Episodio 2 – Dietro ogni città santa ce n’è una che va a puttane

Categorie: Collane di Flow

Roma, 7 dicembre 2015, ore 23

Intorno alla stazione Termini non c’è nessuno. Le strade sono sgombre, silenziose, pulite. Qualche autobus parte vuoto dai capolinea, i taxi aspettano ordinati i passeggeri dell’ultimo treno. Più che aria di paura, c’è aria di annoiata normalità. Neppure la presenza di due mezzi blindati e di una mezza dozzina di militari che ci passeggia davanti armata di M16 cambia quella sensazione.

Quello che qualche anno fa avrebbe generato ansia, ora passa alto, non si nota come non si nota un festone alla vigilia di Natale. Ci si abitua all’eccezionalità. E noi ci stiamo abituando alla sicurezza. Il problema è che la nostra sta superando l’abitudine, sta diventando un’assuefazione. E sa di marcio. Più che al ragazzino coi denti storti che si abitua al fastidioso ma curativo ingombro dell’apparecchio, noi siamo più simili all’eroinomane che si è assuefatto alla sua dose e cerca qualcosa di più.

Non sono in pochi a temere una cosa, sopra le altre: quando ci accorgeremo che la sicurezza è un altro dei tanti oppiacei per popoli stanchi e malediremo l’averne voluta sempre di più, ci accorgeremo di essere all’overdose. E non sarà bello. Domani sarà un giorno lungo, per tutti. Roma vedrà finalmente iniziare il Giubileo Straordinario della Misericordia, un evento attesissimo fino a qualche settimana fa, ma che, dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre, è diventato temuto, al più sopportato. Quando Bergoglio lo annunciò, il 13 marzo 2015, Renzi era a Sharm El Sheik, in Egitto, a parlare con il generale Al Sisi. L’unica sua reazione fu: “È una buona notizia che il governo italiano accoglie con i migliori auspici”. Sono passati nove mesi, è cambiato tutto.

Saliamo sulla 92, un autobus che in 11 fermate ci porta a quella che per 36 ore chiameremo casa. È intorno alla Salaria, accanto al quartiere Coppedè, all’altezza del Piper. Sì, quel Piper. Dai tempi di Patti Pravo, le cose sono molto cambiate. L’unico maggiorenne che stanzia davanti al locale è un buttafuori butterato che avrà una cinquantina d’anni. Davanti a lui c’è un piccolo esercito di ragazzini.

Spesso le informazioni sono scritte nei dettagli e basta guardarsi intorno, osservare le microcar senza targa parcheggiate con creatività negli isolati intorno al locale per capire che sono quasi tutti minorenni. E che sono ricchi. C’è un gruppetto di adolescenti vestiti in jeans e camicie bianche non particolarmente eleganti, ma perfette, intonse. Non sembrano stirate da mamma, sembrano comprate il pomeriggio stesso in qualche negozio del quartiere. Mentre camminiamo in mezzo a quei ragazzini cogliamo qualche frase che ci fa sorridere per quanto stride con la “santità” di quello per cui ci eravamo preparati. «Regà, ma a me niente?», fa uno appoggiato su una Ligier nera, una microcar per guidare la quale serve la patente del motorino e una decina di migliaia di euro a disposizione.

Di primo acchito pensiamo alle canne. Ci viene naturale. Poi il suo amico, mentre si finisce il fondo di un cocktail che dal colore sembra essere un Negroni sbagliato male, parla di MDMA. Continuiamo. Attraversiamo il banco di minorenni. Poi un altro, poi un altro ancora. I ragazzi sono tutti molto simili tra loro, hanno mediamente un tono di voce gridato, un paio di toni più alto del normale. Parlano un romano classico trascinato che sa di film di Moccia. Una mandria di adolescenti alfa senza un filo di barba che ride, beve e lotta per farsi sentire dalle ragazze, che non sono meno rumorose, hanno rossetti pesanti, vestiti corti, maglie troppo leggere per un clima che, seppur mite, è invernale.

Poi, qualcuno, a gruppi di due o tre si allontana sghignazzando verso un muro nascosto nell’ombra, al riparo dai lampioni e da un paio di guardie giurate, che in ogni caso non danno l’impressione di voler sapere cosa vanno a fare. I ragazzi si slacciano i jeans, continuano a parlare e scrosciano getti di piscio sulle pietre del quadrilatero del Coppedé, pietre ricche, che sudano opulenza. Pietre che ne hanno viste parecchie. Nella fontana in mezzo alla strada, a pochi metri da una casa ad arco che qualcuno racconta essere la porta dell’inferno, si dice ci abbiano fatto il bagno i Beatles. A pochi chilometri, a san Pietro, l’indomani la questura si aspetta tra i 50 e i 100 mila pellegrini. Il contrasto non ci indigna, perché mai dovrebbe? In fondo, dietro ogni città santa c’è una città che va a puttane.

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