Passare alla montagna, una chiacchierata con Paolo Cognetti

Categorie: Collane di Flow

Viviamo in un’epoca complessa, per alcuni aspetti fantastica, per altri incubotica. Mai come in questi anni i nostri cervelli sono sottoposti a una pioggia inarrestabile di contenuti, di stimoli, di sollecitazioni che arrivano da ogni parte. È così che in pochi anni — una scarsa decina anche se sembra un secolo — la nostra vita è stata letteralmente invasa da mille distrazioni istantanee all’ora. Le notifiche dei like di Facebook, i retweet su twitter, i like su Instagram, i messaggi del gruppo degli amici su Whatsapp, o su quello dei colleghi di Telegram o di Slack. Il vibrare del cellulare per un mail arrivata, o per un antiquato ma pur sempre presente sms o per una ancora più rara chiamata.

E poi, ancora, ad ogni pausa o, peggio ancora, durante la nostra quotidiana illusione del multitasking, ci perdiamo in migliaia di scroll, minuti e ore spese a scrutare le vite degli altri, a pubblicare decine di status e di commenti alla contingenza. Scritti direttamente nell’oblio. E tanto siamo presi dal flusso che non ci accorgiamo neppure che la maggior parte del tempo quei social sono antisocial, e che quello in cui ci siamo infilati non è un’agorà, una piazza virtuale, ma una prigione, una cella di isolamento in cui guardiamo in uno specchio nero che riflette la nostra sagoma distorta, un personaggio che non siamo più noi e che ci sta rosicchiando piano piano la vita.

C’è qualche antidoto? C’è qualche soluzione per uscire da questa dipendenza e da questa solitudine alienante e schizofrenica che se ci sfugge di mano ci ruba tempo e ci rovina la vita? A leggere l’ultimo romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne, appena pubblicato da Einaudi e i cui diritti sono già stati venduti in 30 paesi, dalla Francia alla Cina, la risposta parrebbe essere positiva. È la montagna? Sì, certo, tutto comincia da lì, anche questa chiacchierata con Paolo Cognetti. Ma c’è molto di più.

Ci sono parti di questo libro in cui risulta evidente un tuo debito verso la montagna. Cosa le devi?
Le devo tantissimo. In montagna ho passato le prime venti estati della mia vita e per me è stato, oltre che il luogo della crescita estiva, anche un luogo speciale ed esclusivo del rapporto con mio padre. Ma devo alla montagna anche altre cose, cose successe da adulto. Come sai sono andato a vivere in montagna per buona parte dell’anno ormai da sette o otto anni e in tanti sensi questa scelta mi ha cambiato la vita, mi ha salvato, mi ha ridato energia per scrivere.

Da cosa ti ha salvato?
Da una specie di binario morto cittadino in cui ero finito. Parlo di relazioni finite, certo, ma anche di un senso della mia scrittura che avevo perso. Mi sentivo prosciugato, come se avessi perso contemporaneamente la fonte, il senso di quel che facevo e le storie che avevo da raccontare.

Cosa ha ridato la montagna alla tua scrittura?
Un luogo dove mi sento bene e una forma di concentrazione che sentivo che in città si era persa. Lo sento tutt’ora, ora che sono a Milano per le prime presentazioni del libro. Qua mi accorgo di dedicarmi ad altro, perché qui viene più facile curare le pubbliche relazioni che leggere e scrivere. Il tempo della città, che è anche il tempo dei nuovi mezzi di comunicazione e dei social network, ci sta rubando il tempo per la lettura, per la scrittura, per la concentrazione, che è poi il tempo del pensiero. Mi ha dato anche una profondità dal punto di vista linguistico, perché iniziare a scrivere di montagna significa lavorare un sacco sulle parole che servono per descriverla.

Le otto montagne ha un passo narrativo sintetico, come quei discorsi che si fanno quando si cammina in montagna e non si ha il fiato per perdersi in discorsi inutili. Che ne pensi, ti ci ritrovi in questa sinteticità?
Sì, mi ci ritrovo assolutamente. È quello che cerco come lettore, perché amo gli scrittori laconici, ma è anche quello che ricerco quando scrivo. Come sai vengo dalla scrittura di racconti. E a me non sembra con questo romanzo di avere fatto un salto carpiato che ha ribaltato il mio modo di scrivere. È un libro ancora fortemente ancorato ala scrittura di racconti, fondato sul dire poco, sul togliere, sul lasciare fuori.

Hai accennato ai social network e alla vita cittadina che ci distoglie dalla concentrazione. Come possiamo uscirne? Tu sei andato in montagna, ma non tutti possono farlo. Cosa consigli di fare a quelli che non possono cambiare completamente la propria vita?
Si può anche senza montagna. Si chiama disintossicazione. Bisogna usare le stesse tecniche che si usano con la tossicodipendenza, perché di quello si tratta. L’abuso di social network è lo stesso tipo di fenomeno, bisogna trattarlo come l’eroina o l’alcool: imporsi l’astinenza e crearsi degli spazi in cui questi gesti non possono entrare. Perché se i social possono entrare dappertutto, allora è finita. Ti occupano completamente il tempo e la mente.

La letteratura può essere uno di quei posti?
Sì, assolutamente, ma bisogna salvarla. Ti faccio un esempio: recentemente sono stato a New York un mese, a ottobre, ed era una città che ricordavo con molti lettori. Mi ricordavo nitidamente che laggiù andavi in metropolitana e trovavi dieci persone con un libro in mano. Parlo di cinque anni fa, non ti un secolo fa. Ora ci ho trovato soltanto gente che smanettava sui propri telefoni. La letteratura, la lettura, sono rifugi, ma come tutti i rifugi li devi proteggere.

Come si fa?
Vietandosi queste invasione, barricandosi nel proprio tempo dedicato ai libri. Parlavo di disintossicazione proprio per questo. Bisogna imporsi almeno una dieta. Io la sera spengo il telefono. O anche la domenica. È violento, ed è inutile negare che a questo punto delle nostre vite sia difficilissimo, perché ci sembra di strapparci via un pezzo di carne di dosso. Ma è necessario.

La montagna ti ha aiutato a scrivere questo libro?
Sì. Tutto quello che ho per connettermi nei mesi che passo in baita è un iPad che ha una scheda prepagata. Il contratto prevede che abbia un paio di GB di traffico dati al mese. Tra film musica e tutto il resto, questi finiscono regolarmente a metà mese e il resto del tempo, semplicemente, sono disconnesso. Questo libro l’ho scritto anche grazie a questo. Perché per due settimane al mese, anche solo per vedere la posta, io dovevo andare giù in paese a cercare un wifi. A casa prende male la linea del telefono e non funziona internet. È così che mi sono reso conto io stesso, che non sono un internet dipendente, che quello stato di silenzio mi ha aiutato tantissimo a scrivere, a concentrarmi. Sono molto grato a questo limite delle schede prepagate.

Si discute sulla necessità da parte della letteratura di dare conto di questi strumenti, di inglobare chat e social network. Che ne pensi?
Immagino che ci aspettiamo che la letteratura inglobi questa tossicità perché la letteratura è lo specchio delle nostre vite e ora, nelle nostre vite, questa tossicità indubbiamente c’è. Dopodiché, per fortuna, la realtà no è solo quella ed esistono ancora posti al mondo dove queste cose non ci sono. In montagna quello che vivo io è semplicemente la normalità. I miei amici hanno il telefono, ma di solito non suona mai per tutto il giorno. La mia non è stata certo una scelta narrativa. Non mi sono messo a tavolino e ho detto: ora scrivo un romanzo dove non metto i computer o la tecnologia.

A un certo punto del libro i due amici protagonisti si ritrovano nello stesso bar, in montagna, ma non si salutano nemmeno, come se ci fosse una barriera tra loro. Pietro è in una bolla estiva, in compagnia dei villeggianti, cittadini piccolo borghesi in vacanza. Bruno invece è con i lavoratori montanari. Quanto è pericolosa questa divisione della società in bolle sociali e di classe che non si considerano e non si parlano?
È pericolosa. Sì, lo percepisco anch’io. E mi sembra il momento giusto per farlo notare. L’elezione di Trump mi sembra che abbia anche un po’ ha anche a che fare con questo. Ieri sera ero in un bar di Milano e ci pensavo. Esiste una classe sociale, quella a cui noi apparteniamo, che spesso pensa di essere l’unica esistente al mondo. Siamo quelli che leggono i libri, che smanettano sui social network e la sera vanno a bere i cocktail in un locale di Milano. Poi esiste tutto questo mondo di lavoratori, di nuovi sottoproletari, che sono diventati invisibili per noi, gli stessi noi che poi si stupiscono che possa vincere Trump. Ma è solo perché non ci siamo mai accorti che esistono anche altre realtà, altra gente. E noi non ne ignoriamo anche l’esistenza, pensiamo che tutti vivano come noi.

Sì, viviamo in una grossa bolla e non ci accorgiamo nemmeno che ci viviamo dentro. Quanto è difficile dire a noi stessi che siamo dei privilegiati? Apparteniamo a una parte di mondo estremamente minoritaria che pensa di essere totalmente maggioritaria, come facciamo a uscirne e a farla esplodere?
Io credo che la tecnica migliore sia sempre quella di non accettare le divisioni e di mischiarsi. Io abito in montagna e siamo in quattro gatti. Il mio vicino di sopra abita a un quarto d’ora a piedi verso la cima, quello di sotto a un quarto d’ora a piedi verso valle. non ci siamo scelti, ma siamo diventati amici. Quello sotto costruiva case e legge un sacco di libri. Quello sopra aveva le mucche, non ha i denti e vive di pochissimo. Incontrare gente diversa da te e parlarci, diventarci amici, anche se si è diversi, è questo l’unico modo di capire gli altri e di sapere che non esistiamo solo noi e la gente come noi.

A un certo punto del libro Pietro dice che si sente di dover difendere non tanto la sua solitudine, ma la sua capacità di stare da solo. Quanto è diversa questa solitudine agognata da Pietro da quella alienante dei social network?
Non hanno assolutamente nulla a che fare. La montagna ti offre una solitudine spesso arricchente. Il computer aliena quasi sempre. È difficile stare veramente da soli. Siamo esseri sociali e appena ti disabitui a stare da solo con te stesso poi non sei più capace. Io questa cosa l’ho scoperta in montagna. È lì che mi sono accorto di non essere mai stato in vita mia da solo per un giorno intero. E questa è una cosa che ho dovuto imparare, e che devo continuare a imparare.

Che tipo di solitudine è?
In quel momento si instaura un rapporto del tutto nuovo con il paesaggio. La solitudine della montagna è agli antipodi di quella di uno che se ne sta piantato in casa a guardare uno schermo. Quella è la solitudine della depressione e basta. La solitudine della montagna ti apre tutta una serie di riflessioni e ti accorgi, tra l’altro, che Rigoni Stern aveva ragione: è impossibile pensare di essere da soli in un bosco, sei circondato da vita. Ma attenzione, perché anche in montagna c’è una solitudine che potremmo definire “cattiva”.

Quale?
È quella che invece di aprirti al mondo ti chiude. Quella che ti fa sembrare di essere in una casa degli spettri in cui ti senti circondato dalle tue ossessioni. E da quella bisogna scappare per salvarsi la vita. Entrambe queste cose, però sono molto diverse dalla alienazione del tipo che sta in casa sua tutto il giorno davanti al computer.

Anche sui social però sono una corsa inseguiti da se stessi e dalla propria incontinenza. Non riusciamo a tenere a bada il nostro ego. Sei d’accordo? Come possiamo fare a contenere questa epidemia di egocentrismo che si sta diffondendo in maniera preoccupante?
Quel tipo di egocentrismo a un certo punto ti porta a sentire un gran vuoto dentro, e come scrittore lo avverto come un pericolo. Sento che un certo tipo di vita mi svuota, mi prosciuga, mi toglie la voglia di scrivere, mi toglie le energie. Mentre un altro tipo di vita invece mi riempie; leggere un bel libro e fare una bella camminata in questo senso sono molto simili, lasciano la stessa sensazione: ho voglia di scrivere, ho voglia di parlarne, ho voglia di stare con le persone che ami. Sono sensazioni completamente diverse da quelle che provi dopo ore passate sui social network, quelle ti lasciano completamente inaridito, vuoto, senza energie, alienato e dannatamente triste.

Articolo pubblicato originariamente su Pixarthinking.it, portale chiuso nel marzo del 2017. Lo abbiamo ripubblicato qui su Slow News in data 29 ottobre 2019, firmato dallo stesso autore, nell’ambito di un’operazione di salvaguardia del giornalismo di qualità. Per questo motivo la lettura di questo articolo è gratuita, esattamente come lo era sul portale originario.

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