Twitter è Twitter, ma non lo sa

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Il 4 marzo siamo stati al News Impact Summit. C’erano tante altre persone, addetti ai lavori, giornalisti, studenti di scuole di giornalismo. Voglio fare una stima realistica ma anche generosa: nel momento di massima affluenza saremmo stati non più di 200. Nulla di male: non è mica detto che ci debbano essere masse oceaniche, perché un evento sia interessante.

Il News Impact Summit, dal nostro punto di vista – l’evento è in collaborazione con il Google News Lab – aveva un paio di problemi.

Il primo, il più evidente soprattutto a chi non c’era, è che non ci fosse lo streaming video. Il che, ne converrai, è abbastanza assurdo.

Il secondo è che la vetrina era meno interessante del negozio. Il palco, da cui purtroppo si tenevano lezioni frontali e illustrative, non proponeva nulla che spiegasse veramente come risolvere problemi o come maneggiare determinate tecnologie: come posso non applaudire al Washington Post? Ma se poi apprendo che ha decine di persone che lavorano alla creazione di storie long form multimediali e che ci sono almeno 5 persone che si dedicano solo all’analisi delle metriche del WP, allora capisco che non è un modello che posso pensare di applicare, nemmeno lontanamente. E purtroppo le case history tutte italiane presentate non erano all’altezza. Ma mica per colpa di chi le presentava: per ovvie ragioni di budget e di ritardo nello sviluppo di questo tipo di contenuti. Non solo: non è mica detto che questi contenuti siano gli unici long form possibili (il migliore del 2015 secondo Longform.org è questo, del New Yorker: solo testo!)

Il negozio, invece, era un luogo dove fare conversazione. E per fortuna abbiamo incontrato abbonati di Wolf, persone che lo sono diventate, altre interessate e interessanti per scambiare opinioni e condividere consocenza.

Mentre ci avventuravamo nel retrobottega, ci siamo accorti che l’hashtag utilizzato per l’evento era in TT su Twitter in Italia. Cioè, per chi non dovesse conoscere o amare l’uccellino blu, era nella «classifica» degli argomenti più dibattuti in quel momento nel nostro Paese, oscillante, secondo i nostri profili, fra il terzo e il quarto posto.

Questo ci ha fatto pensare una serie di cose. Primo: visto il numero esiguo dei partecipanti e l’assenza di streaming, che impediva un commento in remoto da parte di chi non c’era, scalare quella «classifica» è veramente facile, se non altro da un punto di vista quantitativo.

Secondo: perché è stato così facile, per l’hashtag #NISMIL, scalare quella classifica? Probabilmente perché le persone presenti, che twittavano sul tema, sono persone che hanno un loro seguito interessato. Eravamo, in effetti, quasi tutti giornalisti o comunque interessati al tema della comunicazione online. Quindi, facevamo parte della medesima nicchia all’interno del medesimo ecosistema.

Terzo: ma allora cos’è Twitter? Avremo avuto tutti esperienze con le «metriche» di Twitter e ci saremo tutti disperati un po’, di fronte all’evidenza della nostra irrilevanza.

Le metriche dell'irrilevanza

Forse Twitter è semplicemente irrilevante? Forse non serve a nulla? È solo un modo per parlarsi addosso? È davvero solo un modo per commentare live gli eventi? E se è davvero solo così, come potrà porre fine alla propria decrescita infelice?

Twitter è Twitter

Allora, pensando al contesto, a quel che ci siamo detti fin qui, alla facilità con cui #NISMIL era salito in TT, a chi ne parlava, alle nicchie, ecco che abbiamo maturato una nostra teoria. Sì, certo: Twitter è per il commento live ed è lì che fa il «botto», di traffico, di interconnessioni, di servizi (e disservizi). Ma nel quotidiano e nella pratica è anche un’altra cosa. È un social per gli -isti, che si parlano fra di loro (lo avevamo letto, fra l’altro, in una conversazione su Facebook, che ci è tornata in mente proprio quel giorno. Ma siccome non era indicizzata e non ce l’eravamo salvata, non l’abbiamo ritrovata). Giornalisti che parlano a giornalisti, economisti che parlano a economisti, esperti di marketing che parlano a esperti di marketing, e via dicendo. E il piccolo pubblico di nicchia interessato, che segue le persone che ritiene più rilevanti e influenti (per sé stesso, non per la collettività) e che magari interagisce con loro, le ritwitta.
Uno strumento è anche il modo in cui viene usato, non il modo in cui lo ha creato lo pensa. Allora, forse, Twitter dovrebbe smettere non solo di scimmiottare gli altri social ma anche capire più a fondo questa dinamica e sfruttarla (rassegnandosi, al tempo stesso, di essere usato da onedirectioners o beliebers o simili).

Forse Twitter è un social per «pacchetti» di nicchie – che occasionalmente, quando ci sono grandi eventi, si ritrovano tutte insieme a commentare sotto il medesimo hashtag –, forse potrebbe essere, per eccellenza, il social della massa ordinatamente suddivisa in nicchie, il social della massa nicchiata. Twitter, sarebbe, in potenza, un social davvero utile.

Paradossalmente, l’intuizione più forte stava nella possibilità di suddividere i propri followers in liste (e di condividere queste liste pubblicamente): forse Twitter potrebbe essere un ottimo social professionale. Purtroppo, la deriva presa e l’inspiegabile scelta di creare un algoritmo automatico che già nei «mentre non c’eri» sta diventando insopportabile, a una prima vista, lasciano presagire che Twitter non sa di essere Twitter.

E io come lo uso?

Se queste ipotesi – che derivano da osservazioni – sono sfruttabili, questo significa che, al netto degli eventi di massa e dell’uso più intuitivo, puoi utilizzare Twitter – e magari già lo fai – per alimentare le conversazioni che ti interessano sui temi che ti interessano e con le persone che ti interessano. Per aumentare le tue cerchie di prossimità lavorative – a volte anche occasionalmente, quando si tratta di grandi eventi –, per aumentare le tue connessioni. In altre parole: non tediare tutti con commenti sagaci per forza (i 140 caratteri, lo sappiamo, portano a questo), cerca invece di capire quali sono le conversazioni che ti interessano e inserisciti in quelle «di massa» solo se il tuo contributo può rimandare a qualcosa di fortemente argomentato. E solo se ti riguarda.

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