Episodio 4 – Tra selfie e videini. La sceneggiatura di dio, il voyeurismo della piazza

Categorie: Collane di Flow

Roma, 8 dicembre 2015, ore 11

Arrivare in piazza san Pietro, infilarsi negli spazi transennati a recinti in legno come le vacche e stare in piedi accalcati per tre ore necessità di attesa. È tremendamente statico cercare di mettere a fuoco un puntino bianco che si suppone essere il papa, ma che potrebbe essere qualsiasi cosa. È come qualsiasi cosa che è statica — dalla morte all’ultima partita di Serie A tra capolista e retrocessa — anche questa è tremendamente noiosa.

Non costa nulla ammetterlo, neppure al più ateo degli atei: il Vaticano ha tante colpe, ma tra queste non figura il fare le cose così tanto per farle. E infatti da queste parti hanno imparato da tempo a fare i videini. D’altronde quando di fronte hai condizioni ineluttabili e contemporanee come avere milioni di fedeli, avere una guida suprema unica per definizione e credere in un dio che i favori te li fa ex post, in qualche modo devi industriarti. E visto che il papa durante la cerimonia non è più grande di un puntino, in Vaticano si sono industriati da un pezzo, e hanno imparato a curare molto bene la regia dell’evento.

Sacerdoti che camminano e si muovono all’unisono, perfetti nelle loro coreografie manco fossimo al Bol’šoj, movimenti di macchina degni di uno Stanley Kubrick, ma soprattutto una sceneggiatura precisa. Il libretto che ci consegnano all’ingresso come se fossero bottigliette d’acqua durante un concerto sotto il sole di luglio non lascia spazio a nessuna sbavatura. Si intitola, in caps lock: IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA. Sottotitolo, sempre in caps lock, ma in font leggermente più piccolo: APERTURA DELLA PORTA SANTA. 8 DICEMBRE 2015.

 

Più che un libretto di canti sacri e preghiere da recitare è una vera e propria sceneggiatura. È talmente precisa che non ci sorprenderebbe leggerci anche lo starnuto del camerlengo o del diacono che, leggiamo testualmente, a un certo punto “porta solennemente il Libro dei Vangeli all’ambone”. Per scoprire che l’ambone è “una tribuna in marmo, pietra o legno, chiusa da tre lati da un parapetto, aperto su una scala nel quarto lato” avremmo bisogno di copertura di rete, ma in piazza il telefono è inerme.

La rete 3G non è pervenuta, quella telefonica va a singhiozzo, condizioni per cui uno smartphone te lo tiri nei denti, tranne che per qualche fotografia. Che sia allo stadio, a un concerto o a un qualsiasi evento di massa in cui tutti guardano un palcoscenico o un personaggio, tutti abbiamo provato l’esperienza di guardare in direzione di una massa che ci guarda oltre. È una sensazione piacevole di unicità. Ma farlo nel 2015 in piazza san Pietro, mentre tutti in teoria sono in raccoglimento spirituale mentre il papa recita le formule canoniche di benedizione, ha un sapore più intenso, nonché un risultato che dà a tutto una dimensione più modesta.

Se nella religione cattolica il rapporto tra il credente e dio è mediato da almeno un emissario della Chiesa, in questo caso ci si accorge che la mediazione è tripla, perché il rapporto di questa folla con il proprio dio non è solo mediato dal rapporto con le parole del papa. A sua volta il rapporto con il papa è mediato dai mega schermi che ne proiettano il volto e le mosse, altrimenti inosservabili da quella distanza. E non basta ancora. Perché spesso il rapporto si complica ancora di più.

 

È un rapporto se possibile ancora più mediato dagli smartphone e dai tablet. Se ne contano a migliaia. C’è chi riceve la benedizione guardando in uno smartphone il megaschermo sul quale viene proiettato il volto di un papa che benedice in nome di un dio. Due schermi, un uomo e un dio. È una benedizione a filiera lunga. Indignarsi e rimpiangere i bei tempi in cui per vedere il papa dovevi strizzare gli occhi è ridicolo. Anche perché, a ben vedere, quelli erano gli stessi bei tempi in cui due atei in san Pietro ce li lasciavano entrare solo per farne un brasato umano.

Ora invece siamo ospiti, e pure abbastanza graditi viste le chiacchiere e i sorrisi che la maggior parte della gente ci concede. Anche dopo che risulta chiaro che noi non siamo lì per essere mondati. L’imbarazzo che coglie il non credente che si ritrova in un posto come piazza san Pietro nel momento più sacro della cristianità è notevole. Non ci credete? Provate a conversare di politica, di scandali vaticani, di diritti delle minoranze, paure, islam e matrimoni omosessuali in piazza san Pietro con un paio di gentili anziane. Provate a non nascondere le vostre idee progressiste, ma nello stesso tempo a non dire che non siete battezzati e che non avete mai parlato con un prete in confessionale.

Poi, nel momento in cui parte un Ave Maria e voi non potete sparire nel nulla, provate a guardare che faccia fanno quelle stesse gentili anziane, mentre notano che la vostra bocca non si muove e che non sapete neppure che diavolo stia succedendo. Forse è la stessa faccia che potrebbe fare una fan di Vasco Rossi con il quale avete flirtato in prima fila al concerto che, quando parte Albachiara, vi guarda sorridendo e nota che non sapete le parole. Imbarazzo è la parola giusta. Un imbarazzo che in quel contesto mi fa sentire come quando, in una spiaggia di nudisti, ero l’unico con il costume.

 

Mi sento uno che ha qualcosa da nascondere. Ci sono quasi più schermi che persone davanti a Francesco che con stanchezza porta avanti la sua parte avanzando verso la Basilica, iniziando il lento percorso verso la porta santa che lo aspetta all’interno. Dalla piazza si scorgono, sopra il portico di san Pietro, decine di giornalisti e telegiornalisti che, come cecchini, dal tetto puntano i loro obiettivi sulla piazza, sul palco. Non hanno il puntatore laser rosso, altrimenti non ci stupiremmo affatto a vedercelo puntato in faccia anche noi. Ancora un passo e il papa sparisce in san Pietro.

I cecchini giornalisti non hanno più nulla da filmare. Ora tocca all’operatore che segue il papa con la macchina in spalla. All’interno della Basilica, a giudicare dalle inquadrature che ci propongono i megaschermi, ci sono almeno tre altri operatori. Ancora pochi minuti e saranno tutti mondati. Tutti tranne due persone. Una ce l’ho proprio davanti che sta scattando una foto. L’altro sono io.

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