito ai bombardamenti alleati. Appena Franzi mette giù il telefono manda subito a chiamare Leo Valiani, membro del Partito d’Azione e del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Un’ora dopo, che Genova è insorta lo sanno anche Sandro Pertini, socialista, Emilio Sereni e Luigi Longo, entrambi comunisti. Sono i vertici del Cln Alta Italia. Mentre i quattro decidono di proclamare lo sciopero generale e l’insurrezione per l’una di pomeriggio del giorno dopo, mercoledì 25 aprile, non possono sapere che, a pochi chilometri di distanza, nei pressi di viale Monza, una squadra di sappisti della 110^ brigata Garibaldi è già impegnata in uno scontro a fuoco con una pattuglia di repubblichini: l’insurrezione, anche a Milano, è cominciata.

A Genova è pomeriggio, e splende il sole. Sono le tre e fa già abbastanza caldo, è una primavera mite. Con azioni precise e mirate i partigiani hanno bloccato la città, chiuso le linee telefoniche e interrotto le linee ferroviarie. Nelle stesse ore, a La Spezia, le truppe alleate entrano in città.

Alle tre del pomeriggio anche a Milano c’è il sole. Non lontano dall’ospedale di Niguarda, nella zona nord-est della città, un paio di camion tedeschi cercano di sfondare un posto di blocco improvvisato dai partigiani. Nel conflitto a fuoco muore una ragazza che da qualche mese si fa chiamare Lia. Il suo vero nome è Gina Galeotti Bianchi ed è la prima a morire per liberare Milano.

Intorno alle 7, mentre i partigiani di Niguarda posano già sulle barricate per le prime fotoricordo, a Torino comincia a girare un telegramma del Cln che inizia con una frase incomprensibile ai più: «Aldo dice ventisei per uno». È il segnale che in molti aspettavano. Ventisei sta per 26 aprile e una è l’ora decisa per l’inizio dei combattimenti, che però, in molte zone del nord Italia, sono già cominciati spontaneamente.

È arrivata la sera anche a Genova e come in tutte le serate primaverili in riviera, c’è aria e fa fresco. C’è un clima irreale, in moltissimi hanno una gran paura, per due ottimi motivi. Il primo è un comunicato del generale Meinhold, comandante delle forze tedesche, che ha minacciato di distruggere la città. Il secondo è una voce che gira parecchio e che attesta la presenza, sulle colline, di più di 60 pezzi di artiglieria pesante in mano ai tedeschi. È tutto vero, i pezzi di artiglieria ci sono, e sono 65, ma fortunatamente Meinhold non arriverà ad usarli.

Anche a Milano, in serata, la tensione è altissima. All’ospedale Niguarda, i partigiani stanno assaltando la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana per fare incetta di armi e munizioni e armare la popolazione. Alla Pirelli gli operai si asserragliano negli stabilimenti e preparano la resistenza del giorno dopo. L’ordine è difendere le fabbriche, a tutti i costi. Nello stesso momento, a Stoccarda, George Orwell è tornato nella sua stanza e sta mettendo in ordine gli appunti per un articolo che inizierà a scrivere il giorno dopo. È un pezzo per l’Observer, uno di tanti scritti da Orwell dalla Germania, verrà pubblicato il 29 aprile con il titolo The Germans Still Doubt Our Unity: The Flags Do Not Help. Sempre in Germania, vicino ad Halbe, alle porte di Berlino, 280mila soldati sovietici hanno accerchiato quel che resta della Nona Armata tedesca. Il giorno dopo, in quelle zone, sarà un inferno.

A Cuneo si è sparato tutto il giorno e ora, che è arrivata mezzanotte, la città è silenziosa. In un commissariato di polizia, un partigiano di nome Attilio Martinetto aspetta con altri cinque compagni di essere fucilato e scrive una lettera alla moglie che inizia così: «Amore mio diletto, è mezzanotte e ancora stiamo chiacchierando allegramente. Siamo tutti cinque assieme e si scherza…». Finita la lettera cerca di addormentarsi, ma senza fortuna.

Anche George Orwell, a Stoccarda, fatica a prender sonno, da due anni ha finito di scrivere una favola allegorica del potere con al posto degli uomini gli animali a cui tiene molto, ma il suo editore non ha intenzione di pubblicarla prima della fine della guerra, Stalin potrebbe non gradire. Chissà se qualcuno la leggerà mai, si chiede Orwell.

Tra i primi a svegliarsi, intorno alle 3 del mattino del 25 aprile, ci sono i piloti della 8^ flotta dell’Air Force statunitense, di stanza in Inghilterra. Alle 3 e mezza stanno già ascoltando gli ordini di attacco, che per loro sarà l’ultimo della guerra. Un’ora dopo sono già in volo. L’obiettivo dei bombardieri è una fabbrica della Skoda a Pilsen, in Cecoslovacchia. È la più grande fabbrica di armi che ancora resta alla Germania, ed è anche l’ultima.

Alle sei del mattino, mentre i bombardieri americani sorvolano Amsterdam, Milano è ancora silenziosa, anche se c’è già molto fermento. In via Pergolesi, Leo Valiani ha un appuntamento con Mario Rollier. Deve consegnargli gli ordini di insurrezione, in modo che le faccia avere al più presto a Egidio Liberti, comandante delle brigate di Giustizia e libertà. Poco dopo, al numero 82 di viale Monte Nero, anche Lelio Basso e Corrado Bonfantini, del comando generale delle brigate Matteotti, fanno partire l’ordine di insurrezione alle formazioni cittadine. Intanto, gruppi di operai armati si dirigono alle fabbriche, alcune già occupate. Alla Innocenti di Lambrate, dove due anni dopo si cominceranno a produrre le Lambrette e ripartirà l’Italia, un gruppo di operai si arrampica sul tetto della fabbrica e fa sventolare una bandiera rossa. Festeggiano, ma non sanno che la battaglia per la Innocenti e per liberare la città non è ancora praticamente iniziata.

A Genova è dall’alba che si è ripreso a sparare. I tedeschi in città fanno ancora resistenza. A Cuneo, il partigiano Attilio Martinetto e i suoi cinque compagni vengono portati davanti al plotone di esecuzione e fucilati.

Alle 8, a Milano, in via Copernico, il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia è al gran completo. Devono ratificare tre decreti d’urgenza per assumere i poteri civili e militari, per amministrare la giustizia e per giudicare i gerarchi e i membri del governo fascista: la pena prevista è la morte. Contemporaneamente, lungo viale Campania, una colonna di partigiani e cittadini sta camminando in direzione di piazza Leonardo da Vinci. Sono in 340, in tutto hanno 5 fucili mitragliatori, 17 fucili automatici, 56 pistole e alcune bombe a mano. Nel giro di un’ora hanno occupato la sede del Politecnico.

Alle 10 meno venti, si arrendono i presidi tedeschi dei quartieri di Voltri e Prà. Poi, intorno alle 10, un gruppo di studenti universitari insieme a una decina di uomini delle Sap attacca l’altura di Granarolo, ancora presidiata dai tedeschi. L’obiettivo è prendere la stazione radio. Nello stesso momento, in un’ambulanza che viaggia a sirene spiegate, c’è un uomo con due lettere in tasca e l’ordine di consegnarle nelle mani del generale Gustav Meinhold. Quell’uomo, che si fa chiamare professor Stefano, è sul serio un professore, ma in realtà si chiama Carmine Romanzi, ha 32 anni, e nel dopoguerra diventerà Magnifico Rettore dell’Università di Genova, in via Balbi. Dentro quelle buste c’è l’ordine di resa per i tedeschi, senza condizioni.

La prima reazione di Meinhold, quando capisce di che si tratta, è il rifiuto. Il tedesco rinnova la minaccia di bombardare la città se non sarà concesso ai suoi di ritirarsi con le armi. Il professor Stefano non si scompone, si aspettava che non sarebbe stato semplice. Allora lo guarda negli occhi e gli fa presente, con voce calma, che su tutte le vie di fuga dalla città troverà partigiani armati. Se vogliono possono provarci, gli dice, sono in tanti tra i suoi a non aspettare altro, ma sarebbe un bagno di sangue. Il tedesco vacilla, ma ha capito: non c’è più nulla da fare. Ci pensa qualche minuto, guarda fuori dalla finestra. Poi afferra la pistola, la estrae dal cinturone, la fa girare nel pugno e la porge a Romanzi. Ha accettato i termini della resa. Quel gesto sancisce la sua promessa.

A Milano, nei locali dell’Arcivescovado il Cardinale Schuster è molto preoccupato. È convinto che la ribellione in atto in città porterà al potere i comunisti e vuole fare qualcosa per impedirlo. Sono circa le undici e mezza, piazza Duomo è deserta. A Sesto San Giovanni l’ultimo tram di tutta la giornata sta per partire per la sua ultima corsa. Nel frattempo, in centro, squadre volanti occupano la sede del Corriere della Sera e della Gazzetta dello sport.

Gaetano Afeltra è un giovane giornalista, ma da quasi due anni — dopo l’8 settembre 1943 — si è autosospeso. Ora è tornato in città con un collega più anziano, Mario Borsa. Insieme ad altri due colleghi del Corriere della Sera decidono che il giorno dopo il giornale deve uscire a tutti i costi, ma con un nome diverso dal solito. Afeltra si dà da fare, ma gli servono più uomini. In particolare ha bisogno di un redattore, una penna buona che ascolti i suoi racconti dalla strada e in redazione scriva il pezzo. Mentre ci pensa ha già in mente chi chiamare. Si tratta di un collega, uno bravo. Ma c’è un problema: di politica non si è mai occupato e in molti non gli perdonano l’aver continuato a lavorare per i fascisti Afeltra decide che non importa e lo manda a chiamare. Poco dopo, il suo uomo arriva in bicicletta: si chiama Dino Buzzati, scrive di cronaca, e il pezzo che manderà in stampa all’alba del giorno dopo, sotto la testata Il Nuovo Corriere, si intitolerà Cronaca di ore memorabili.

È l’una. L’ora decisa dal Cln per lo sciopero generale e per l’inizio dell’insurrezione, che però è già cominciata da qualche ora. In quel momento, alla Innocenti di Lambrate, la 118^ Garibaldi prende possesso degli stabilimenti e arresta 15 repubblichini. Vengono approntate le difese, ma gli uomini che restano sono troppo pochi.

Nell’ambulanza che aveva portato fuori Genova Carmine Romanzi e le sue due lettere, il generale Meinhold viene scortato in città, dove un paio di ore dopo, alla presenza dei vertici del CLN genovese, firmerà la resa dei suoi: è il primo e unico atto di resa firmato durante la seconda guerra mondiale da un generale tedesco al cospetto di formazioni irregolari.

Più o meno alla stessa ora, poco lontano da Torgau, in Germania, quattro soldati americani della 69^ divisione fanteria stanno perlustrando il fiume Elba, ma disobbedendo a un ordine del loro generale, Dwight Eisenhower, lo attraversano. Arrivati dall’altra parte, i quattro incontrano una pattuglia della 58^ divisione fanteria dell’esercito sovietico. Gli ufficiali più alti in grado si guardano: l’americano non sa il russo, il russo non sa l’inglese. Non sapendo cos’altro fare, si stringono la mano. Per la prima volta dall’inizio della guerra, il fronte occidentale e quello orientale si sono congiunti. Proprio negli stessi minuti, a Berlino, l’avanguardia dell’Armata Rossa entra in città.

Sono le cinque del pomeriggio. A Stoccarda George Orwell sorseggia un tè, finisce di scrivere il suo articolo, ma in testa ha sempre il suo romanzo ancora inedito. Intanto, in piazza Fontana, a Milano, è arrivato anche Benito Mussolini. Insieme a lui e al cardinale Schuster ci sono il generale Cadorna e i rappresentanti del Cln. A Mussolini viene intimata la resa incondizionata e gli viene annunciato che i tedeschi stanno già trattando. Lui prende tempo, dice di aver bisogno di un’ora, dopodichè tornerà a concludere le trattative. Schuster e gli altri sono d’accordo e lo lasciano andare. Scendendo le scale dell’Arcivescovado, Mussolini incrocia un uomo trafelato che sale di corsa, è Sandro Pertini, è armato, e non l’ha riconosciuto. Anni dopo, Pertini dichiarerà che, se lo avesse riconosciuto gli avrebbe sparato, senza indugi.

A San Francisco è mattina presto e in città ci sono quasi 50 delegazioni straniere. Ad aprire l’incontro internazionale è il presidente americano Truman, in carica da soli 13 giorni. Il suo discorso inizia così: «Il problema che dobbiamo affrontare qui consiste sostanzialmente nell’istituire un’organizzazione efficiente, per la soluzione delle contese tra le nazioni. Non possiamo più permettere che alcuna nazione o gruppo di nazioni cerchi di affermare le sue pretese con le bombe o con le baionette». Sta parlando delle Nazioni Unite, che stanno per nascere.

In Italia ormai sono le sette di sera ed è tutto molto concitato. Su Milano il cielo si annuvola e cade qualche goccia di pioggia. Mussolini non ha mantenuto la promessa e all’Arcivescovado non ci è tornato. Mentre a Genova il generale Meinhold sta per firmare la resa, Mussolini sta scappando verso nord, in direzione di Como, per poi cercare rifugio in Svizzera. Non ci arriverà mai.

A Torino non è ancora cominciato quasi niente, e alle 21 al comando delle forze partigiane arriva uno strano ordine americano: «non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando piazza». È l’ennesimo tentativo del colonnello John Melior Stevens, rappresentante degli Alleati, di non perdere il controllo sui partigiani comunisti. L’ordine viene ignorato. Sono le dieci di sera, vicino a Busto Arsizio, in provincia di Varese, l’emittente radiofonica della Repubblica sociale italiana sta ancora trasmettendo, ma al posto del solito telegiornale va in onda un comunicato che inizia così: «L’Alto Milanese è liberato dai patrioti italiani!». È un comunicato partigiano, è il primo annuncio pubblico della liberazione.

A Genova è piena notte, i tedeschi fuori città si sono arresi, ma c’è ancora un gruppo, capitanato dal capitano di vascello Max Berninghaus, che non riconosce la resa firmata dal generale Meinhold e lo dichiara colpevole di alto tradimento. Si arrenderanno poche ore dopo. A Milano il 26 aprile ci si sveglia con il suono di copi di armi automatiche, alle prime luci dell’alba, un commando della Guardia di finanza conquista la prefettura. Un paio d’ore dopo, Riccardo Lombardi, azionista, diventa prefetto di Milano, mentre, Antonio Greppi socialista, diventa sindaco.

Nella sede del Corriere della Sera, in via Solferino, Dino Buzzati sta battendo i tasti della sua macchina da scrivere: «Mentre andiamo in macchina — scrive — i combattimenti continuano. Nelle primissime ore di stamane i reparti partigiani hanno già occupato la Prefettura, la sede dell’Eiar, l’ufficio della Questura centrale e i commissariati di polizia». Poi mette un punto, tira fuori il foglio, rilegge e manda in tipografia.

Buzzati ha ragione, fuori si continua a sparare, truppe tedesche sono ancora trincerate nel collegio dei Martinitt di Lambrate, nella Casa dello studente di via Pascoli e nel palazzo dell’Aeronautica di piazza Novelli. Si arrenderanno solo all’arrivo delle colonne partigiane dell’Oltrepò Pavese, il 28 aprile. Quel pomeriggio a Genova circa seimila soldati tedeschi sfilano disarmati in via XX settembre, sotto i portici che costeggiano la strada, leggermente in salita, migliaia di genovesi assistono festanti a quella triste sfilata. In molti si rendono conto, per la prima volta, che maggio è vicino e che tra un po’ si andrà al mare.

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