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C’era una volta un candidato

«Attualmente sono Analogical driver and human resource delivery manager». Dice così di sé, Marco Manna, nel suo “profilo candidato” che si trova sulla Piattaforma Rousseau [1]. E aggiunge: «in passato mi sono occupato di commercio estero, vendita e distribuzione di fiori recisi per l’est Europa». Il resto del curriculum è più o meno istituzionale. Ma è in altre comunicazioni quell’istituzionalità viene meno: «Metterò nella mia segreteria parenti e amici, come ha fatto Di Maio», dichiara nell’intervista che ha rilasciato a il Mattino. Nella medesima intervista spiega anche il senso di quelle sette parole in inglese che descrivono il suo lavoro: «Sono un camionista». «Ma detta così fa più americano», aggiunge al Corriere del Mezzogiorno. E su Facebook rincara la dose definendosi «Accountant Consulting Space Pro-Driver»:.

A scrollare la pagina Facebook di Manna durante i mesi di febbraio e marzo del 2019 si ha la garanzia di far incetta di questo tipo di messaggi, dove il sarcasmo e l’ironia si mescolano ad un peculiare attivismo politico.

Facciamola breve: Marco Manna, attivista del Movimento 5 Stelle fin dai tempi dei meetup [2], ad un certo punto, in polemica con il suo stesso partito che pure continua a sostenere, decide di candidarsi alle Elezioni europee del 2019. Per arrivare alla candidatura definitiva, deve avere i voti sulla Piattaforma Rousseau, perché è così che funziona il Movimento 5 Stelle.

I toni della sua comunicazione per ottenere i voti che gli servono sulla Piattaforma sono quelli che abbiamo visto: provocazioni, ironia, battute.

Fa girare fotomontaggi improbabili di sé, usa gli hashtag più assurdi, tipo #TuttoFaBrodo (per raccattare voti, naturalmente), #SonoGrillino ma anche #OdioMarcoManna e #TengoFamiglia (hashtag che dovrebbe giustificare, sempre con il registro del sarcasmo, certe sue esternazioni. Come dire che il fine giustifica i mezzi). C’è chi capisce il gioco. Chi si arrabbia. Chi lo accusa. Chi lo sostiene con la medesima comunicazione situazionista.
Qualcuno lo prende sul serio, sia fra chi appartiene al Movimento sia fra gli avversari politici.

Il problema del sarcasmo e dell’ironia, in effetti, è che sono due registri metatestuali e attraverso la parola scritta, magari senza conoscere bene il contesto o l’autore, magari leggendo in velocità, semplicemente si rischia di non coglierli affatto per quel che sono.

Così, per esempio, fra alcuni sostenitori ed esponenti del PD, gira su Facebook, ricondivisa, l’intervista accompagnata dal commento

«Questo grillino si candida alle elezioni europee per portare parenti e amici a Bruxelles “come ha fatto Di Maio” dice lui. Roba da matti».

La prima condivisione su Facebook con questo commento sarebbe arrivata da una deputata PD (Alessia Morani), poi ricondivisa da Pina Picierno. Il post, tuttavia, risulta rimosso.

Nel frattempo, però, Manna è già andato oltre e si è autoproclamato “troll pagato del PD”.

Anche raccontarla, questa metatestualità, è faticoso e richiede troppe parole: è come quando cercano di spiegarti una barzelletta o di raccontarti un sogno.

Per questo, dato il contesto, abbiamo pensato che ce ne fosse abbastanza per decidere di intervistare Manna, per capirci qualcosa di più: se abbiamo l’obiettivo di raccontare la realtà della partecipazione politica in Italia, dobbiamo farlo a partire da situazioni complesse, che diano conto senza pregiudizi di una realtà non binaria.

Contatto Manna su Facebook e concordiamo di sentirci il 5 marzo 2019.

Quando lo chiamo è in pausa dal lavoro. Gli spiego che questo sarà un pezzo “lento” e non so ancora quando uscirà, perché i pezzi su Flow escono quando siamo pronti e quando pensiamo che sia il momento. E poi cominciamo.

Come ti sei avvicinato al mondo dei Meetup?

La mia storia con la politica parte da lontano. Vivevo in un ex complesso scolastico da dopo il terremoto e praticamente siamo stati abbandonati là. Così abbiamo iniziato a fare delle lotte per la casa. Queste lotte mi hanno fatto avvicinare alla sinistra antagonista: io non sono andato a scuola, in quegli ambienti mi sono formato anche un po’ culturalmente. Quel mondo, però, col tempo mi ha deluso, perché ci sono state persone che hanno iniziato a fare la carriera politica e hanno cominciato a dimenticarsi delle battaglie, delle promesse fatte, del cambio radicale del mondo di pensare che proponevamo.

Così, quando nel 2005 è uscito Grillo con questo soggetto nuovo, quasi anarchico – perché io tendenzialmente mi ritengo una persona anarchica – mi sono avvicinato a lui, perché in quel soggetto eravamo tutti quanti sullo stesso livello. Non c’era qualcuno che doveva predominare, c’erano solo delle idee, non c’erano gli interessi dei singoli da mettere avanti al resto.
Per me è stato naturale iniziare a partecipare ai mondi dei Meetup.
Il primo Meetup in Campania è stato quello di Napoli, aperto da Roberto Fico nel luglio del 2005. Pochi mesi dopo iniziai a partecipare insieme a loro alle attività.

Cosa hai trovato di diverso rispetto ad altri ambienti politici? 

Nel Meetup mi colpiva il fatto che ogni cittadino normale potesse avvicinarsi alla politica. Sai com’è, a volte si fanno proposte politiche, però poi devi far attenzione alla linea del partito che tu sostieni, se no qualche volta quella proposta non è supportata. Come succede adesso nel Movimento 5 Stelle!
Ma per com’era pensato il movimeto prima, qualsiasi cittadino aveva la libertà di poter proporre e di poter decidere insieme.
Tu facevi una proposta. Non è detto che andasse a buon fine, ma se riuscivi a organizzarti, allora diventava una proposta concreta da portare, ad esempio, nei comuni. Oppure spingevamo per i referendum, come abbiamo fatto con quello dell’acqua. Tutti potevamo incidere ed essere protagonisti diretti della politica.

Che cos’è cambiato?

È cambiato che da movimento di protesta siamo diventati un movimento politico.
E forse l’abbiamo fatto troppo presto, perché lo slogan 1 vale 1 era per dire che se io e te abbiamo le stesse caratteristiche, le stesse capacità, io valgo quanto te. Ora questo non succede più, come in tutti i partiti.
Tutto questo successo arrivato all’improvviso non ci ha dato la possibilità di trovare degli strumenti adatti per cercare di far entrare anche nella testa delle persone questi concetti nuovi che esprimeva il Movimento 5 Stelle.
Li abbiamo messi da parte per darci ai concetti della politica che contestavamo fino a poco tempo prima di entrare in Parlamento.

Pensi che avreste dovuto rimanere al di fuori del meccanismo?

Mah, se guardi la situazione adesso, adesso penso di sì, forse sì. Ma per come l’avevamo impostata noi, all’inizio, il nostro era proprio un cambio di paradigma della visione politica. Per questo ti dicevo prima che se avessimo avuto più tempo per riuscire a portare a termine questa rivoluzione culturale, può darsi che fra qualche anno avremmo avuto una forza politica veramente libera e veramente capace di decidere come governare il Paese, senza correre appresso ai sondaggi come si fa oggi oppure agli slogan per far vedere che stiamo facendo bene.

C’è autocritica all’interno del Movimento, rispetto a questi temi?

Ad alte sfere, questa cosa dell’autocritica non esiste. È diventata comunicazione politica. Come la comunicazione politica del renzismo, del berlusconismo, di Salvini: diciamo che tutto va bene, che tutto sta andando alla grande. Lo vedi pure dalle dichiarazioni di Di Maio, no, che continua a ripetere all’infinito che nel Movimento va tutto bene, che non ci sono divisioni, che non ci sono spaccature.
E invece le divisioni ci sono, perché noi che siamo sui territori sentiamo tutti gli attivisti. E fra quelli attivi ci sono le critiche.
Poi c’è l’elettorato. Quello magari non si lamenta, magari all’elettorato va bene così. Però l’elettorato è mobile. L’abbiamo visto sempre negli anni, con Berlusconi, con Renzi:quell’elettorato là, quello che non è attivo, si sposta, si aggrega, magari per un certo motivo, poi però quello slogan non va a buon fine e allora ti abbandona. Allora io mi preoccupo della lamentela dell’attivista, di quello che ci mette impegno, che ci mette la faccia. A quel livello, la critica c’è. A livello parlamentare qualcuno parla, ma magari qualcuno è timoroso oppure non è portato a fare battaglie oppure, più semplicemente, c’è qualcuno che vuole tenersi il posto.

Il M5S come partito patirà l’alleanza con Salvini? 

Il M5S attuale per prima cosa dovrebbe diventare un partito.
Perché adesso stiamo mischiando un po’ di tutto: stiamo mischiando la (finta) democrazia diretta – avevamo detto che dovevamo farla ma non la stiamo facendo – con la finta struttura di un partito che non c’è. E questo crea ancora più confusione.
Io credo che sia evidente che l’alleanza con la Lega ci abbia indeboliti, è già sotto gli occhi di tutti. Si vede già dalla partecipazione agli eventi dal vivo, dalla partecipazione alla vita del movimento stesso.
Domenica mattina [il 3 marzo 2019, ndr] sono stato a un incontro di comitati, No Tav, No Tap, No Ilva, No Mous. Cerano tutte queste sigle. In altre occasioni eravamo sempre presenti, anche senza bandiera. Perché un pregio del movimento era proprio che non abbiamo mai politicizzato le attività alle quali abbiamo partecipato in tutti questi anni: abbiamo organizzato manifestazioni senza mettere simboli, partecipando con tutti i movimenti. Però domenica mattina non c’era nessuno del Movimento 5 Stelle. Ed era uno di quegli incontri che noi dieci anni fa facevamo con Grillo, cioè eravamo noi che li mettevamo insieme.
A Napoli li abbiamo fatti con 50mila persone in piazza, tutti i comitati. Oggi, quelle persone, non ci vedono più come interlocutori.

Quattro anni fa abbiamo fatto la marcia della Terra dei Fuochi: ero uno degli organizzatori. C’erano tutti i parlamentari del M5S, è venuto addirittura Di Battista, senza simbolo, senza prendere la parola, da semplice attivista. Si è messo in coda ed ha partecipato a quella manifestazione. È stato un grande gesto da parte della politica. Ma adesso i nostri politici non vengono nemmeno più a metterci la faccia, in cose del genere.
Questo è il cambio di passo che c’è stato.

E quindi, è per questo che hai deciso di candidarti per le Europee?

Sì. Anche se nel Movimento di una volta probabilmente non l’avrei fatto. Mediatamente io ho un certo seguito, non solo sui social, perché organizzo manifestazioni, sto in mezzo alla strada, organizzo scioperi, mi conoscono. Però non mi ero candidato alle grandi competizioni, mi sono candidato solo nel mio comune e alle regionali.
Ma nel vecchio movimento avrei dato spazio a persone che possono avere più competenze che posso avere io, che poi di mestiere faccio l’autista, non è che io sia ‘sta cima.
Ma nel movimento attuale, dove non viene premiato il merito ma viene premiata la persona che è amica del Parlamentare X o amico del parlamentare Y e poi alla fine magari va là e si dimostra, diciamo, slegata dal territorio, disinteressata alle problematiche per le quali è arrivata a ottenere quel posto, allora perché dovrei fare un passo indietro?
Nel 2015, quando abbiamo fatto la prima lista regionale in Campania è stato un casino trovare i candidati, perché ognuno di noi proponeva l’altro in quanto vedeva nell’altro delle capacità e delle competenze superiori alle proprie. E quella è stata una bella cosa. È stata una lista formata su capacità, competenze, sul lavoro svolto e riconosciuto dagli attivisti. Oggi noi non è più così. Ci sono quelli che fanno gli assistenti dei parlamentari per 6 mesi, e poi ti ritrovi i parlamentari che li nominano sul blog dicendo «vota questo, vota quello». Oppure tocca all’amico, al parente.
Pure adesso per le Europee se vai a spulciare la lista, ci sono candidati che tre anni fa hanno preso  300 click e stanno in parlamento e oggi ti propongono un altro amico anonimo, che non si è mai visto dal vivo, che magari un domani entra in lista. Magari portarli in Parlamento Europeo sarà diverso, perché non ci sono le liste bloccate e bisogna mettere il nome del candidato sopra la scheda. E a quel punto magari parecchi di loro non ci riusciranno. Però è emblematico, quello che succede.

È come se il sistema della rappresentanza si fosse appropriato del movimento?

Sì. Abbiamo addirittura messo persone come Spadafora [3], no? Io non ho nulla da dire sul suo lavoro come sottosegretario. Ma lui non appartiene al progetto, viene da un mondo politico dove si campa di nomine. È un mondo che a noi non appartiene. Una persona del genere, se vuoi fare come avevamo detto che si dovesse fare, la fai passare dal blog. Se il blog lo riconosce come suo rappresentante, allora lo porti in Parlamento. Ma se tu lo metti in quota “società civile”, allora a me sembra una persona calata dall’alto, come succede in tutti i partiti. Come faceva Renzi, la stessa cosa la fa Di Maio.
Ora vedremo per le Europee: dei mister X di cui nessuno conosce l’esistenza, diventeranno gli idoli della folla grillina.
Cioè, questa a me sembra una cosa assurda: abbiamo criticato questi atteggiamenti negli altri partiti, invece ora li prendiamo come atteggiamenti normali.

Ho letto la tua intervista al Mattino e l’ho trovato un atto di “trolling” politico. Quali sono state le reazioni?

Mah, le reazioni sono varie.
Ci sono quelle che mi dicono che sono del Pd. Ma quando scrivo, per esempio, che «non ho i 50mila euro per comprarmi la candidatura nelle liste del PD, allora ho optato per la candidatura nel M5S», lo dico ironicamente.
La cosa che proprio mi stupisce sono i messaggi che mi arrivano in privato, di persone che mi dicono “tu stai esagerando a scherzare”: esagerando i toni c’è un fondo di verità che lascia pensare. Perché ci sono candidati o parlamentari uscenti che non abbiamo mai visto sui territori e negli ultimi giorni stavano facendo una via crucis per convincere gli attivisti a votarli. E questa cosa qua è paradossale.

C’è autoironia nel Movimento 5 Stelle?

Grillo, con cui ho avuto il piacere di confrontarmi varie volte in questi anni, diceva sempre che non dovevamo prenderci troppo sul serio. «Voi dovete pure essere capaci di fare ironia su voi stessi, perché prendersi troppo sul serio può diventare pericoloso, la fede può essere più pericolosa di una scienza sbagliata». Questo è il concetto che lui ci ha sempre espresso. E anche questo mi ha fatto avvicinare a lui. Il suo modo ironico di fare.
Adesso siamo diventati istituzionalisti. Sono diventati tutti come Di Maio, che è uno che scherza meno. Ma quello è il suo carattere personale, non c’è bisogno di imitarlo.

Hai contatti con chi si occupa della comunicazione?

No. Quella parte è lontana dagli attivisti, dal territorio, non sappiamo nemmeno chi sono.
Lo sappiamo perché escono nomi sui giornali, però non facciamo più incontri per conoscere chi sono. Tra parlamentari, assistenti, portaborse, ognuno di loro ha ruoli, poteri di veto e di decisioni sugli attivisti, quando prima eravamo tutti uguali nelle decisioni. Ora c’è una gerarchia.
Ma a differenza di un partito vero, questa gerarchia ha dei problemi.
Noi critichiamo il PD, però nel bene e nel male il PD fa le primarie, ha una struttura, se io ho un problema a livello locale posso parlare con un referente provinciale, in un partito.
Qua invece tu non hai con chi parlare. Non esistono intermediari. C’è “il capo” e poi ci sono tutti gli attivisti. Se io vedo una cosa anomala e voglio denunciarla, mi dicono di mandare un’email al blog. Tu mandi l’email però non sai… non prendono in considerazione quel che dici. Da noi si potrebbe candidare chiunque, tu puoi mandare tutte le email che vuoi, ma se questa persona porta voti, magari poi rimane dove sta.

Che cosa speri di ottenere con la tua candidatura?

Io credo che la candidatura non me la faranno portare avanti. Di Maio, a differenza di Grillo, non ha il senso dell’umorismo. Probabilmente per questa cosa mi faranno fuori. È già successo con altre persone che avevano usato toni simili.
Io vorrei far aprire gli occhi alle persone, magari giocando in questo modo. Esasperando i toni come sto facendo, ma partendo sempre da un punto di verità.

***

Oggi pubblichiamo per la prima volta questa intervista. Si vota per le Elezioni Europee 2019.
Marco Manna non è candidato: non ha passato il primo turno sulla piattaforma Rousseau.
Se fosse stato diversamente, quest’intervista l’avremmo pubblicata ancora più il là nel tempo.
Ma sul suo profilo Facebook le sue considerazioni politiche continuano.

***

Per approfondire:

[1] La piattaforma Rousseau
[2] I Meetup spiegati sul sito di AGI
[3] Vincenzo Spadafora: Il profilo ufficiale – La storia su Wikipedia

 

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