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Dadaismo e deliverables

Secondo il filosofo Paul Karl Feyerabend – che, non ce ne vorrà, come tutti gli altri “attori” di questa piece usiamo impropriamente come falsoscopo balistico… – dicevamo, secondo PKF ridurre la ricerca scientifica all’adozione di un metodo sistematico fa torto a centinaia di situazioni in cui si è realizzata una scoperta per vie traverse: per sbaglio, serendipity, furto, eterogenesi dei fini, esperienze extrasensoriali etc.: pratiche altamente soggettive, antitetiche al convincimento diffuso della “statutarietà” della scienza. Addirittura: l’unica regola è il non farsi condizionare da regole.

Ci pare che il metodo contro cui si scagliava Feyerabend, dadaista autoproclamato, riguardi soprattutto il primo atto del processo di ricerca, che deve essere libero e giocoso, e che potremmo intitolare appunto “Soggettività” (anche plurale). Oggi sempre più in affanno, schiacciato com’è dal macchinario iperburocratico delle milestones e dei deliverables – da cui forse PKF stava cercando di metterci in guardia.

È però innegabile che la prassi con cui la comunità scientifica arriva poi a sostanziare e accettare una scoperta sia, e debba essere, via via più sistematica. Se non altro perché viene infine considerato scientifico solo ciò che è pubblicato da alcuni grandi monopolisti, le cui regole editoriali dettano le pratiche – sempre più questioni di etichetta piuttosto che di metodo.

Incalzava l’antropologo Bruno Latour in un’intervista spontanea rilasciata a un gruppo di riflessione di cui faccio parte: “Metodo?! Qual è il legame tra scienze della terra e fisica? Che pubblicano articoli!”

Quest’altro “metodo”, però, è tutto fuorché scientifico.

Il furto della reputazione

Sempre allo stesso gruppo il sociologo Harry Collins – amico/nemico di Latour – raccontava i tanti anni impiegati a studiare come comunità le ricercatrici e i ricercatori che hanno a lungo sondato il cosmo in cerca delle onde gravitazionali.

Cosa vuol dire “scoprire un’onda gravitazionale”? Nelle migliaia di pagine dei suoi tre volumi sull’argomento, Collins dimostra che la collaborazione LIGO-Virgo deve il premio Nobel, vinto nel 2017, non tanto a qualche criterio assoluto di verità, ma alla solidità e serietà che la comunità ha saputo dimostrare. All’intangibile reputazione, costruita faticosamente in più di trent’anni di lavoro e che le ha permesso di rigenerarsi a partire dai frammenti lasciati dal pioniere visionario Joseph Weber, le cui presunte scoperte, compromesse dall’eccessivo entusiasmo, avevano gettato discredito sull’intero campo.

Dopo il gioco, il secondo atto del processo di ricerca lo intitoliamo allora “Oggettività”: come rendere le osservazioni il più possibile indipendenti dalla prospettiva di chi produce le loro circostanze, per mettersi in comunicazione, idealmente, con il resto del mondo. La consapevolezza che il distacco totale è però impossibile è ben radicata nelle scienze, anche senza scomodare il principio di indeterminazione quantistica…

Se non esiste un criterio di verità, ecco allora che l’oggettività diventa un valore della comunità (uno fra tanti più o meno negoziabili), e il metodo quell’insieme di pratiche (spesso rituali) che permettono alla comunità di riconoscersi attorno a quei valori e in ultimo di conferire credibilità alla scoperta. Ecco allora che la reputazione di una comunità è un bene comune, di tutte e tutti, e di nessuna e nessuno. Ha valore solo in quanto inappropriabile, come i pascoli della Barbagia lasciati alla transumanza, o come le tante caserme, teatri e cinema occupati e rigenerati, liberati dallo stato di abbandono, e poi sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine per lasciare spazio al nulla.

Ebbene questo valore, come ricercatrici e ricercatori, ci è stato scippato: abbiamo lasciato la valutazione della produttività scientifica, le progressioni delle carriere, i percorsi di studio alla mercé di una burocrazia finanziaria ancora più vorace del vecchio capitalismo “col sigaro in bocca”, perché assetata di immaginario prima ancora che di risorse.

Proprio così nacque lo schiavismo su larga scala, come spiega benissimo il compianto David Graeber in `Debito: I primi 5000 anni’: dall’estorsione di legami sociali di mutuo credito e debito all’interno delle tribù indigene (il sistema della pawnship). E per quanto il confronto sia sicuramente esagerato, il percorso di certe ragazze e ragazzi, sedotti dai miti delle origini (la relatività! i quanti! il DNA! l’evoluzione delle specie!) e invischiati all’interno della precarietà perenne di quell’angusto imbuto che è la carriera accademica dovrebbe essere abbastanza insensato da indignarci.

Non è così. Come dice laconicamente Harry Collins stesso: «Non ho paura che la macchina diventi più intelligente dell’uomo: ma che l’uomo si convinca di essere più stupido della macchina».

Ad Parnassum

Molta parte della narrazione comune sul metodo si basa su criteri che alcuni filosofi hanno ricavato dal percorso della fisica, sulla scorta degli strabilianti successi ottenuti nel ‘900 – a volte ancora oggi riesumati in certe noiose celebrazioni televisive ed editoriali. Una predominanza culturale ben testimoniata dal fatto che nei percorsi tradizionali dei licei italiani la fisica si prende in programmazione tanto quanto tutte le altre scienze aggregate.

Tra questi criteri:

  • La riproducibilità, l’idea cioè di poter “tagliare una fetta di realtà” e di poterne riproporre la ricetta in ogni situazione. Il che funziona se funziona: per esempio, al netto delle possibili interpretazioni (mai risolte) sulla preparazione di un sistema, la meccanica quantistica ha come oggetto i sistemi che… mostrano di avere proprietà quantistiche! E andate a chiedere a chi si occupa di biologia quanto è facile riprodurre i risultati altrui! Tutti i campi del sapere estendono la loro azione assieme al loro campo di azione, e per quanto la coerenza complessiva del discorso (e le innovazioni tecnologiche conseguenti) ci illudano di dominare un tutto, dobbiamo ricordarci che molta parte di questo è, appunto, solo discorso su quello che è conoscibile, se non addirittura – ahimé spesso – una chiacchiera (e per fortuna! Altrimenti ne usciremmo matti come I fisici di Dürrenmatt).
  • L’indipendenza, vale a dire l’idea che i diversi tasselli del mosaico della conoscenza siano prodotti a partire da condizioni sociali e politiche che garantiscono la totale indipendenza da possibili condizionamenti esterni (il che è risibile) e, soprattutto, interni (il che è… sorrisibile?!). Considerate per esempio gli studi che tentano di riprodurre un risultato precedente: in primo luogo sono sempre più rari perché non “remunerativi” nel marketplace of ideas; ma anche con il migliore degli intenti, è semplicemente impossibile che una nuova collaborazione indipendente da LIGO-Virgo possa mai dotarsi di una tecnologia per ripetere le onde gravitazionali, anche perché le mancherà il traino narrativo della “scoperta”. Il mosaico diventa allora un network (con Latour) di relazioni e riferimenti incrociati che partono dalla definizione dell’oggetto di studio per mettere in comunicazione un mondo intero di actors, creando nessi sociali attorno a una circostanza più o meno scientifica.
  • La formalizzabilità, cioè che la Natura non possa essere che un «oscuro laberinto» se il suo libro non è scritto per formule matematiche. Ma a chi ha un martello, tutto quanto sembra chiodo: e quanto spesso, ormai armati di un intero armamentario di strumenti matematici (spesso degli algoritmi, magari di cosiddetta “intelligenza artificiale”) imponiamo alla “Natura” dei modellini teorici totalmente astratti? Proprio contro simili elucubrazioni scolastiche su modelli astratti della Natura, e rivendicando un ritorno alla sensualità, la generazione dei Da Vinci ha dato vita al Rinascimento (cfr. Paolo Rossi, I filosofi e le macchine).
  • L’empirismo, ovverosia il convincimento che si possa nettamente separare le «sensate esperienze» e le «dimostrazioni necessarie» (cosa che neanche Galileo stesso credeva!), il piano e l’azione, la costruzione dell’ipotesi e la dimostrazione della tesi – una matrice di pensiero ellenica fondante la modernità, ma che per esempio ci differenzia in maniera sostanziale da tanta parte del pensiero cinese, in cui la strategia è già nel farsi dell’azione (cfr. Francois Julien, Trattato dell’efficacia).
  • La falsificabilità, vale a dire che sarebbe scientifica solo una proposizione disposta di un meccanismo che possa invalidarla (è diverso piegare cucchiaini col pensiero o sottoporsi a esperimenti controllati in cui si piegano metalli a distanza…), e quindi che una proposizione scientifica non sia l’affermazione di qualcosa di vero, ma la negazione di qualcosa di implausibile. Oggi il criterio di falsificabilità è buttato in quell’enorme immondezzaio che è, ahinoi, l’hypothesis testing – forse l’ultimo caposaldo sistematico, molto bistrattato, del “metodo”.

Le scienze al negativo

Non è un caso che un pensatore come Ludwig Fleck – che si era confrontato con la diffusione di una malattia pandemica (la sifilide in età colombiana) giungendo a tutt’altra concezione della genesi di un fatto scientifico – fosse sostanzialmente incompreso dai suoi coevi. Oggi bussano alla porta problemi che non soddisfano nessuno dei requisiti qui sopra, ma sui quali la comunità scientifica reclama – e non a torto! – di esprimersi.

A climatologi, epidemiologi, etologi, zoologi, microbiologi, etc. il “metodo” che venica prescritto alle scienze fino a poche decadi fa va molto, molto stretto. Non è possibile realizzare un ciclone o un’epidemia in laboratorio: ecco allora che il problema della riproducibilità viene scaricato sulla formalizzazione (“Lo simuliamo al computer!”). La proliferazione dei modelli comporta però il deterioramento della loro credibilità, e questo si scarica sull’empirismo (“Il cambiamento è già qua, facciamo quello che possiamo!”), e sull’indipendenza (qual è il criterio di aderenza di una simulazione alla realtà?). E infine, a cascata, quello dell’empirismo sulla falsificabilità (“Chi sono questi rompicoglioni che mettono in dubbio le scienze? Haha, guarda che scemi, si stanno costruendo un razzo per vedere se la terra è tonda!”).

Nel frattempo il discorso scientifico perde credibilità, e per ovviare a questo problema varie agenzie che fanno le veci altrui si ostinano a divulgarlo sbraitarndo al megafono. Che cosa è andato storto? Ovviamente nessuna delle condizioni descritte sopra è criterio di verità, e come scienzatƏ non l’abbiamo mai dato a intendere. O almeno così crediamo perché, circolarmente, ci fidiamo delle istituzioni che noi stessƏ aiutiamo a fondare, e di cui forse siamo l’ultima pietra di appoggio. Troppo spesso però i singoli pezzi del “metodo” – magari ridotti a squallidi indicatori numerici – vengono presi come sigilli di garanzia per giustificare l’uso indiscriminato del potere.

Difficile però credere che Kuhn, Lakatos, Feyerabend etc. volessero offrire pezze d’appoggio al sistema. Ecco allora che i punti del metodo vanno letti essi stessi al negativo, proprio come le proposizioni scientifiche: presagi, avvertimenti che se non ben custoditi, i valori muoiono. Un esercizio difficile e controintuitivo. E se non è vera l’implicazione falsificabile allora scientifico (altrimenti sarebbe scientifico che il mio gatto è un cane), rimane valido che falsificabile allora un po’ più plausibile, e questo è uno dei punti di partenza per la costruzione di credibilità – e forse anche il vero senso della tanto abusata espressione “open science” – che certo non è un nuovo modello editoriale sempre a favore delle stesse concentrazioni…

Come ricercatori e ricercatrici assistiamo all’asfissia dei valori del metodo. È ora che apriamo il vaso di Pandora e rimettiamo in discussione i valori stessi.

Scienziati-sciamani

Dopo essere stati in Amazzonia, gli antropologi e le antropologhe sono tornate – magari con qualche senso di colpa per aver partecipato alla creazione dell’“esotico” – e hanno rivolto lo specchio verso le comunità umane di casa propria. Propongono una svolta ontologica che richiede vari cambiamenti di prospettiva.

Siamo poi tanto diversi dai popoli nativi amerindi? E vogliamo esserlo?

Il primo ripensamento è rispetto a chi, in quelle comunità, ha (o aveva) funzione di custode e dispensatore di conoscenza: lo sciamano (quasi mai la sciamana), la cui cura prevede una compartecipazione di tante pratiche, dalla danza al racconto, dalle infusioni alle incisioni. Quale esattamente delle pratiche risolva il problema, e quale esattamente sia il problema da risolvere, è una domanda posticcia. E pur non essendo riproducibili, le conoscenze indigene sono state tramandate per millenni, e sempre sottoposte a contrattazione tra lo sciamano e la sua comunità e tra sciamani di diverse comunità tra loro. Questo almeno finché lo sciamanesimo non è diventato oggetto di turismo culturale.

I saperi indigeni permeano la nostra civiltà moderna. Per esempio, fino ai primi dell’800 i microbi osservati ai primi microscopi erano delle semplici curiosità. Non bastava guardarli per vederli, come non bastava passeggiare tra gli scheletri di dinosauro e altri “scherzi di natura” nelle Wunderkammer per rendersi conto che c’era stata una storia naturale. I “fatti puri” che Boyle riproduceva nelle sue pompe a vuoto a beneficio dei membri della Royal Society, erano, di fatto, ciechi. Serve una concezione del mondo per figurarselo. Nel caso dei microbi, come ben argomentato da César Giraldo-Herrera (Microbes and other shamanic beings), questa affonda le radici nei miti ancestrali che gli indigeni si raccontavano, una contaminazione culturale che arrivò in Occidente con Colombo, assieme all’infezione.

Un secondo cambiamento di prospettiva è quello proposto dall’antropologo Vivieros De Castro, che ha descritto una differenza sostanziale tra il metodo scientifico e quello così detto “animista”. Nella concezione “animista” l’oggetto di indagine cambia a seconda dell’immedesimazione del soggetto conoscente in altre persone (che siano animali, piante, spiriti, sassi etc.), mentre nel prospettivismo occidentale l’oggetto rimane fisso e cambia l’interprete. Il prospettivismo amazzonico tende a favorire la trasmissibilità, quello occidentale la traducibilità.

Ebbene, nel mondo occidentale, di fronte a problemi che toccano sia l’intera comunità che i singoli individui, le uniche vere sciamane e sciamani sono proprio i ricercatori e le ricercatrici scientifiche!

Chi altri ha ceduto così tanta parte della propria personalità individuale per intraprendere un percorso di immedesimazione in altri soggetti? Chi altri nutre così tanto amore e al tempo stesso conserva una tale distanza dall’oggetto di studio? E chi è chiamato a continue mediazioni tra le tempeste di dati, gli spiriti dei modelli teorici, i folletti della competizione, le fate del riconoscimento; a raccontare storie più o meno metaforiche nei tentativi (a volte goffi) di fare outreach; a tenere a bada le pressioni politiche e quelle industriali, praticando riti e sortilegi divinatori pur di ottenere attenzione, magari un finanziamento!, e, forte ancora della propria irripetibile esperienza, arrivare comunque a qualcosa di “sensato”?

Prendere piena coscienza di questo ruolo ci aiuterebbe a restituire sensualità (in tutti i sensi…) a quella parola, “sensato”, che oggi sembra soltanto implicare un giudizio astratto, ma che ai tempi di Galileo voleva dire “che si può sentire”.

Contro l’assenza di metodo

Siamo nel mezzo di una pandemia e all’inizio di un’accelerazione del cambiamento dei nostri ecosistemi. Avremmo bisogno di una “guida”, ma non ci fidiamo più di nessuno. Non sappiamo distinguere le opinioni di chi parla in televisione da quelle di un’amica, o di un ministro. Non vediamo coi nostri occhi il virus, o l’alzarsi delle temperature, e il discorso scientifico ha perso il suo appeal perché troppe volte ci è sembrato pedante o, peggio, connivente.

C’è un metodo, una ricetta, per costruire reputazione?

No! Un metodo non c’è, e non ci potrebbe essere, neanche con le migliori intenzioni.

E per fortuna… Altrimenti sarebbe già diventato una pubblicità della Barilla, o peggio ancora un’iniziativa filantropica della Bill & Melinda Gates Foundation!

Esistono però molte pratiche che danno senso a quello che, come scienziatƏ, realizziamo e che ci mettono in comunicazione con un mondo di relazioni antagoniste: le nostre “fate” e i nostri “spiriti”, alcuni benigni altre maligne.

Il terzo atto di questa storia si chiama Comunità, e riguarda tutti quei processi di riappropriazione del senso proprio e dei fini del fare scienza, che potrebbero sottrarla ai meccanismi del mercato delle idee.

È tutto da scrivere.


Questo articolo attinge creativamente dall’elaborazione del gruppo informale eXtemporanea

La fotografia in apertura è di Greg Rakozy e l’originale la puoi trovare su Unsplash.

Questo articolo fa parte del progetto Il Mondo Nuovo
ed è stato finanziato dall'European Journalism Covid-19 Support Fund

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