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Cos’è il giornalismo seriale?

Che cosa sono e come si scrivono le serie giornalistiche di Slow News

Immagina di star per partire per una vacanza di due settimane verso qualche posto esotico, Polinesia o magari le Hawaii. È una cosa che vorrai raccontare ad amici e parenti, giusto? Quindi ti porti taccuino e penna per non perderti niente della tua tanto agognata vacanza.

Ma ora immagina che subito dopo la partenza si scopre che il taccuino ha solo una pagina. Dovrai selezionare le cose da appuntarti e ti perderai molti dettagli che avresti voluto conservare. È una delusione, vero?

Ecco, che tu ci creda o no, questa è l’essenza del giornalismo tradizionale: selezione.

Durante il mio master in giornalismo, sia io che tutti i miei compagni di classe eravamo terrorizzati dal finire con l’includere notizie non necessarie nei nostri pezzi. Era considerato il tipo di errore che davvero non puoi permetterti di fare al giorno d’oggi. Del resto lo sanno anche i sassi: nell’epoca del digitale i tempi d’attenzione dell’utente sono crollati, e aggiungere cose non strettamente necessarie è peccato mortale.

Ovviamente molto di ciò è vero. È una versione un po’ prosaica di una cosa che si chiama pistola di Checkov, una delle regole d’oro dello storytelling: se inserisci una pistola nella tua narrativa, la pistola prima o poi dovrà sparare.

Ma comunque inserire solo elementi funzionali alla narrazione non significa ipersemplificare la realtà. Ma purtroppo l’ipersemplificazione è esattamente ciò che oggi il giornalismo è finito col fare.

Il framing, spiegato.

Una delle pochissime cose che so per certo nella mia vita è che i giornalisti vanno al settimo cielo quando ricevono la chiamata dal proprio editor che dice di fare la valigia e partire per coprire una storia. Non importa dove vengano mandati, la testate per cui lavoreranno, la storia che copriranno: saranno comunque come i bambini il giorno di Natale. Se ci si pensa un attimo, viaggiare è uno degli aspetti centrali per cui abbiamo scelto questo lavoro, quindi è abbastanza comprensibile il tutto.

Tuttavia, la maggior parte delle volte che partiamo nelle nostre storie riusciamo a includere solo una percentuale che credo essere tra il 10 e il 15 percento di quello che esperiamo. E tu, in quanto lettore o lettrice, non saprai mai nulla del rimanente 85 o 90 percento. Ma di nuovo, è abbastanza comprensibile. Succede per via di una cosa che gli esperti chiamano framing, che in inglese significa grossomodo “incorniciatura”. 

Il framing per definizione è “l’angolo o la perspettiva dalla quale una storia viene raccontata”. È qualcosa che ha a che fare con la natura umana e di cui non possiamo sbarazzarci. Mettiamola così: stai andando verso l’ufficio insieme a un collega, e mentre camminate vedete un incidente stradale. Appena arrivati in ufficio, vorrete entrambi raccontare cos’è successo. Le vostre versioni saranno perfettamente identiche?

Non ci crederei neanche se lo vedessi.

Ad esempio, uno si concentrerà sulla dinamica dell’incidente, un altro sulla reazione degli automobilisti o qualche altro dettaglio. Le vostre versioni saranno diverse semplicemente perché siete persone diverse. Avete sensibilità, culture, punti di vista ed esperienze passate diverse e quindi interpretate diversamente gli stessi fenomeni (supponendo che abbiate visto davvero la stessa cosa). Le differenze nelle vostre storie rifletteranno le differenze tra voi due in quanto esseri umani.

Tutto ciò è chiamato framing, perché incornicia I fatti all’interno di un contesto ristretto.

Purtroppo il framing può diventare un grosso problema quando si parla di giornalismo. I giornalisti in effetti dovrebbero essere imparziali (beh, non è proprio certa questa cosa. Ne ho già scritto), e come fai a essere imparziale se per natura sei portato a incorniciare una storia?

Spoiler: non puoi.

La parte peggiore di questa storia è che il framing non solo è inevitabile, ma spesso è espressamente richiesto dagli editor o dai capiredattore. Per dire, ad un giornalista non sarà mai chiesta una storia da Hong Kong. Sarà invece richiesta una storia da quella strada di Hong Kong, da quell’angolo specifico, e che parli esattamente di quel tema.

Le indicazioni degli editor sono spesso molto precise.

Da una parte questo aiuta molto a focalizzarsi su qualcosa di specifico e ad attirare l’attenzione dei lettori. Ma dall’altro lato, ciò implica che il pubblico sarà esposto passivamente a ciò che l’editor e il giornalista hanno deciso che fosse importante. Un aspetto della storia diventa quindi la storia intera.

È corretta questa pratica?

Onestamente, non credo. Del resto, il pubblico è fatto di esseri umani intelligenti che non si bevono più versioni eccessivamente semplificate della realtà.

Beh ok. Ma cos’è questa roba chiamata giornalismo seriale?

Poiché il framing è un problema, dovremmo iniziare a parlare di soluzione. E qui è dove il giornalismo seriale entra in gioco. Personalmente credo che si debba iniziare a definire questo nuovo giornalismo dicendo anzitutto che cosa non è.

Per prima cosa, il giornalismo seriale non c’entra col trasformare una storia breve in una lunga. C’entra piuttosto col dare il giusto spazio a quello che conta senza porsi limiti specifici di caratteri.

Secondo: il giornalismo seriale non è un normale longform né un pezzo lungo diviso in episodi. La differenza è che le serie sono basate su una struttura narrativa solida e complessa che ha senso non solo nel complesso della storia, ma anche episodio per episodio. Una cosa che non troverai mai in un reportage tradizionale. Pensa a Netflix. Come sono strutturate le serie che ami? Sono semplicemente dei film divisi in pezzi?

Terzo, il giornalismo seriale non è finzione. Si chiama giornalismo per una ragione precisa.

Ad ogni modo, di recente Slow News ha vinto la prima edizione dell’ Independent Media Accelerator lanciato da Steady, The Guardian, European Journalism Centre e Membership Puzzle, che hanno espressamente citato il giornalismo seriale tra gli aspetti più rilevanti in termini di innovazione proposta da Slow News.

Insomma, il giornalismo seriale sta diventando una cosa seria.

Ma tutto ciò come si lega al framing?

Il framing è parzialmente dovuto alla necessità di concentrarsi su un aspetto specifico di una storia. Come ripetono da anni molti esperti, i livelli di attenzione su Internet sono calati sensibilmente. Ma se si apre la propria narrazione a diversi episodi, ognuno di essi può esplorare uno o più aspetti di una storia, della quale a questo punto potrà essere restituita la complessità.

Il giornalista guadagna spazio e attenzione, il lettore riceve più dettagli e la narrazione alla fine è più onesta. Tutti ne beneficiano.

Come secondo vantaggio, avere più episodi significa poter creare uno storytelling che incoraggia il lettore a passare all’episodio successivo, come succede con le serie Netflix. Come giornalista, ti sarà dunque richiesto di introdurre e presentare più personaggi e un ventaglio maggiore di sottostorie. 

In altre parole, il giornalismo seriale consente di seguire più di una cornice e quindi di analizzare più dettagli della stessa storia. Anche se il framing è inevitabile, il giornalismo seriale può essere una soluzione. Non definitiva, certamente, ma comunque un miglioramento. È un po’ come se da una cornice sola si passasse a più cornici. Un miglioramento netto, direi. 

Come essere un giornalista seriale.

Se vuoi diventare un giornalista seriale, ciò di cui hai bisogno è un nuovo paio di occhiali per guardare il mondo intorno a te. Nei fatti, un giornalista seriale cerca storie, oltre che a fatti. E quindi i fatti in sé, per quanto veri e verificati, non sono abbastanza.

C’è bisogno di qualcosa in più. Servono dei protagonisti.

Quando ero a Berlino per scrivere del trentesimo anniversario della caduta del Muro, ho incontrato un uomo con una storia incredibile. Lo chiamerò Gustav (nome di fantasia). Negli Anni Settanta Gustav provò a superare il confine tra Berlino Est ed Ovest, ma gli spararono fino quasi ad ucciderlo. Negli anni successivi gli successero molte cose, ma fondamentalmente rimase un dissidente fino al 1989, quando il Muro cadde. Anni dopo ha fondato e finanziato una ONG che aiuta i migranti ad attraversare i confini nel mondo, diventando un attivista per la pace e i diritti umani.

Mentre lo intervistavo ero assolutamente certo che sarebbe diventato il personaggio centrale della mia storia. Quindi sono andato più in profondità, chiedendogli della sua famiglia, del suo retroterra, della sua esperienza, dei motivi che lo trasformarono in un dissidente politico.

Beh, tutto ciò che Gustav fece prima della fuga era di una noia pazzesca. Nessuna esperienza illuminante, nessuna epifania, nessuna ambizione particolare. Tutto – compresa la sua fuga, per altro – avvenne praticamente per caso.

In quel momento quindi mi sono dovuto chiedere se quella fosse davvero una storia buona o no. Il reporter pigro che è in me ovviamente voleva che fosse lui il mio protagonista, ma alla fine mi sono convinto che la sua storia sarebbe stata interessante per un giornalista tradizionale, ma non per un giornalista seriale. Del resto, i fatti in sé erano buoni, più che sufficienti per un pezzo classico. Ma chi vorrebbe vedere o leggere una serie in cui il protagonista fa una cosa grandiosa solo per caso?

Come costruire una serie, per principianti.

Quando costruisci una serie solida hai bisogno di elementi narrativi di valore. Immagina una serie Netflix con sei episodi piatti e due puntate finali esplosive. Non funziona, giusto? Giusto.

Personalmente avevo bisogno di qualcosa in più. Qualcosa in cui un passato complicato intrecciato a conseguenze inaspettate. Qualcosa con un po’ di elementi classici dello storytelling, tipo ripetizione, colpi di scena e un viaggio.

Può suonare impossibile, ma in realtà moltissime delle storie vere che ci appassionano hanno questi elementi. Storie cose sono davvero dappertutto, basta saperle cercare. Nel caso specifico di Berlino, quello che ho trovato è stata una doppia storia di due persone diverse con esperienze simili, talvolta sovrapponibili, che però hanno portato a conclusioni differenti. Entrambi i personaggi scappavano dal regime socialista (anche se per motivi diversi). Entrambi furono arrestati, entrambi sentivano illegalmente le radio occidentali.

Inoltre per entrambi la musica rock rappresentò un input alla fuga, e costruire storytelling col rock è molto semplice. Ma anche qui, ho dovuto chieder loro quali fossero le loro canzoni preferite al tempo della fuga, che non è una domanda tradizionale. 

Le loro storie personali mi hanno aiutato a spiegare il contesto storico in cui questi eventi sono avvenuti. Per dirlo diversamente, sono riuscito a costruire una serie da quattro episodi che contiene le loro storie vere e verificate. E non mi ci è voluto moltissimo.

La domanda centrale però è: queste pratiche eliminano il framing? La risposta è no, perché non esistono bacchette magiche o soluzioni semplici. Ma sicuramente queste pratiche possono dare una mano.

Per dire, non leggerete mai di Gustav e della sua fuga sgangherata, quindi il framing c’è. Ma questa serie editoriale consente al lettore di conoscere due persone anziché una, con tutto l’annesso di parenti e amici citati nella storia. Inoltre, la complessità delle loro storie fornisce spiegazioni, dati, contesto, oltre ad emozioni. E poi le loro esperienze danno informazioni sulla società, la storia e la vita quotidiana in Germania dell’Est e dell’Ovest (cosa non scontata, visto che c’era un muro e un confine militarizzato nel mezzo). Credo che tutto ciò sia più potente e di valore di una storia o due che piovono dal cielo, senza contesto e senza continuità narrativa.

Quindi no, probabilmente il giornalismo seriale non è la panacea a tutti i mali del giornalismo, ma è un bel passo in avanti. E tutto sommato le panacee sono solo l’insieme di passi in avanti, o no? 

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