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La rivoluzione non sarà live su Facebook

Revolution

The revolution will not be televised è una poesia e una canzone di Gil Scott-Heron del 1970 che richiama uno slogan molto popolare negli anni ’60 all’interno del movimento Black Power (l’immagine è un estratto da Black Power: Politics of Liberation in America).

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La prima versione venne registrata nel 1970 per l’album Small Talk at 125th and Lenox (lettura del testo da parte di Scott-Heron e congas e bongo, nient’altro). Nel 1971 ne venne realizzata una nuova versione, polistrumentale. Questa.

Il testo cita una serie di marchi, personaggi famosi e situazioni tipiche dell’ecosistema televisivo (e del rapporto con la televisione da parte del telespettatore) per arrivare al finale: la rivoluzione non sarà trasmessa in televisione. La rivoluzione sarà live. E non sarà una cosa pulita, pettinata, da mostrare attraverso gli highlights. Sarà qualcosa che non potrà avere sponsor, non sarà edulcorata, non avrà testimonial, non parlerà la lingua canonizzata di un mass media e non ne seguirà la liturgia.

Nel 2010

40 anni dopo, una t-shirt acquistata a New York ripropone il medesimo tema, utilizzando Twitter al posto della tv: «The revolution will not be twitterized». Il riferimento, questa volta, è tutto per la (presunta) rivoluzione iraniana «via Twitter» (che seguiva la rivoluzione via Twitter in Moldavia). Il 4 ottobre 2010 Malcolm Gladwell spiegava già molto bene perché la rivoluzione non sarebbe passata da Twitter, sul New Yorker. Basterebbe leggere questo pezzo per avere tutto chiaro (la traduzione, come al solito, è del sottoscritto).

«[L’attivismo su internet] rende più facile, per gli attivisti, esprimersi, e più difficile che quell’espressione abbia un impatto. Gli strumenti dei social media sono perfetti per rendere ancora più efficiente l’ordine sociale precostituito. Non sono nemici dello status quo. Se pensi che il mondo abbia bisogno semplicemente di essere lucidato un po’ sui bordi, allora questo non ti dovrebbe turbare. Se invece pensi che ci sia ancora qualche mensa, là fuori, che necessiti di integrazione [il riferimento è alle proteste di Greensboro, dopo che quattro afroamericanni ricevettero il diniego di un pasto ad una mensa della catena Woolworths, ndr] , allora questo dovrebbe farti pensare».

Nel 2011

L’anno successivo, Morozov scrive L’ingenuità della rete. Approfondisce il concetto, da ex entusiasta delle «rivoluzioni su Twitter», e distrugge sistematicamente e con metodo la possibilità che un social media possa diventare il volano di una rivoluzione.

Nel 2016, una ragazza afroamericana manda live su Facebook quel che succede – questo è quel che sappiamo e possiamo presumere da quel video – dopo che un poliziotto ha sparato al suo compagno. Succede di tutto, dal punto di vista dell’analisi. Il video viene prima rimosso da Facebook, poi fatto precedere da un avviso: contiene immagini forti. Si vede un uomo che muore, per la precisione.

Zuckerberg posta su Facebook in merito, con retorica da comunicato stampa.

Molti analisti, italiani e non, parlano della cosa. C’è chi ritiene che i media siano cambiati per sempre. Secondo la Columbia Journalism University questo è un nuovo capitolo per il citizen journalism. Anche Mario Calabresi dedica alla questione un editoriale su Repubblica.

Pietro Minto, su La Lettura di domenica scorsa, un mese dopo i fatti, arriva addirittura a teorizzare che questo strumento, Facebook Live, non solo è un nuovo strumento giornalistico – come scrive Brian Feldman sul New York Magazine – ma è addirittura uno strumento politico. Che può dar voce alla protesta.

«Il progetto non è di certo un fallimento, ma ha avuto un effetto collaterale: trasformare il gigante di Menlo Park in uno strumento civico, e non è detto che ZUckerberg sia interessato a sobbarcarsi le responsabilità di una svolta simile»

Il cerchio si chiude e ci vorrebbe una nuova canzone: parliamo ancora una volta di violenze sugli afroamericani: non più la tv di Scott-Heron, non più Twitter, ora è Facebook Live.

Rimettiamo a posto le cose

Se non ci basta la storia e se non ci basta l’analisi di Morozov, accontentiamoci del funzionamento degli strumenti. Facebook ha pieno controllo su quel che inventa. Nulla di quanto si usa su Facebook sfugge, tanto per cominciare, all’algoritmo di Facebook. E se un contenuto diventa «virale» rapidamente, Facebook esercita il proprio potere di controllo (nel caso del video in questione lo rimuove, poi lo ripubblica) come preferisce. Questo significa che non siamo di fronte né a un nuovo strumento giornalistico né a uno strumento di protesta o politico. Siamo di fronte al live streaming di una Over The Top, che te lo fa usare a suo piacimento. Nulla è sfuggito di mano a Facebook, che non è un ente di beneficienza o un volano di idee radicali o insurrezionaliste. È una compagnia privata con un unico scopo: fare profitto (e possibilmente diventare internet). Figurarsi se si lascia sfuggire di mano qualcosa di così grosso.

Di video amatoriali che mostrano violenze della polizia su afroamericani ce ne sono tantissimi, da anni, e non sono ancora serviti. Il fatto che uno di questi video (peraltro, in media res) sia andato live non significa che farà partire la rivoluzione. Anzi.

Il live va preso con cautela: non è vero in quanto tale (ogni video, anche in diretta, può essere falso), impedisce la comprensione, l’approfondimento, favorisce l’emotività. Un sentimento, quest’ultimo, che un giornalista, quando tratta di fatti, non si può permettere (a meno che tu non sia fra coloro che si farebbe operare da un chirurgo che si emoziona quando sta per salvarti la vita).

Ma allora come li uso?

La domanda è pertinente, perché su Wolf. non ti aspetti tanta filosofia ma consigli pratici. Il fatto è che a volte la filosofia (e prendersi il tempo per fare analisi d’ampio respiro, correlando fra loro fatti, produzioni, elementi che sembrano privi di correlazione) è necessaria per arrivare, poi, al nocciolo della questione.

I live su Facebook servono per promozione

Bastava questo, in effetti. Facebook è una piattaforma sulla quale puoi promuoverti. È vero che ci distribuisci contenuti (o almeno, ti sembra di farlo). Ma il gioco funziona se e solo se con quei contenuti tu riesci ad avere un ritorno che vada oltre il semplice «faccio traffico, vendo banner». Anche perché i video live, o trovi uno sponsor (dura), o ti paga Facebook (ma capita a pochi), oppure non li monetizzi affatto. Faccio due esempi che mi riguardano e che chiudono il cerchio della formazione: questo pezzo è fatto di cerchi che si chiudono. Da qualche mese ho iniziato a fare un breve «live» su Facebook del mio corso sul giornalismo social. Ebbene: la prima volta ha convinto una persona a iscriversi al corso successivo. La seconda volta qualcuno ha addirittura pagato per assistere al seguito della lezione in streaming, fraintendendo lo scopo del live, che era solamente didattico – mostrare ai presenti l’impatto reale di un video live su Facebook – e di promozione.

Questo non significa che non possano essere utilizzati anche come strumento giornalistico: in fondo, il live streaming non se l’è mica inventato Facebook (il lavoro di Paul Ronzheimer della Bild su Periscope, per esempio, è un caso di studio).

Questo non significa che non possano essere utilizzati anche come contenuti tout court.

Significa, però, che abbiamo bisogno di essere disincantati e di non pensare che strumenti che sembrano nuovi possano davvero cambiare il mondo in meglio. Non accadrà, e se mai dovesse accadere non sarà con i tempi che la frenesia da social ci fa ritenere.

Buone pratiche

Vuoi delle buone pratiche per usare i video live? Sono sempre le stesse, purtroppo: privilegia il contenuto, ascolta la tua comunità di riferimento. Il mondo lo cambieremo la prossima volta. Magari insieme.

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