Cinquanta sfumature di bianco

Secondo i dati di Euromonitor nel 2018 il mercato delle creme solari, in costante crescita nell’ultimo decennio, valeva a livello globale ben 10 miliardi di dollari. I prodotti leader di questo mercato sono principalmente due, le creme protettive e quelle autoabbronzanti, e in particolare la loro vendita è aumentata nei cosiddetti “mercati emergenti”: America Latina e Medio Oriente.

Negli anni precedenti al 2008 anche in Asia si è registrato un boom di vendite delle creme solari, un trend che ha rallentato ma che resta importante: in Cina, ad esempio, va di gran moda tra signore e signorine la pelle di porcellana, chiara e levigata. Come nell’Occidente dei primi trent’anni del Novecento, quando la pelle abbronzata era fuori moda tra borghesi e nobili perché simbolo della classe lavoratrice, anche i cinesi oggi evitano l’abbronzatura come la peste. Tanto che nei mesi estivi la tendenza è di usare creme protettive molto forti, proteggersi con indumenti lunghi e, se proprio è necessario, fare il bagno con una maschera coprente sul volto.

La storia, lo sappiamo, non è una linea retta: negli anni Venti del XX Secolo la stilista francese Coco Chanel mostrò per prima e con grande disinvoltura, una carnagione dorata risultato di settimane di tintarella estiva in Costa Smeralda. L’occasione era un evento di moda nel settembre parigino e le donne francesi, come è facile immaginare, iniziarono a emularla. Nel 1935 comparve il primo costume da bagno oggi conosciuto come “bikini”, perfezionato dal sarto parigino Louis Réard nel 1946. A fine aprile di quell’anno lo stilista Jaques Heim lanciò l’Atome, “il più piccolo costume da bagno del mondo”, ma il 5 di luglio Réard ne presentò un modello ancora più succinto, il bikini. Il sarto parigino lo chiamò in quel modo per una mera questione di marketing: proprio in quegli anni gli Stati Uniti conducevano esperimenti nucleari, pubblicizzati dai cinegiornali di tutto il mondo, sull’atollo di Bikini nelle Isole Marshall e Réard. con quel nome, voleva sottolineare l’effetto esplosivo e dirompente di quel capo.

Non fu facile per Réard trovare una modella disposta a indossare quella rivoluzionaria novità balneare, ragion per cui il sarto francese ingaggiò una spogliarellista del Casino de Paris, Micheline Bernardini. E non fu facile per il bikini affermarsi: negli anni Cinquanta quel costume era proibito, pena multa e arresto, in tutta l’Europa meridionale (Italia, Spagna e Portogallo) e lungo le coste atlantiche francesi. Nel 1953 Brigitte Bardot si fece fotografare in bikini in Costa Azzurra e da quel momento tutte le donne europee moderne volevano possedere quel costume dal nome esotico per indossarlo in spiaggia. Il cinema, le case discografiche, le riviste patinate, dalla metà dei Sessanta il bikini diventò immensamente popolare; poi arrivarono il monokini (termine coniato dallo stilista austriaco Rudi Gernreich per indicare il topless), il trikini (quando il bikini si abbina con uno short, un top o un pareo, anno 1967) e trikini moderno (i tradizionali due pezzi sono uniti sul lato anteriore da un altro lembo di stoffa). Il Novecento in realtà fu un ritorno al passato lontano, un tuffo all’indietro di 3400 anni: donne sorridenti e gioviali che indossano costumi a due pezzi sono protagoniste di diversi affreschi e mosaici di epoca romana e persino greca.

A partire dalla seconda metà del Novecento l’abbronzatura in occidente è diventata sempre più di moda. Negli anni Duemila, nonostante la scienza ammonisca sui rischi della forte esposizione solare, aumentati anche per via dell’assottigliarsi della barriera di ozono, la tintarella è un segno distintivo di benessere sia fisico che economico: l’abbronzatura a tutti i costi, anche nei mesi più improbabili, è oggi per la società occidentale un segno distintivo di successo. E proprio per questo quando non è possibile andare in vacanza ci sono sempre i centri abbronzanti a mantenere viva la magia dell’abbronzatura fuori stagione. Nel giro di un secolo “la crema” della società è passata dall’insano pallore al color mogano acceso mentre un percorso inverso s’è visto per i derelitti, che dai campi di pomodori sono stati chiusi nelle fabbriche prima e negli call-center poi, che oggi esprimono un pallore al neon tanto insano quanto curioso.

Il tema “colore” non sfugge a nessuno e la questione dell’intensità e della chiarezza della pelle è oggi sulle bocche di tutti anche in diversi paesi dell’Africa. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una donna africana su quattro utilizza prodotti sbiancanti sulla propria pelle. La pop-star camerunese Dencia – che vive in Nigeria – ha lanciato Whitenicious nel 2014: si tratta di una crema che promette di «trasformare la tua pelle color cioccolato in una pelle tonalità latticino» e che reclama l’essere stata realizzata per il trattamento delle macchie scure della pelle, una sorta di correttore cosmetico. Una crema che «illumina non sbianca».

La pop-star e imprenditrice americana Blac Chyntia a novembre 2018 ha organizzato a Lagos, capitale commerciale della Nigeria, il lancio della sua crema sbiancante in partnership proprio con la collega Dencia. Il prodotto si chiama Whitenicious Blac Chyna Diamond Illuminating & Lightening Cream (commercializzata per ora solo in alcune nazioni dell’Africa), promette risultati straordinari e suggerisce al consumatore di guardare «il lato luminoso del nostro volto». Una confezione di questo prodotto costa, al dettaglio, 250 dollari ma c’è da chiedersi se tale cifra copra il costo della crema o della confezione, un barattolo tempestato di cristalli Swarovski. Black Chyntia ha ammesso, in un post promozionale su Instagram, di usare da anni il correttore Whitenicious per «alleggerire la mia iperpigmentazione». La campagna marketing sui social però, a causa delle critiche piovute nel feed dei post sponsorizzati, ha costretto l’azienda a disattivare i commenti: centinaia e centinaia di donne infatti sostengono che l’iperpigmentazione sia solo un pretesto per vendere creme sbiancanti. La differenza può sembrare sottile ma è sostanziale: alleggerire e schiarire sono due facce della stessa medaglia, quella che “se proprio si nasce donna allora è meglio nascere donna bianca”. Un prodotto coprente tuttavia non avrà mai un vero effetto schiarente: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le creme schiarenti contengono sostanze come idrochinone, steroidi e mercurio, che secondo diversi studi possono causare danni al fegato, ridurre la resistenza batterica e fungina, indurre stati d’ansia e depressione. In casi estremi sono concause di tumori alla pelle e al sistema linfatico. Ufficialmente la crema delle due pop-star è «un prodotto biologico approvato dalla Food and Drug Administration, tra i più sicuri sul mercato» ma queste precisazioni non hanno fermato le critiche dei consumatori più sensibili. La questione è infatti decisamente più complessa e va oltre i risvolti sanitari di questi prodotti.

In Unione Europea e Corea del Sud questi prodotti sono vietati perché dannosi ma in paesi come Nigeria, Togo e Senegal, ma anche in Camerun e in Congo, questi prodotti cosmetici fanno la gioia non solo delle donne ma anche degli uomini: nel 2013 l’hair-stylist congolese Jackson Marcelle ha dichiarato di avere fatto diverse iniezioni di uno speciale prodotto sbiancante nei dieci anni precedenti, una ogni sei mesi. Già sua madre, ha raccontato alla BBC Africa lo stesso Marcelle, quando era un bambino era solita spalmarlo di creme per renderlo «meno nero». La cantante sudafricana Nomasonto Mshoza Mnisi ha dichiarato, nel 2013, di essersi sottoposta a diversi trattamenti sbiancanti: «Volevo vedere l’altro lato, come sarebbe stato essere bianca. Sono felice». Mnisi ha ammesso di avere avuto, nella sua vita precedente, un problema di autostima affrontato e risolto tramite lo sbiancamento della pelle: «Non sono bianca dentro, non parlo correntemente l’inglese e ho figli neri. Ho solo cambiato il mio aspetto esteriore».

Secondo l’OMS in Nigeria il 77% delle donne usa creme sbiancanti: la domanda per avere una pelle più chiara è quindi molto sentita nella società nigeriana. Jackie Aina, youtuber famosissima di origini americo-nigeriane, da tempo promuove campagne di sensibilizzazione online contro le creme schiarenti: «Sono spazzatura, hanno avuto un impatto negativo sulle persone con la pelle scura» ha scritto su Twitter di recente. Secondo diverse teorie nella storia coloniale africana la pelle bianca è l’epitome della bellezza: le donne bianche sono viste come più belle ed eteree, si crede che abbiano più successo e maggiori probabilità di trovare marito. Di trovare lavoro.

«Ho sviluppato questa patologia, il mio dermatologo la chiama ocronosi» dice Suzanne. Non siamo a Lagos ma a Roma: il suo volto è rovinato da escrescenze che se l’avessi incontrata sul tram avrei pensato fossero acne. E invece no: «È una malattia metabolica rara dovuta all’uso di creme schiarenti. All’inizio credevo fossero brufoli e punti neri, mi stupivo di come venissero fuori ogni giorno con più violenza. E più venivano fuori più applicavo creme per coprirli».
Come affronti questo problema oggi?
«Con rassegnazione, il dermatologo mi dice che non c’è modo di tornare indietro. Io volevo solo rendermi più bella, più luminosa. Ho combinato un disastro».
Suzanne è una di tante. E ci tiene a sensibilizzare le altre ragazze sulla bellezza effimera donata da questi prodotti: «In Italia queste creme sono fuorilegge ma si trovano lo stesso in alcuni negozi. Anche a Roma, nella zona della stazione Termini dove io stessa andavo a comprarle. Si prendono in negozio, ti rilasciano lo scontrino: possibile che non si riesca a controllare effettivamente questo mercato?»

La domanda resta irrisolta, non ha una risposta effettiva: ma non è che c’entra il muzungu? La radice di questa parola, zungu, è un aggettivo che si traduce con “strano” o “meraviglioso” ed esprime bene l’espressione di meraviglia che i primi esploratori bianchi devono aver evocato incontrando le popolazioni indigene dell’Africa. Muzungu in Swahili significa “persona bianca”. Simao Amista, co-fondatore del collettivo Kemet Club e vincitore della V edizione dell’African Summer School a Venezia, ci ha spiegato che tutto questo, come tante altre cose, ha radici storiche profonde: «L’Africa ha subito, e poi operato di conseguenza, un’opera massiccia di delegittimazione di se stessa. Basti pensare allo “sbiancamento dei faraoni”, per cui i regnanti dell’Antico Egitto sui libri di scuola europea oggi sono tutti bianchi. Questa operazione di delegittimazione vale anche per l’ideale di bellezza: bionda e occhi azzurri.»

L’autrice ugandese-svedese Sarah Wamala Andersson, professore associato di medicina sociale al Karolinska Institutet di Stoccolma, nel suo libro Unstoppable Women – Does Education Matters? racconta un aneddoto emblematico ambientato nei primi anni Novanta in Uganda e che inquadra la questione da un punto di vista più socio-culturale:

«All’Università di Makerere ero chiamata “muzungu”, che significa “persona bianca”. In effetti molte ragazze dell’università erano invidiose della mia altezza e del colore chiaro della mia pelle. Mi sorprendeva tutto questo: le ragazze dalla pelle chiara erano considerate più belle, simpatiche, intelligenti e ricche delle ragazze con la pelle scura. Molte di loro spendevano un mucchio di soldi per comprare creme schiarenti per la pelle e diventare più chiare. Quindi alcune ragazze pensavano che non fosse possibile che io avessi la pelle così chiara a meno che non facessi anche io uso di creme o non fossi una “mezza muzungu”. […] I miei amici lo facevano per stuzzicarmi, dicendomi che mio padre avrebbe potuto essere un muzungu, eppure non avevo idea di chi fosse mio padre».

Nel novembre 2018 il Presidente del Ruanda Paul Kagame ha firmato una legge che vieta in tutto il paese creme e prodotti sbiancanti per la pelle. Il provvedimento è entrato in vigore ufficialmente nel gennaio 2019, quando ogni tipo di prodotto cosmetico che promette pelli più bianche, più luminose o più brillanti è stato rimosso dagli scaffali dei supermercati di tutto il paese. Il Ruanda non è il primo paese africano a prendere provvedimenti contro questi prodotti: grazie a moderni sistemi di farmacovigilanza il Sud Africa, il Kenya e il Ghana hanno leggi che proibiscono l’importazione di questi prodotti. Ma ogni proibizionismo ha il suo mercato nero e la cosmesi non fa eccezioni.

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