Non poteva che andare così: a furia di parlare di digitale e di comunicazione, e mentre mi sforzo da tempo di trovare le radici delle buone pratiche contemporanee in una serie di letture del passato (vedi, in merito, il pezzo che ho proposto sulla commistione fra il concetto di comunità olivettiana e la figura del community manager), sono stato chiamato, a un evento pubblico «futurologo». La cosa mi fa un po’ sorridere, anche perché secondo me i futurologi sono quei personaggi che prima o poi dicono amenità tipo «il computer non entrerà mai nelle case delle persone» o «il cinema […]
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