Episodio 3 – I buoni, i brutti, i cattivi

Categorie: Collane di Flow

Roma, 8 dicembre 2015, ore 7

Anche se assistendo al balletto telegiornalistico del terrore delle settimane seguenti agli attentati di Parigi sono stati in tanti a pensare il contrario, le religioni appartengono alle categorie dello spirito e non dicono nulla della natura del soggetto che le professa. Detto in maniera più piana, l’appartenenza o la non appartenenza a una comunità religiosa dice di un uomo o di una donna esattamente quello che ci dice di loro una caratteristica come il colore dei capelli. Niente di più di un dettaglio.

Dire che una bionda è stupida o che un rosso è infingardo fa giustamente ridere tutti, ormai. Il fatto che dire di un ebreo che è avido o di un musulmano che è fanatico non provochi lo stesso sussulto in molti di noi, non è un paradosso, ma un semplice frutto dell’alleanza tra malafede, pigrizia e ignoranza. Non c’è momento migliore per capirlo delle due ore di attesa che separano noi, due atei razionalisti, dal rito dell’indulgenza plenaria.

Se chi stabilisce delle divisioni tra le persone sulla base di un credo avesse ragione, io e Gabriele, che non siamo battezzati nel nome di nessun dio, dovremmo trovarci in potente imbarazzo a stare spalla a spalla per delle ore a decine di migliaia di ferventi cattolici. Gente che, non solo crede che il puntino bianco con uno strano cappello che si muove in lontananza davanti alla porta della basilica di san Pietro ci sia stato in qualche modo inviato da una divinità, ma anche che ascoltare le sue parole e passare sotto lo stipite di una porta abbia un effetto sulla loro vita morale e sul loro futuro postmortem.

Eppure non succede. Non con tutti, almeno. Perché in quella folla in coda c’è di tutto. È un po’ come andare allo stadio aspettandosi di essere in mezzo a ultras scatenati. Ci sono anche loro, i malati di mente. Ma c’è anche tutto il resto, l’Umanità. Tre code, tre prove, come quelle che affronta Indy Jones per accedere al tempio di Alessandretta, trovare il Graal e salvare suo padre. Solo l’uomo penitente potrà passare, ripete tre volte.

Qui è leggermente diversa: a passare sarà solo l’uomo paziente. Attesa e pazienza. Il momento perfetto, quello in cui si creano più facilmente i legami tra le persone. È l’occasione per il dialogo che speravamo. Siamo qui per questo. Il primo personaggio con cui scambiamo due chiacchiere è un ragazzo ugandese tarchiato e sorridente. Si chiama Remigio, ha 30 anni e un lungo abito talare nero che gli arriva ai piedi. All’altezza della cintura ha una elegante fascia porpora che si intravede dal monopetto aperto del cappotto, nero anche quello.

Quando iniziamo a chiacchierare con lui sono circa le 7 e 20. Siamo in via della Conciliazione e aspettiamo il nostro turno per aprire gli zaini e farci controllare con un primo metal detector portatile. Nonostante sia una fila affollata, c’è spazio abbondante per respirare, nessuna pressione, pochissima ansia. Della paura che ci aspettavamo di trovare nella folla, nessuna traccia percepibile.

Remigio risponde alle nostre domande sorridendo, con molta tranquillità. Vive a Roma da 4 anni e tra un anno dovrà tornare a casa, una cittadina dell’Uganda, per compiere la sua missione e predicare. Roma gli mancherà? Certo, e anche se non lo ammettesse lo si vedrebbe dall’espressione degli occhi, che quando ne parla ci attraversano, come se stesse osservando qualcosa che ci oltrepassa. Ma non basta a rattristarlo. Il suo volto è il ritratto della pace. Sono in tanti che, come lui, vengono dall’Uganda ogni anno per diventare sacerdoti, ci racconta prima di iniziare a chiederci di noi.

Appena scopre che siamo giornalisti il discorso si incanala sul trattamento mediatico del terrorismo. Remigio ci tiene a dirlo subito: non ha paura, ma con la categoria dei giornalisti non è leggero. «Voi giornalisti state esagerando», dice mentre un agente della polizia gli passa il metal detector sul giaccone pesante di feltro nero. «Non dobbiamo avere paura », aggiunge, rinfrancato dal capire dai nostri toni che siamo perfettamente d’accordo. La seconda fila è la più faticosa. Si sono fatte le nove e inizia anche a piovere.

Ridere in qualche modo deve essere una reazione alla fatica. Il nostro ateismo e la nostra stanchezza si manifestano in qualche domanda demenziale. Ma se si mette a piovere sull’inizio del Giubileo come la dobbiamo interpretare? Non sarebbe una ineluttabile prova dell’inesistenza di dio? Che gli costa far smettere di piovere? E se non lo fa, perché dovrebbe salvare tutta questa gente? Che poi, ci chiediamo, ma salvare da cosa?

Vorremmo chiederlo a Remigio, fermarci e ascoltare quello che ha da dirci lui, così sorridente negli abiti che rappresentano una scelta di vita che noi non riusciamo nemmeno a immaginare. Ma qualcosa ci disturba. Si tratta di qualcosa a cui non potevamo sperare di assistere. Davanti a noi c’è una donna corpulenta che parla tranquilla con un signore dai capelli bianchi. Lui ha i lineamenti familiari, già visti. Lei si guarda intorno sorridendo, lui con lo sguardo brillante di chi cerca qualcosa da raccontare. L’impressione dei primi istanti è che i due si conoscano, ma è una sensazione che scivola via all’istante. Appena cominciamo ad ascoltare le parole della donna ci rendiamo conto che no. Proprio no. Per niente.

Siamo proprio dietro di loro e ci godiamo la chiacchierata. Lei parla un sacco. Da quel che capiamo faceva parte dell’Ugl, il sindacato destrorso, vicino a quella che fu Alleanza Nazionale. Dopo quell’esperienza si è convertita, prima provando il buddismo, poi trovando in Cristo le risposte che cercava. Quel dettaglio mi colpisce, ma ancora di più mi colpisce un altro: dice di aver lavorato nello staff di Renata Polverini. Non sono l’unico ad essere interessato.

Un dettaglio curioso è un dettaglio curioso. Due dettagli curiosi sono l’inizio di una storia. E il signore con i capelli bianchi, il cui sguardo ci era familiare perché era il nostro stesso sguardo, tira fuori un blocco note e una penna e si appunta qualcosa. Si presenta alla donna, si chiama Sebastiano Messina, è un giornalista di Repubblica e non è credente. Un giornalista. Di Repubblica. Non credente. L’ugiellina-exfascista-neocristiana-filopolveriniana fa la faccia di chi non ci può credere di avere un’occasione così. Un comunista.

Lo sguardo le cambia, in un istante. E Sebastiano Messina, ignaro che noi tifiamo per lui un passo dietro, nei successivi venti minuti si ritrova in una situazione veramente assurda. Primo round. La donna lo incalza. Messina deve averle detto, oltre al fatto di non essere credente, di essere lì per testimoniare, per fare il suo lavoro di giornalista. La donna inizia a parlare più veloce, le brillano gli occhi, si agita e chiama uno spilungone. Arriva una specie di sacerdote freak, con la bandiera della Repubblica Ceca legata al collo che gli spiove sulle spalle a mo’ di Superman. Parla molto male l’italiano, ma le sta dietro mentre lei propone a Messina una specie di patto.

È tutto molto grottesco, Messina è preso alla sprovvista, tenta il disperato equilibrismo di chi è pressato nella fila e non può scampare all’assedio e, nello stesso tempo e per lo stesso motivo, deve essere gentile. Ormai ha tirato fuori il taccuino. La storia gli si srotola davanti. «Tu non sei un credente, ma mi piacerebbe che oggi vedessi un miracolo», fa la donna a Messina. La situazione è ancora sotto controllo, o quantomeno Messina fa finta di ascoltarla ancora con curiosità. Ma dura poco, perché poi, in pochi istanti, è il delirio.

Secondo round. «Lui è un sacerdote», fa lei indicando lo spilungone, «significa che quando dice messa è Cristo». Non vediamo lo sguardo di Messina, ma probabilmente è più o meno in quel momento che inizia a pensare a una strategia di fuga. Ma non c’è fuga dalla fila. «Se Cristo oggi ti facesse vedere un miracolo diventeresti credente?», gli fa la pazza. Messina nicchia, ma lei non molla, insiste, riesce a metterlo in difficoltà chiedendogli qualcosa come «Ma davanti a una prova cambieresti idea?». Una domanda difficile per ogni razionalista.

Una domanda in grado di provocare una specie di cortocircuito logico. E lo è per un motivo molto semplice: perché la risposta è Sì. È il fottuto metodo scientifico: se qualcosa dimostra che quel che pensavo fino a un minuto fa non è vero, io devo mettere in discussione tutto il cucuzzaro. Se dopo un milione di lanci in cui il sasso che lascio cadere dalla mano cade per terra, una volta, anche solo una volta non dovesse cadere se rimanesse lì, davanti a me, sospeso nell’aere, io, una volta appurato che non ci sono fili, sarei obbligato a mettere in discussione la legge di gravitazione universale e ripensare tutta la fisica da Newton in poi.

Anche Messina, a questa domanda, non può che rispondere di sì. E infatti lo fa. Annuisce. Terzo round: è il momento. Lei salta letteralmente in aria, si mette quasi a piangere, tanto che anche la gente che le sta attorno — sacerdoti, suore, laici, tutti credenti tranne noi due e Messina — la guardano tradendo un unico pensiero: ma chi è sta pazza?. «L’ha fatto! Lo sento! Il miracolo! Gesù Cristo! Gesù Cristo ha compiuto il miracolo!» Per un attimo sembra di essere chiesa battista di Triple Rock, proprio a fianco di John Belushi mentre la luce lo investe. Ma non c’è nessun reverendo Cleophus James a urlare dal pulpito.

 

No, i pochi fedeli che abbiamo intorno sono allibiti quanto noi. Poi, a sparigliare ulteriormente le carte, succede quello che succede in ogni santissima e non santissima coda: qualcuno supera lo sbarramento e scavalla tutti gli altri. Fa il furbo. Al giubileo. Il trambusto a lato della fila, che già si era sentito qualche minuto prima, aumenta. Un centinaio di persone è riuscito a saltare la fila. L’individualismo italiano supera a destra sia l’afflato religioso della donna, sia la buona educazione del giornalista.

Lei si arresta di colpo e si fa strada verso la balaustra con il passo dell’orango, le mani a spostare altri fedeli come lei come se fossero liane e sterpaglie che le si parano davanti in una giungla. Dietro di lei c’è il sacerdote freak della Repubblica Ceca e un altro vecchio che per tutto il tempo le era stato di fianco senza spiccicare parola. Dopo due passi si gira, la vedo voltarsi e gridare. Voi immaginatevela al rallentatore, con la voce che le si fa profonda, mostruosa, meccanica che fa a Messina: «Daaaquaaaasiiiiiipaaaasssssaaaaa! » «Ma quindi… si passa?». Da quando è iniziata quella surreale scenetta di pseudoconversione queste sono le prime parole che Messina pronuncia senza la calma della riflessione. I due, in un ribaltamento grottesco e italianissimo dei rapporti, si ritrovano da nemici di fede ad alleati di furbata, nel tentativo di saltare la fila.

Spariscono inghiottiti da altra gente che prova a seguirli. Da quanto possiamo vedere non riescono nel loro intento, ma non li vediamo più. Dai tweet che il giornalista di Repubblica manda durante la giornata sembra che sia rimasto sostanzialmente dietro di noi, a poca distanza. Ma in fondo non importa. Il buon Messina e la pazza convertitrice di anime in pena non sono gli unici esempi di questo strano fenomeno dello scavallo giubilare della coda, ovvero di quel sentire arrogantemente italiano di essere gli unici al mondo, i più furbi, i più scaltri, quelli per cui le regole non valgono. Il fenomeno è conosciuto.

Chiunque di noi ha assistito mille volte a qualcuno che si avvicina alla coda a cui noi partecipiamo con diligenza e, con estrema nonchalance, corrucciando lo sguardo e facendo finta di non capire bene come funziona il concetto di mettersi uno dietro l’altro e aspettare, si infila a metà. E se ne sta lì, ferma, guardandosi intorno, come se stesse aspettando qualcuno. Tu la guardi. Corrucci il sopracciglio. La fissi. Lei non ti guarda mai, sintomo che ha capito che la stai guardando e che la stai giudicando.

È una dinamica ridicola nella sua normalità. Ma è ancora più ridicola quando la coda che si sta facendo dovrebbe portare fino a una porta che chiamano santa, passando per una preghiera di massa guidata da quel che chiamano il Santo Padre e che, proprio alla fine di quella coda, assolverà tutti i credenti dai peccati che hanno commesso. Monderà loro l’anima con l’indulgenza plenaria papale. Salverà loro l’anima e permetterà loro di passare l’eternità su delle morbide nuvolette, tra cori angelici e anime pie.

Sono circa le 9 del mattino quando la situazione appena raccontata si presenta davanti ai nostri occhi. E non ci vogliamo credere. Una vecchia bassa, raggrinzita, che muove gli occhi veloci da sinistra a destra e fa un gesto con la mano per chiamare i suoi due nipoti, che intanto aspettavano diligentemente in fila. La vecchia è arrivata praticamente ai metal detector quando i due ragazzini, in preda a una titanica vergogna, con gli occhi bassi e trascinando i passi, le si avvicinano. Nessuno dice niente. È uno dei pilastri del giubileo l’avere pazienza per il comportamento delle persone moleste.

Anche loro saranno mondati dai loro peccati una volta all’interno: lo sarà la vecchia raggrinzita e imbruttita dallo sguardo subumano. Lo saranno i suoi arrossati nipoti. Ma dio perdona, la loro subcoscienza no. Nella vita basta scansare una volta il coraggio per essere dei pavidi per sempre. E situazioni come queste, a 11 o 12 anni, te le ricordi per sempre. Mentre procediamo lentamente verso i metal detector, mentre mi tolgo la cintura come se dovessi prendere un aereo e mentre il poliziotto mi urla di fermarmi perché ho un pericolosissimo moschettone che mi tiene le chiavi, spero che quei due ragazzi dimentichino tutto questo molto in fretta.

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