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Episodio 1 – Guccini, Hitch, pakistani e bolle papali. Che sincretismo ragazzi.

Categorie: Collane di Flow

Bologna, 7 dicembre 2015, ore 18

L’uomo credente, di fronte alla chiamata di un giubileo, si deve sempre essere sentito sollevato. Quell’annuncio è sempre stato la promessa dell’indulgenza. Ricevere la benedizione papale e passare sotto la porta santa, per l’uomo penitente significa mondarsi l’anima, smettere di portarsi appresso il peso del peccato, essere perdonato. Qualcosa come un condono, ma spirituale e dedicato soltanto a chi si pente, si confessa e prega. È un rito, è un simbolo, ma è anche una specie di spettacolo, lo è sempre stato.

È uno show e come ogni show che si rispetta, anche questo richiede un biglietto, un lasciapassare, una ricevuta. Nel 1300, quando Bonifacio VIII indisse il primo degli anni santi, quella ricevuta probabilmente era una pergamena. Oggi, invece, è un accredito con codice a barre che si può richiedere sul sito ufficiale del giubileo della misericordia e che si scarica in PDF. Poi lo si stampa e lo si scambia, poco prima dell’ingresso di piazza san Pietro, con un biglietto vero.

Vi racconto di come ho stampato il mio perché è un ottimo punto di partenza per questa storia, che in fondo non è altro che un viaggio nel disordine di un mondo che sta faticosamente affrontando una integrazione globale, rischiando ad ogni passo la disintegrazione. Questo è un aneddoto in cui contano alcuni piccoli dettagli. Uniteli, come i puntini dell’unico gioco della settimana enigmistica che ci lasciava fare la nonna quando eravamo piccoli, e avrete l’esatta forma e dimensione del punto più grosso, quello attorno al quale stiamo girando.

Faccio parte di una generazione di persone per cui una cosa che appare su uno schermo è vera e tangibile quanto quella che appare scritta in inchiostro su carta. Anche per questo, oltre che per la mia peculiare leggerezza e distrazione in questo genere di cose, mi sono dimenticato di stamparlo prima di partire. Accortomi dell’errore ho salvato il cartiglio su una chiavetta USB che avevo per caso nello zaino, sperando di trovare un modo di stamparlo a Bologna, tappa interlocutoria del nostro viaggio verso Roma.

La chiavetta che per caso avevo nello zaino e su cui avevo salvato il mio santo lasciapassare per la porta santa era a forma di biglietto da visita e, visto che mi era stata data durante la presentazione dell’ultimo libro di Guccini, aveva stampato sopra proprio il faccione di Francesco Guccini, la cui prima canzone registrata alla Siae, non a caso, si intitola Dio è morto. Intorno alla stazione di Bologna, il lunedì del ponte dell’Immacolata, l’unico posto in cui poter stampare un file da una chiavetta USB si trova in via Giovanni Amendola, al numero 12, e si chiama Shaheen Multiservice Point.

Ignoro come si chiamasse il commesso che, sorridendo, mi ha indicato il computer in cui infilare la chiavetta di Guccini e avviare la stampa. Ma non aveva i tratti del bolognese tipico. Pelle ambrata, italiano sgangherato, probabili origini pachistane e probabilissima religione musulmana. L’unico modo di mantenere l’integrità di un foglio di carta in uno zaino riempito a strani di vestiti, computer, caricatori e libri è piegarlo accuratamente e infilarlo tra le pagine di uno di quei libri, magari quello più agile, così da averlo pronto per essere estratto, dispiegato e sventolato a richiesta.

Nel mio zaino per Roma, il caso ha voluto che il libro in questione fosse uno Stile Libero Einaudi intitolato Dio non è grande e scritto da uno dei più grandi atei della storia del pensiero razionalista: Christopher Hitchens, detto Hitch. Ricapitoliamo: un agnostico non battezzato deve partecipare a uno degli eventi più cristiani, tradizionali e analogici della Storia e, per farlo, deve scaricare un PDF. per stamparlo in una copisteria gestita nella città più anticlericale d’Italia da un pakistano musulmano, se lo porta in giro su una chiavetta USB con la faccia di Guccini stampata sopra e, per conservarlo, lo piega e lo infila in un libro di Christopher Hitchens.

L’episodio è vero ed è interamente frutto di coincidenze. Neanche volendolo sarei riuscito a rappresentare meglio il concetto stesso di sincretismo culturale in cui siamo immersi. Il multiculturalismo è un modello fallimentare che sta portando la società occidentale al collasso, dice qualcuno. Non ho la pretesa di dargli del pirla solo perché riconosco la loro difficoltà. Per secoli l’uomo ha costruito la propria identità a muretti a secco, a cancelli, a steccati.

In fondo, forse vale quello che ci ripetiamo sempre sulla libertà. Forse l’identità di uno inizia dove finisce l’identità dell’altro. Qualche giorno fa, durante una trasmissione radio da Roma, da Più libri, più liberi, Boris Pahor parlava di identità in un modo infinitamente più moderno e più maturo di un Salvini o di una Le Pen. Pahor è nato nell’agosto del 1913. Ha 102 anni, ma se parla un po’ sconnesso non è perché il cervello gli tira qualche scherzo.

A chi gli chiede se si riconosce nella cittadinanza italiana, lui risponde tranquillamente che sì, è scritto sulla sua carta d’identità e lui si sente italiano. Altrettanto tranquillamente, e con un tono di voce che anche dalla radio lascia intendere un sorriso, quando gli chiedi di che nazionalità sia, lui risponde “Sloveno”.

Non c’è alcun paradosso, né alcuna contraddizione. Non ci sono abbracci mortali in questo sentirsi doppio, né schizofrenia. È naturale che sia così. In natura non esiste purezza, esistono infiniti gradi di imperfezione. I confini pattugliati da militari esistono per le merci e per i commerci. Le identità sono più complesse, hanno frontiere linguistiche, non hanno una dimensione e uno spessore sulle carte. L’umanità è più complessa di una infografica e a volerla ingabbiare in categorie finisce male. Ci sarà sempre una frontiera in più, ci sarà sempre una categoria che ti farà diverso dal tuo vicino. È la dannata umanità che è fatta così. E non volerlo ammettere non è più stupido di quanto sia inutile.

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