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Cibo per tutti e tutti per il cibo

L’esplosione dell’emergenza da Covid-19 nell’anno 2020, una pandemia che ha coinvolto tutto il pianeta, ha fatto emergere chiaramente il problema della sicurezza alimentare. Un aspetto, tuttavia, decisamente poco sottolineato dalle analisi dei media.

La storia del virus SARS-CoV-2, e della pandemia, è iniziata intorno alla metà di dicembre del 2019, quando le autorità sanitarie di Wuhan, una città da 11 milioni di abitanti in Cina, riscontrarono i primi sintomi di una “polmonite di causa sconosciuta” in un gruppo di malati collegato in qualche modo al locale mercato umido.

In Cina e in diversi paesi dell’Asia orientale il “mercato umido” (in cinese 傳統市場) è un tipo di mercato all’aperto in cui vengono venduti beni deperibili come carne fresca (comprese le interiora e gli animali vivi), pesce o frutta e il cui nome deriva dall’abitudine di bagnare regolarmente i pavimenti con dell’acqua. Nel migliaio di banchi che compongono il mercato umido di Wuhan si vendevano regolarmente polli, fagiani, marmotte, pipistrelli, serpenti e altri animali selvatici. Secondo diversi studi, pubblicati a partire dal 22 gennaio 2020, l’origine del nuovo coronavirus è da fonte animale: dopo aver esaminato esseri umani, pipistrelli, pangolini, serpenti, galline e ricci gli scienziati hanno concluso che il virus SARS-CoV-2 sembra essere nato dalla ricombinazione tra il coronavirus del pipistrello e un altro coronavirus di origine sconosciuta (il dubbio è se l’ospite intermedio sia stato un serpente, un uccello o un mammifero) trasmessosi infine all’essere umano.

Questa sembra essere una delle ragioni per cui i mercati umidi come quello di Wuhan, i macelli, gli allevamenti intensivi, gli habitat selvaggi, gli zoo e i parchi naturali di tutto il mondo siano i luoghi noti per essere l’origine di focolai di malattie epidemiche come il Covid-19 e, in precedenza, dell’influenza aviaria o della mucca pazza.

Ovviamente non è un problema esclusivamente cinese. La prima epidemia di Ebolavirus è datata 1976 e l’origine di questo virus, tra i più mortali nella storia dell’umanità, anche se ancora incerta è quasi sicuramente da indicare negli animali (principalmente roditori, in particolare pipistrelli) venduti a scopo alimentare nei mercati di diverse zone dell’Africa. Il fenomeno di un virus o di un batterio che fa il salto di specie passando da un animale all’uomo si chiama zoonosi ed accompagna la storia dell’umanità, a maggior ragione in un mondo globalizzato e interconnesso come quello in cui si trova chi scrive nell’anno 2020. Il batterio della peste ha cambiato la storia dell’Europa medioevale del XIV secolo: è una zoonosi il cui bacino è costituito da varie specie di roditori il cui unico vettore è la pulce dei ratti. I primi lockdown della storia sono avvenuti in quel contesto storico. Anche se non se ne parla più in realtà la peste non è una malattia debellata dalla faccia della Terra: negli Stati Uniti nel 2015 ci sono stati 15 casi e 4 morti.

Secondo la European Food Safety Authority (EFSA) le ricerche indicano che la metà di tutte le malattie infettive dell’uomo ha origine zoonotica e il 75% delle nuove malattie che hanno colpito l’uomo negli ultimi 10 anni, come la malattia del Nilo occidentale, la SARS, la mucca pazza e il Covid-19, sono state trasmesse da animali o prodotti di origine animale. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) “in Italia il numero dei casi di Salmonella e Campylobacter isolati dall’uomo per l’anno 2018 sono rispettivamente 3656 e 1356 […]. Nel 2018, in Europa, si sono verificati 5146 focolai epidemici di origine alimentare che hanno coinvolto 48.365 persone”. La maggior parte di questi focolai europei ha un nome preciso: Salmonella.

Sempre in Italia “l’Escherichia coli produttore di Shiga tossina (STEC), è risultata la terza causa più comune di zoonosi di origine alimentare con 8161 casi segnalati nel 2018 […]. Il trend relativo ai casi di listeriosi in UE risulta in costante aumento nell’ultimo decennio e anche l’andamento dei casi registrati in Italia risulta sovrapponibile. Alla listeriosi del resto sono collegati, tra le malattie zoonotiche, la maggior parte dei ricoveri ospedalieri (il 97%) e dei decessi (229) registrati nel 2018”. Di esempi se ne possono fare tantissimi altri: in Italia la tradizione gastronomica del pesce crudo va da sempre di pari passo con l’intossicazione da Anisakis. Secondo il Centro di Referenza Nazionale per le Anisakiasi (C.Re.N.A.) il consumo di alici marinate è la causa principale di Anisakiasi sulle tavole italiane.

La sicurezza alimentare

L’origine del virus che nell’anno 2020 ha paralizzato il mondo intero, il modo in cui si è ricombinato con altri coronavirus e le abitudini alimentari (dallo stoccaggio alla vendita al consumo) che ne hanno permesso la diffusione, fanno emergere chiaramente il tema della sicurezza alimentare. Un problema che non si declina solo con regole rigide sull’origine, la produzione, la conservazione e l’etichettatura dei cibi, ma che tocca ogni aspetto legato al cibo, compreso quello di garantire a tutti i diritto a un apporto alimentare in grado di nutrire realmente il corpo e il suo sistema immunitario, con tutto ciò che ne consegue anche in termini di risposta immunitaria.

Non a caso il secondo obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite riguarda il “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”. È giunto il momento, e la pandemia da Covid-19 ne è la dimostrazione più evidente, di ripensare completamente il modo in cui coltiviamo, condividiamo e consumiamo il cibo. L’agricoltura è il settore che impiega il maggior numero di persone al mondo: il 40% della popolazione mondiale ha nel settore agricolo la propria fonte di sostentamento, soprattutto nelle zone rurali più povere del pianeta. In quelle stesse zone però 1,4 miliardi di persone vivono senza accesso stabile all’elettricità, un fatto che rappresenta uno dei principali ostacoli all’obiettivo di ridurre la fame e assicurare la produzione sufficiente di cibo per tutti. Sono 500 milioni le piccole aziende agricole nel mondo e queste forniscono l’80% del cibo che si consuma nella maggior parte del mondo “sviluppato”.

Questi numeri dovrebbero essere incoraggianti per chi produce e per chi consuma ma in realtà non lo sono. Non lo sono per niente: una persona su nove, nel mondo, è denutrita. Paradossale vero?

Il problema della sicurezza alimentare ha la forma di un solido geometrico: oltre alla denutrizione, che colpisce principalmente i paesi in via di sviluppo (e il 23% della popolazione mondiale), c’è anche il problema della malnutrizione che, ad esempio, provoca quasi la metà delle morti di bambini al di sotto dei 5 anni e, secondo le Nazioni Unite, in generale il 56% delle morti nel mondo si lega alla malnutrizione. Avere un quadro generale della situazione è complesso e richiede il fare la spola tra le diverse agenzie dell’ONU e le centinaia di report da loro prodotti: la Food and Agriculture Organization (FAO, basata a Roma) stima che 3,5 miliardi di persone nel mondo soffrano di carenza di ferro, 2 miliardi di iodio e 200 milioni di bambini di carenza di vitamina A. Sempre secondo la FAO nel 2017, mentre 821 milioni di persone soffrivano la fame altre 672 milioni erano obese. Sono, queste, due facce della stessa medaglia: la malnutrizione.

La causa di questo paradosso dei tempi moderni sembra essere, a un occhio superficiale, l’incapacità delle persone di nutrirsi in modo sano ed equilibrato. Una questione di scelta. Ma è una semplificazione che non ha molta attinenza con la realtà: nel mondo “ricco” il modello industriale e culturale consumistico propone “cibo per tutti” a basso prezzo per i meno abbienti e diete “miracolose” e costosissime (nella maggior parte dei casi senza il supporto di un medico o di un esperto) per le fasce di popolazione più benestanti, una diarchia che ha condotto gran parte della popolazione a soffrire di vere e proprie carenze alimentari. Nonostante il cibo arrivi da tutto il mondo e sia ovunque, per strada e nei coloratissimi supermercati aperti tutto il giorno tutti i giorni, in televisione ad ogni ora del giorno e della notte, nelle librerie e nelle edicole, l’alimentarsi in modo sano ed equilibrato non appartiene quasi per nulla alla società “ricca” in cui viviamo. L’educazione alimentare ancora meno. Sempre a causa del modello industriale ed economico degli ultimi 150 anni, dal 1900 ad oggi il 75% della varietà delle colture è andato perduto: la biodiversità agricola è stata sacrificata sull’altare dell’industria, del “cibo per tutti” che per tutti comunque non è e non è mai stato. E questo non è un problema solo del mondo che consuma ma anche di quello che produce: di ambo i lati della medaglia.

Fiumi, oceani, foreste e biodiversità si stanno degradando rapidamente e questo è un problema anche dal punto di vista alimentare, della produzione e dell’approvvigionamento. Ma non solo, il problema della sicurezza alimentare declinato in tal senso è anche un problema di parità di genere: secondo gli studi che hanno portato alla redazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, se le donne attive in agricoltura avessero pari accesso dei colleghi maschi alle risorse il numero di persone che soffrono la fame potrebbe ridursi, entro il 2030, da 795 milioni di persone a 150 milioni.

Per dirla con la nonviolenza, gradualità dei mezzi ed anche degli obiettivi da perseguire.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) “tutte le forme di malnutrizione hanno un unico denominatore, vale a dire i sistemi alimentari che non forniscono alle persone alimenti sani, sicuri e sostenibili, e ad un prezzo accessibile. La risoluzione di questo problema richiederà un’azione a vari livelli del sistema alimentare, dalla produzione alla trasformazione al consumo e ai rifiuti, comprese le vendite, la distribuzione, i prezzi, la commercializzazione e l’etichettatura. Tutte le politiche e gli investimenti in questo settore dovranno essere radicalmente rivisti”.

CRISPR e il Nobel per la Chimica 2020

Un uso migliore e il recupero della biodiversità agricola possono contribuire a un’alimentazione più nutriente, a migliori mezzi di sostentamento per le comunità agricole e a costituire sistemi agricoli nuovi, più sostenibili e resilienti. Un discorso globale apparentemente semplice ma all’atto pratico molto complesso, anche se ciò non significa che non è impossibile.

L’editing genomico è un tipo di ingegneria genetica che permette di inserire, cancellare, sostituire o modificare una struttura di DNA agendo direttamente su di essa. Senza, in sostanza, inserire materiale genetico in un genoma ospite, come nel caso degli organismi geneticamente modificati (OGM). Una delle tecniche adoperate si chiama Cluster Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats (CRISPR), nome che si attribuisce a brevi sequenze ripetute di DNA: è una tecnica nata nel 2012 e serve a migliorare geneticamente le piante tramite mutagenesi precisa. Insomma, a produrre piante con qualità migliori e minore impatto ambientale, ad esempio relativamente al consumo di acqua.

La mutagenesi è in realtà un processo che in natura esiste da sempre ma che si basa sul caso. CRISPR è la biotecnologia che rende preciso questo processo, basato su conoscenze scientifiche specifiche, e che spazza via ogni questione etica, politica ed economica relativa agli OGM: con l’editing genomico si agisce direttamente sulla sequenza di DNA, senza utilizzare sequenze provenienti da specie diverse. Semplificando senza banalizzare la stessa cosa accade quando, con il tuo computer, usi le funzioni di taglia-copia-incolla su un testo.

CRISPR è una tecnologia talmente rivoluzionaria, nel suo potenziale, che nel 2020 l’Accademia delle Scienze di Stoccolma, in Svezia, ha riconosciuto il Premio Nobel per la Chimica alla biochimica francese Emmanuelle Charpentier e alla chimica americana Jennifer Doudna, le prime ricercatrici al mondo a mettere a punto questo tipo di tecnologia. Una tecnologia che la politica europea tutta fatica non solo a riconoscere ma proprio a comprendere, segno di come troppo spesso quella stessa politica che stanzia fondi per la ricerca scientifica non consideri poi le applicazioni pratiche del progresso di quella stessa ricerca scientifica. Un paradosso, l’ennesimo, dei tempi moderni: nel 2018 la Corte di giustizia europea ha emesso una sentenza che equipara gli organismi ottenuti attraverso qualsiasi tecnologia di mutagenesi agli OGM.

È una sentenza errata non tanto sotto il profilo del diritto, perché attualmente in Europa non esistono impianti legislativi precisi sulle biotecnologie di mutagenesi, quanto più sotto quello scientifico: equiparare queste nuove tecnologie agli OGM è, nella sostanza, semplicemente sbagliato. Attualmente (ottobre 2020) questa sentenza è l’unico atto legislativo esistente in tutta l’Unione Europea in materia di editing genomico e, di fatto, mantiene bloccata la ricerca scientifica e la tecnolgia europea in quest’ambito rendendo complessa, se non quasi impossibile, l’applicazione sul campo. Inoltre la direttiva sugli OGM in Europa ha 19 anni: un po’ troppi per tenere conto dei progressi e dei risultati della scienza nel settore.

Applicare su scala l’editing genomico in agricoltura potrebbe rappresentare una soluzione a una moltitudine di problemi: questa biotecnologia rende possibile il perfezionamento del corredo genetico delle piante, in maniera simile a quanto avviene in natura ma con maggior precisione e rapidità. Il potenziale è quello di creare colture “migliorate”, capaci di meglio adattarsi a contesti ambientali trasformati dai cambiamenti climatici e dalla trasformazione urbana. Secondo quanto spiegato nel corso del VI Congresso Mondiale della Ricerca Scientifica tenutosi a febbraio 2020 ad Addis Abeba, Etiopia, l’operare correzioni mirate al DNA delle piante senza introdurre proteine esterne e senza snaturare la tipicità della varietà tipica permette ad esempio di potenziare la resistenza delle piante alle malattie, ai batteri, agli insetti. Si tratta di migliorarne non tanto la resa (massimizzazione del prodotto) quanto più la capacità di sopravvivere in zone aride, secche o troppo umide. Questo tutela il patrimonio genetico delle piante stesse, permette il recupero su scala dei cosiddetti “grani antichi”, che vanno tanto di moda oggi, e in generale di ricreare quella biodiversità perduta nel corso degli ultimi 120 anni, con tutti i benefici che ne conseguono. Oltre a ciò evita incroci complessi tra diverse varietà di piante, i cui effetti – benefici e non – si vedono unicamente nel lungo periodo.

Biotecnologie moderne come CRISPR hanno tuttavia alcune necessità molto “umane”, come ad esempio lo scambio di informazioni tra ricercatori. Questo è un elemento essenziale per il miglioramento di questi prodotti perché solo con lo scambio di informazioni la ricerca non deve necessariamente avere accesso diretto alle banche dei semi: basterebbe avere accesso alle sequenze genomiche depositate in database condivisi, con un abbattimento dei costi della ricerca stessa, dello studio, della sua applicazione e una velocità maggiore di apprendimento e di lavoro.

Ma quella in agricoltura non è l’unica applicazione potenzialmente rivoluzionaria dell’editing genomico. Con CRISPR è possibile inserire minuscoli cambiamenti, mutazioni genetiche, anche nel DNA di animali, batteri e funghi che possono servire anche per la cura di malattie gravi. Una “evoluzione assistita” dalla scienza di diversi organismi che è già possibile e che ha applicazioni importanti in molti campi.