Cosa si impara al Festival Internazionale del Giornalismo su giornalismo e comunicazione

Da mercoledì a domenica, salvo un piccolo diversivo il venerdì – ne accennavo nell’introduzione – sono stato a Perugia, al Festival Internazionale del Giornalismo. C’erano tutti i componenti di Slow News e di Wolf. C’erano svariati abbonati all’una e/o all’altra newsletter.

Se tutto è «king», nulla è «king»

Quando Bill Gates scrisse «content is king» non poteva immaginare che danno avrebbe fatto e quanti «king» sarebbero sorti di lì a poco (oppure quante «queen»). Comunque, questo è un pezzo su Medium in cui si parla di alcuni dei king che sono emersi all’IJF16. È di Janosh Troehler e qui di seguito ci sono alcuni appunti, dal suo pezzo e con mie considerazioni.

Video is king

Sembra incredibile ma è ancora un’ossessione. Domande da farsi:

  • Qual è il valore di un video nel contesto complessivo del contenuto che si propone all’utente?
  • Di che standard qualitativo abbiamo bisogno?
  • Quali standard etici ci imponiamo?
  • Come misuriamo la portata e l’impatto dei nostri video?

Distribution is king

Bisogna andare dove c’è il pubblico. Sì, va bene. Ma dove c’è il nostro pubblico, non un pubblico indifferenziato. È differente e la differenza non è solo formale.

Flexibility is king

I «grandi» sono monumentali e dunque poco flessibili e poco capaci di adattarsi e cambiare in breve tempo. Verissimo. Ma in paesi come l’Italia, i grandi godono spesso di rendite di posizione che non si scalfiscono. E non è affatto detto che essere pronti a tutto sia una soluzione definitiva. Quello che si può affermare è: se strutturo un progetto di comunicazione piccolo e sostenibile fin dalla partenza, senza enormi costi di struttura, poi posso andare avanti quanto più velocemente possibile senza correre grossi rischi se non quelli relativi al lavoro che gli si dedica. E se un’idea funziona non è detto che continuerà a funzionare per i 5 o 10 anni successivi.

Engagement is king

Sì, davvero non è una buzzword e basta. Bisogna cercare il coinvolgimento dell’utente. Si può perseguire in molti modi diversi. Ma questo, che propone il NYT, è davvero interessante. Solo una raccomandazione: in italiano, chiamiamolo coinvolgimento.

Brand is still king

È importante essere abbastanza lucidi, abbastanza coerenti, abbastanza forti per costruire un marchio identitario.

Alla fine di questo micro-viaggio per punti in cose che si possono senz’altro imparare all’IJF (ma anche nella vita reale), si può arrivare ad una conclusione fondamentale.

Aveva ragione Bill Gates

Il vero «re» è il contenuto. E la coppia reale è formata da contenuto e utente. Tutto il resto è corollario.

Dal vivo è meglio

Non esiste membership senza che si superi il confine fra il virtuale e il reale. Me ne sono reso conto in maniera definitiva proprio a Perugia. Una realtà piccola ma ambiziosa come Wolf ha bisogno degli incontri dal vivo (ne avrebbe bisogno, probabilmente, qualsiasi progetto) con i propri sostenitori: c’è bisogno di conoscere il proprio pubblico di riferimento, definirlo non solo attraverso le costruzioni teoriche e le idee che ci si possono fare utilizzando i social o altri strument, ma stabilire un contatto fisico, reale.

Ma ne ha bisogno anche una struttura più grande e solida e riconosciuta. È il valore aggiunto che si può dare a progetti che si basano sul rapporto diretto con l’utente. Oh, a proposito: sembra che proprio tutti, ormai, almeno a parole, dicano di volerlo fare. Ecco: bisogna smettere di dire di voler fare qualcosa, e farlo. Oppure lasciar perdere.

L’inglese necessario

Non c’è nulla da fare, se si vogliono scambiare coerentemente idee con persone che hanno visto una fettina di mondo un po’ più ampia della nostra bisogna quantomeno potenziare il proprio inglese. E se lavoro sul digitale è semplicemente necessario. Non per capire meglio i panel. Per parlare di persona con altri che possono condividere percorsi e idee, darti idee per superare difficoltà che hanno già sperimentato, esserti utili anche solo per uno scambio umano di quel capitale sociale che non si può monetizzare e che esiste solo negli incontri dal vivo.

Digital detox

Ho scoperto che questa cosa del disinstallare le app inutili dallo smartphone ha un nome: si chiama digital detox. Però mi sembra anche di aver scoperto che è prevista in maniera temporanea (nel senso che si va in rehab, praticamente), con stacchi totali dalla tecnologia. Quel che proverei a teorizzare io, invece, è una separazione permanente da tutto ciò che porta a una misurabile e significativa perdita di tempo a fronte di arricchimenti sempre minimi. Forse, digital detox è una buzzword. Però va cavalcata.

Anche piccolo è meglio

Ho rigorosamente evitato tutto ciò che era affollato, sapendo che se proprio mi interessa lo posso recuperare online. Alla fine, come al solito, le cose più interessanti si trovano fra le pieghe del programma: gli incontri piccoli, i panel di un’ora senza grande risonanza, gli argomenti più laterali e senza il mainstream addosso. Il resto rischia di essere tremendamente scontato. La formula di incontri così brevi, purtroppo, trasforma tutto in lezioni frontali. E le lezioni frontali si possono anche rivedere su Youtube giorni dopo.

Se Twitter parla di Twitter

Sì, d’accordo, si chiama «masterclass». Ma, secondo me, se tu chiami Twitter a spiegare Twitter ai giornalisti, c’è un problema di fondo, che riguarda la cara vecchia questione delle fonti e della loro convenienza specifica. Se chiami Twitter a spiegare Twitter, tutto, su Twitter, sarà bellissimo. E se c’è una cosa che la formazione giornalistica (e non solo) necessiterebbe, oggi, è invece la capacità di discernere e fare delle scelte, capire che ci sono strumenti utili per alcuni, altri necessari per altri. E che, prima di tutto, Twitter è un’azienda che, anche mentre ti spiega come funziona, sta semplicemente comunicando se stessa. (Vale per tutti, ovviamente)

Le aziende non fanno giornalismo

È un punto imprescindibile. Le aziende comunicano. Se vuoi informano anche. Del resto, anche la pubblicità è in qualche modo informazione (anche se per Peter Laufer l’informazione è quell’unità minima che cambia lo status quo, quindi se vogliamo sposare questa definizione bisogna alzare un po’ l’asticella). Ma le aziende comunicano loro stesse. È questo che fanno, è questo che devono fare, è questo che dobbiamo dire per essere coerenti. Lo ha fatto anche Daniele Chieffi (Eni, sponsor del festival) nel panel che ho moderato. Per me è un punto importante, fondamentale per costruire credibilità in tutto ciò che si fa. È ovvio che poi, nello scriverlo, faccio in qualche modo «piacere» a Eni. È il gioco delle parti, funziona così. Ma se smettiamo di chiamarlo brand journalism ci faremo un enorme favore.

Basi condivise

Bisogna ripartire da basi condivise. Le basi condivise si trovano nelle fondamenta della professione, non vanno riviste o riscritte ma fanno parte di un bagaglio che è parte integrante della professionalità dei comunicatori e dei giornalisti. Tutto ciò che è presente va declinato secondo queste pietre angolari.

Il futuro è (il) passato

Il primo panel che ho intravisto a Perugia (ho decisamente privilegiato il contatto umano rispetto alle lezioni) era sul giornalismo investigativo. Appena usciti i Panama papers, è facile immaginare l’entusiasmo con cui se ne parlava. Così come è facile immaginare l’entusiasmo per il data journalism che, secondo molti, è il futuro del giornalismo. Ecco: bisogna scappare da chiunque cominci qualsiasi conversazione che abbia a che fare con i contenuti online parlando di qualcosa che, entusiasticamente, definisce come il futuro.

Il «futuro» sono buone pratiche che abbiamo già scritto da tempo. Alla fine di un panel che ho moderato, proprio su giornalismo e comunicazione, tirando le somme le parole chiave e i concetti espressi riguardavano la necessità di costruirsi credibilità, la necessità di parlare con gli utenti, il fatto che il lavoro costa in termini di tempo, energie, risorse, il fatto che si debba lavorare bene, la necessità di essere quanto più possibile trasparenti con gli utenti. Sono buone pratiche che non dipendono in alcun modo dai supporti tecnologici.

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