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La piccola notizia di questi giorni – per nerd e per appassionati del settore: non è che abbia molta visibilità – è che c’è una sentenza di primo grado che dice che Facebook si è appropriato ingiustamente di un’applicazione, Faround, sviluppata su Facebook da una piccola società italiana che fra le altre cose ha sviluppato un social per amanti di animali che si chiama Dogalize, per fare il suo Nearby.

Il dispositivo della sentenza è qui e va letto integralmente, per capire bene come abbia fatto il tribunale ad arrivare a questa conclusione, per rendersi conto di quanti e quali siano gli elementi in ballo, per capire quanto complesso sia il lavoro di un collegio giudicante che deve pronunciarsi rispetto a tematiche così delicate e che deve affidarsi, per forza di cose, a perizie e pareri, e per andare oltre il leitmotiv giornalistico di chi ha coperto la notizia fin qui (ovvero: Cassina de’ Pecchi contro Menlo Park, i 4 David contro Golia e via dicendo). Un ritornello che fa molto film americano e che funziona molto sul breve periodo ma, come tutte le storie dalla struttura classica in tre atti e dal (per ora parziale: ci vuole l’appello) lieto fine, non aiuta ad approfondire.

E noi, qui, dobbiamo approfondire per missione e trarre da questa storia una serie di indicazioni utili per il nostro mestiere. Ecco perché la sentenza l’ho letta, con le varie motivazioni, e ne ho estratto alcune parti perché possono fare al caso nostro. Una delle parti più interessanti riguarda le famigerate condizioni che accettiamo senza possibilità di scampo quando facciamo qualcosa, qualsiasi cosa, con un servizio offerto dalle Over The Top.

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Quando sviluppi una app su Facebook la devi sottoporre a Facebook che la verifica. Una delle clausole dice che il colosso può analizzare la app (inclusi i contenuti e i dati!) anche per scopo commerciale. Il giudice ritiene ciò inaccettabile e annulla la clausola.

Ma come, potrebbe dire qualcuno. Proprio in un ecosistema dove le idee circolano fluide, dove ci si fa paladini delle Creative Commons, dove a volte si esalta il coraggio di copiare bene (e di migliorare) si mette in evidenza l’errore di Facebook?

Ma certo. E la motivazione sta in questa parte qui della sentenza.

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È questo il punto sostanziale.

Ti appropri parassitariamente degli investimenti altrui per creare un’opera di rilevante valore economico. E allora devi pagare.

Anche perché – altro concetto fondamentale – il rapporto che si instaura fra Facebook e chi sviluppa una funzionalità al suo interno è un rapporto di contratto sociale qualificato (è, per capirci, quello che si instaura, per esempio, fra un insegnante e gli alunni; fra un medico e il paziente).

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È qualcosa che ha molto a che vedere con la fiducia, con le persone e con i contenuti. Se vogliamo vedere questo concetto in senso lato, anche il rapporto fra un giornalista – o, più in generale, un comunicatore – e il suo pubblico è una sorta di contratto sociale qualificato (anche se non esiste giurisprudenza in merito).

D’altra parte, il tribunale scrive che Facebook non ha portato il codice della propria applicazione, rendendo così impossibile dimostrare quanto sostenuto (cioè che sia stata sviluppata indipendentemente da Faround) e offrendo anche indirettamente un’ulteriore motivazione ai giudici.

Ben diverso sarebbe stato se Facebook avesse prodotto il codice.

 Nel gruppo di conversazione su Facebook, Virginia scriveva:

«Medium lancia Series che assomiglia a Fb Che assomiglia a Instagram che assomiglia a Snapchat che al mercato mio padre comprò … vedo due spiegazioni. O questi sono tutti terrorizzati da Snapchat oppure l’incremento esponenziale degli accessi da mobile sta definendo una fase di standardizzazione per la presentazione dei contenuti. Voi che dite?»

È chiaro che ci sia da un lato una grande preoccupazione verso la possibile penetrazione di Snapchat da parte di Facebook. Ma dall’altro, la user experience che Snapchat ha saputo ridefinire è stata una forma di fruizione e produzione di contenuti in mobilità talmente efficace da divenire per forza di cose oggetto di mire commerciali o di copia-miglioramento. In questo caso, Facebook può far guerra a Snapchat? Ebbene, anche se formalmente può non piacerci, sì, secondo il giudice italiano (che non parla del caso specifico, chiaramente, ma spiega bene la differenza fra copiare sviluppando «in casa propria» e fare concorrenza sleale approfittando del lavoro altrui).

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Tutto questo si traduce nel fatto che, almeno in Primo grado, si ingiunge a Facebook di ritirare la propria applicazione. La società ha fatto ricorso in appello e dunque perché questa parte della sentenza diventi esecutiva toccherà aspettare. Nel frattempo, però, la notizia è di pubblico dominio.

E, questo si fa un po’ ridere, secondo il giudice dovrebbe essere pubblicata per quindici giorni sulla «pagina iniziale» di Facebook.

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Quest’ultima parte, al momento, risulta non pervenuta.

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