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«Ci siamo affaticati per decenni cercando di capire che tempo farà domani dimenticandoci completamente del clima che stava cambiando»

Lo ha detto Rob Wijnberg, fondatore e direttore di The Correspondent, nel film Slow News. A documentary, diretto da Alberto Puliafito. È una frase ovvia se letta con il senno del poi ma in realtà illuminante nel suo semplice e crudo realismo.

Se cerchiamo su Google “climate change” il primo e il secondo risultato che ci restituirà il motore di ricerca è il sito della NASA, un segno di come all’ente spaziale americano sappiano usare bene la SEO ma anche di come qualsiasi tentativo di mettere in dubbio la realtà dei cambiamenti climatici sia a-scientifico e irreale.

Per cambiamenti climatici si intende quel fenomeno relativo alle variazioni del clima della Terra su diverse scale spaziali (regionale, continentale, emisferica e globale) e storico-temporali (decennale, secolare, millenaria e ultra-millenaria). Questa definizione è già abbastanza per rendere la complessità del fenomeno dei cambiamenti climatici e, in questa complessità, quanto anche questi possano polarizzare l’opinione pubblica mondiale. Prestandosi, ovviamente, a speculazioni di ogni sorta: secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per riferirsi ai cambiamenti climatici occorre distinguere tra variabilità climatica e mutamenti climatici. La prima riguarda quei cambiamenti dovuti a cause naturali, come le glaciazioni che abbiamo tutti studiato alle scuole elementari, mentre i secondi riguardano i cambiamenti climatici prodotti o indotti dall’uomo e dalle sue attività e che per troppo tempo, nella corsa allo sviluppo industriale e post-industriale tra Ottocento e Novecento, sono stati ignorati prima e volutamente ignorati poi.

Nel 1958 Charles David Keeling, geochimico della Pennsylvania, effettuò dalla cima del vulcano Manua Loa, nelle isole Hawaii, la prima rilevazione sulla concentrazione di anidride carbonica (CO2) in quota 4.000 metri. Da quella rilevazione, che misurò 315,3 parti per milione (ppm) di CO2 – nello specifico, quanti grammi di una certa sostanza, la CO2, sono presenti in un milione di grammi totale – prese il via l’indicatore che oggi chiamiamo “curva di Keeling”, che nel settembre 2020 ha registrato 414 ppm di CO2 dalla cima dello stesso vulcano. Secondo dati della NASA dal 1880 ad oggi la temperatura media globale è cresciuta di 0,3 gradi Celsius ma due terzi di tale fenomeno si è verificato dal 1975, un tasso di crescita di 0,15/0,20 gradi centigradi a decennio.

Curva di Keeling

Poco?

Significa che tra il 2030 e il 2052, secondo gli esperti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, la temperatura aumenterà di altri 1,5 gradi centigradi. Che si sommeranno agli 0,3 dal 1880 e a chissà quanto, la stima è di 0,5 gradi centigradi, tra il 2020 e il 2030. In questo scenario, ottimistico secondo altri studi scientifici, significa che il mondo che conosciamo noi oggi non esisterà più: carenza di cibo ed acqua potabile (le sorgenti sempre meno “generose” dell’Appennino e delle Alpi sono solo un esempio), inondazione delle zone costiere (hai presente quando torni in quel posto di mare dove vai da 30 anni e ti dici «certo che il mare se l’è proprio mangiata quella spiaggia eh»?), decuplicazione di eventi atmosferici estremi. Il 3 settembre 2020 la penisola coreana è stata colpita dal tifone Maysak. Solo la settimana prima un altro tifone l’aveva già investita e quella successiva un nuovo tifone ha terminato l’opera in una zona del pianeta che, di solito, è colpita da un solo evento atmosferico del genere l’anno.

E questo è solo un esempio.

Il riscaldamento globale

In climatologia si parla di riscaldamento globale per indicare il mutamento del clima terrestre sviluppatosi a partire dalla fine del XIX Secolo e l’inizio del XX, un fenomeno essenziale tuttora in corso e oramai visibile agli occhi di tutti. L’aumento della temperatura globale e i fenomeni atmosferici ad esso associati, sostengono diversi studi, è dovuto principalmente all’attività antropica: il riscaldamento globale è uno di quei mutamenti climatici di cui sopra ma anche una sorta di cartina tornasole dello stato di salute dell’intero pianeta. E di chi lo abita.

La febbre, negli esseri umani, è un segno clinico, uno stato patologico temporaneo che comporta l’alterazione del sistema di termoregolazione del corpo umano. In media la temperatura corporea è di 36,8°C con una variabilità individuale di circa ±0.4°C. Il valore considerato normale dai medici è 37,5°C, sopra questo valore chiunque può dichiarare di “avere la febbre”. Solitamente, superati i 38°C, i medici consigliano l’assunzione di farmaci antipiretici – come il paracetamolo – per abbassare la febbre la quale, tuttavia, non è mai la malattia ma un sintomo di qualcosa, un campanello d’allarme e insieme la dimostrazione che il nostro corpo sta conducendo una battaglia contro qualcosa o qualcuno. Superati i 39 gradi la situazione si aggrava e dopo i 40 si complica oltremodo. Tutto questo accade in una forbice di appena 3,2°C, a dimostrazione di quanto la termoregolazione del corpo sia essenziale per la sopravvivenza umana. Per il pianeta è lo stesso.

Secondo innumerevoli studi [qui ne trovi qualcuno] l’emissione in atmosfera terrestre di crescenti quantità di gas serra, con il conseguente aumento dell’effetto serra, è la causa antropica principale del riscaldamento globale, della febbre del pianeta Terra. Nel 1824 il matematico e fisico francese Joseph Fournier comprese che la Terra sarebbe molto più calda se non avesse un’atmosfera e coniò, per spiegare al mondo la sua scoperta, il termine effetto serra. Poco più di 30 anni dopo, nel 1859, il fisico irlandese John Tindall suggerì per primo che cambiamenti nella concentrazione di CO2 in atmosfera avrebbero potuto causare cambiamenti climatici. Solo nel 1979 però, ben 120 anni dopo le scoperte di Tindall, diverse agenzie delle Nazioni Unite organizzarono la prima conferenza sul clima al mondo e solo nel 1990 fu pubblicato il primo rapporto dell’IPCC.

Gli effetti del riscaldamento globale sono molteplici: dalla desertificazione delle aree alle medie latitudini allo scioglimento dei ghiacci, un fenomeno idrogeologico che ha influenza sulla disponibilità di acqua fresca ad uso domestico e agricolo e che riguarda tutte le catene montuose del pianeta, oltre che i poli. Dall’innalzamento e l’acidificazione degli oceani, in questo caso il riscaldamento dei mari causa l’emissione di atmosfera di grandi quantità di CO2 liberando in aria grandi quantità di vapore acqueo, il principale gas serra, a fenomeni più complessi come i cambiamenti della circolazione atmosferica ed oceanica, con un effetto primario di accelerazione del ciclo dell’acqua e una modifica dei regimi di piovosità, e all’aumento di fenomeni atmosferici estremi, come i cicloni, le alluvioni, la siccità, le ondate di caldo o di gelo. Quest’ultimo esempio è evidente quando si parla sui media di bombe d’acqua, fenomeni meteorologici ma dipendenti da fattori climatici che più che creare un disagio di qualche ora nelle grandi città si ripercuotono gravemente sulle colture agricole. Sulla possibilità, in sintesi, di approvvigionarsi il cibo (e sul lavoro, ovviamente): un effetto spesso dimenticato o derubricato a commenti tipo «quest’anno ci sarà meno vino».

Tutto questo fenomeno ha un costo enorme, anche economico. Secondo uno studio pubblicato su Nature il contenimento della temperatura entro gli 1,5 gradi centigradi al 2030, previsto dagli Accordi sul clima di Parigi siglati nel 2015, si tradurrebbe in un risparmio di oltre 20.000 miliardi di dollari e Carlo Barbante, direttore dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali dell’Università Cà Foscari di Venezia intervistato sul Sole24Ore nel luglio 2019, ha quantificato in 100 miliardi di euro i danni delle alluvioni avvenute nella sola Europa dal 1980 ad oggi. Ma la questione non è solo la pecunia, riguarda la qualità della vita di tutti: in un certo senso il riscaldamento globale è quella livella della poesia di Antonio De Curtis in arte Totò, che mette a nudo la finzione delle sovrastrutture della comunità umana divisa in classi sociali. All’interno delle catacombe di San Gaudioso, nella zona nord di Napoli, un affresco di Giovanni Balducci raffigura uno scheletro per simboleggiare la natura effimera dei beni mondani e terreni, privi di senso e valore di fronte al potere della morte che colpisce tutti, imperatori e schiavi.

Catacombe di San Gaudioso. Napoli, Italia.

Le emissioni

La United States Environmental Protection Agency (USEPA), l’agenzia federale americana per la protezione ambientale, stima che il 76% delle emissioni dannose per l’atmosfera terrestre, che contribuiscono quindi al riscaldamento globale, derivino dalla CO2, il 16% dal metano, il 6% dall’ossido di diazoto e il 2% dagli F-Gas (gas florurati, quelli che fanno funzionare le bombolette spray e tante altre cose). Addentrandosi in queste percentuali la USEPA spiega che il 25% di tali emissioni arrivano dai sistemi di elettricità e di produzione calore, il 21% dall’industria, il 24% dall’agricoltura (deforestazione inclusa, che diminuisce la capacità del pianeta di riciclo naturale, di assorbimento, della CO2 grazie al lavoro degli alberi), il 14% dai trasporti e il 6% dalle abitazioni. Se è quindi vero, come è vero, che ciascuno deve fare la sua parte per diminuire il proprio impatto sul pianeta altrettanto vero è che indicare il singolo, e quindi Nessuno, come principale attore grazie alle cui scelte si potrebbe salvare o meno il pianeta è quantomeno paternalistico. Per non dire irresponsabile.

La partita sulle emissioni si gioca su altro, su una scala industriale complessa e diffusa (che va dalla produzione di energia alla manifattura, dalla produzione di cibo alla logistica), un mostro ottocentesco dalle innumerevoli teste apparentemente tanto invincibile quanto invisibile. E ancor più specificatamente, addentrandosi nelle industrie produttrici e motore del tutto, tale partita si gioca sul modello economico.

La catena

Tutto si lega.

Se volessimo usare un luogo comune per spiegare brevemente il fenomeno del riscaldamento globale e dei conseguenti cambiamenti climatici potremmo prendere in prestito il famoso cane che si morde la coda.

È quindi consequenziale che la gravità del problema dei mutamenti climatici indotti dall’attività umana negli ultimi due secoli sia direttamente collegata al modello economico. Non è un’analisi o una critica tout-court al capitalismo ma un’osservazione basata su un dato si fatto: una crescita continua e inarrestabile, in un ambiente dalle risorse finite, non può che consumare quelle stesse risorse producendo una catastrofe. Altrettanto evidente è che, nel mondo reale, in questo modello economico viviamo, prosperiamo, facciamo figli, consumiamo e moriamo ed è impensabile rivoluzionarlo dalla sera alla mattina. Se esistono, come esistono, milioni di persone pronte a cambiare radicalmente vita da domani mattina altrettanto vero è che – se questo accadesse – le conseguenze sociali sarebbero altrettanto catastrofiche. Forse pari alla fine del mondo. Per modificare questo modello economico, e quindi ambientale, occorre procedere con metodo nonviolento partendo da due principi: l’urgenza (del fare più in fretta possibile) e la gradualità dei mezzi.

È irrealistico e irrazionale sostenere che per salvare tutti bisogna abbattere il capitalismo perché nel capitalismo tutti viviamo, prosperiamo, cresciamo, soffriamo. È irrazionale pensare che, domani mattina, ci dovremmo svegliare in un mondo governato da modelli economici diversi da questo, più attenti all’ambiente, alle sue risorse, ai diritti sociali e individuali e non orientati al profitto ma alla sostenibilità. Significa vivere al di fuori della realtà, significa ignorare la propria personale assunzione di responsabilità. Ma non è irrazionale pensare, gradualmente, di intaccare la realtà dell’oggi per creare nel breve periodo un modello di sviluppo e di economia diverso. Occorre, appunto, gradualità dei mezzi. E nei mezzi. Un ottimo punto di partenza è, per esempio, l’uso dell’informazione, della conoscenza e del diritto per accrescere la consapevolezza di tutti.

Con l’informazione, e grazie a tanti movimenti di opinione e di attivismo come Fridays For Future o Extintion Rebellion, l’azione di sensibilizzazione dei singoli è sicuramente migliorata negli ultimi anni, con tutto ciò che ne consegue in termini di azioni individuali per mitigare l’impatto che ognuno di noi ha sul clima. Ma questo non solo non basta, è addirittura una semplice goccia nel mare: il modello economico denarocentrico, con le sue ramificazioni industriali, contiene al suo interno la possibile soluzione, il volano per l’azione radicale. Il denaro.

Se l’opinione pubblica internazionale è sempre più sensibile al problema dei cambiamenti climatici, e attiva nel manifestare il proprio dissenso verso l’attuale modello economico e industriale, è vero anche che nessuna decisione pratica e complessa, a livello internazionale, è stata ancora presa. Manifestazioni preoccupate di comunione di intenti, obiettivi ambiziosi predisposti sulle buone intenzioni nei grandi consessi internazionali, finanziamenti enormi alla ricerca scientifica che non si traducono mai in azione politica. Ovunque, in tutto il mondo. Se il pianeta Terra fosse una barca a remi i suoi comandanti, per non affondare, stanno cercando ognuno di remare in direzione diversa. Nel tentativo di dare un corpo più sostanzioso, e attivo, e per permettere a tutti questi comandanti di remare in una direzione comune a fine aprile 27 premi Nobel e 5000 economisti di tutto il mondo hanno elaborato un piano per ridurre le emissioni di CO2 in Europa usando il volano che sta più a cuore al modello capitalista: il denaro.

Il piano prevede il carbon pricing, lo stabilire un prezzo da pagare per le emissioni di CO2 permettendo ai paesi dell’Unione Europea di spostare parte dell’onere fiscale che grava sui cittadini (tasse sul lavoro, tasse sulle abitazioni, etc) sulle emissioni di CO2. L’iniziativa, chiamata StopGlobalWarming e sostenuta da Eumans! e Science For Democracy, prevede la raccolta di 1 milione di firme da parte di cittadini europei di almeno 7 diversi paesi per presentare la proposta alla Commissione Europea. Che avrebbe l’obbligo, a quel punto, di discuterla, rigettarla o attivare il processo legislativo. La proposta prevede di stabilire un prezzo minimo di 50€ a tonnellata a partire dal 2020, da alzare gradualmente fino a 100€ entro il 2025, per incentivare il risparmio energetico e la conversione a fonti rinnovabili dell’industria europea, diminuendo al tempo stesso le tasse sul lavoro. Una via di mezzo tra la posizione di chi sostiene che la soluzione sia abbattere il capitalismo e chi, invece, pensa che vada tutto bene così com’è.

In tal senso non esiste un settore economico specifico che sarebbe favorito rispetto ad altri: all’interno dello stesso settore sarebbero avvantaggiati semplicemente coloro i quali investono su impiantistica a basso o nullo impatto a livello di emissioni e penalizzati coloro i quali non innovano, evitando così al legislatore di dover prendere decisioni “scomode” relativamente a quali settori puntare o al tipo di produzioni e consumi da privilegiare. Al contempo, perché nessun paese e nessun continente è autarchico, la proposta punta ad abolire l’attuale sistema di quote di emissione gratuite per coloro che inquinano in UE e introdurre un meccanismo di adeguamento alla frontiera per le importazioni da paesi terzi in modo da compensare i prezzi più bassi delle emissioni di CO2 nel paese esportatore. Le maggiori entrate derivanti da tale fissazione di prezzo delle emissioni, si legge nella proposta, verrebbero dirottate verso le politiche europee che sostengono il risparmio energetico e l’uso di fonti rinnovabili, oltre che impiegate per ridurre l’imposizione fiscale sui redditi più bassi. Si calcola in 180 miliardi di euro l’anno il tesoretto che l’Unione Europea potrebbe ricavare per ridurre la pressione fiscale sui redditi degli europei.

Scienza ed economia, politica e giurisprudenza si uniscono così per creare la prima, e attualmente unica, iniziativa formale di raccolta firme per una proposta popolare europea che chiede alla Commissione UE di fermare il riscaldamento globale, proponendo anche azioni pratiche da svolgere.

A ciò si aggiungono le scelte individuali, ciò che ciascuno di noi può pensare e soprattutto fare per diminuire e mitigare il proprio impatto sul pianeta Terra. Si tratta di scelte dettate da quello che comunemente viene definito buon senso e che riguardano un approccio diverso alle cose, alla vita di tutti i giorni. Un approccio consapevole, con metodo e cultura, che con filosofia pratica abbiamo descritto in Nonviolenza.

Questo articolo fa parte del progetto Il Mondo Nuovo
ed è stato finanziato dall'European Journalism Covid-19 Support Fund

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