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Editoria e cultura

Il punto di partenza

Possiamo definire l’editoria come la parte “commerciale” della cultura. È grazie al sistema editoriale se possiamo venire in contatto con le idee e le storie che sono state prodotte e che continuano o ad esserlo. Chi sceglie e pubblica i libri, chi li distribuisce e chi li vende determina quali libri si trovano sul mercato e, in negativo, anche quali non si trovano più.

Per questo, l’impoverimento qualitativo e sostanziale della filiera editoriale, finanche il pericolo che essa fallisca, impoverisce e minaccia l’intera società e non soltanto le migliaia di donne e uomini che, pur dovendo lavorare in situazioni miserabili, la tengono in piedi.

Nel mondo vecchio, quello che è stato travolto dalla pandemia ma che anche prima stava dando segnali di preoccupante sofferenza, l’editoria veniva gestita in maniera industriale, concentrando la filiera e il potere in poche mani, puntando sulla sovrapproduzione e su una strategia commerciale basata sulle cosiddette “rese” che generava col tempo una vera e propria bolla che teneva in scacco e soffocava le parti sane della filiera.

Ho usato il passato, ma questo è ancora il presente al momento in cui scrivo. Questo è il mondo che sta fallendo, ma che non è ancora fallito.

È il mondo che, durante le settimane più dure della quarantena, quando tutto era bloccato, hanno cercato di far riaprire le librerie: non lo facevano tanto per vendere i libri, né per ridare la possibilità di incontrarsi a tutti i componenti delle comunità vive, vivissime, che esistono intorno ai libri, bensì soprattutto per riattivare quella giostra che esiste soltanto quando è in movimento e che tiene in piedi il modello industriale estrattivo su cui si poggia la grande editoria italiana.

Il mondo nuovo deve essere diverso. E anche soltanto per iniziare ad essere immaginato, ha bisogno di essere costruito proprio sulla cultura e sulla sua diffusione. Per questo la filiera editoriale è così decisiva (insieme alla scuola e all’istruzione in genere, naturalmente, a cui dedichiamo però un intero pilastro autonomo). E proprio per questo va ripensato tutto.

A cosa servono migliaia di editor sottopagati, centinaia di traduttori che si fanno la guerra al ribasso per tradurre libri in poche settimane, libraie e libraio frustrati e trasformati in semplici commessi e migliaia di altre lavoratrici e lavoratori del settore che vacillano quasi al limite della povertà se poi il frutto del loro lavoro si perde in un oceano di volumi stampati soltanto per fatturare? Non serviranno forse di più, in un mondo dove la cultura viene realmente creata e diffusa in modo sano e funzionale, insegnanti, facilitatori culturali, pedagoghi, antropologi, addetti alla formazione continua dei cittadini, librai di prossimità, bibliotecari e tanti altri lavori che possano diffondere sul territorio i presidi culturali che permettono alle idee di percolare nella società dando a tutti la possibilitò di accedere agli strumenti intellettuali per capire la realtà?

Perché ho deciso di occuparmene?

Il “Lavoro culturale”, per citare un gran libro di Luciano Biancardi, è quello grazie al quale vivo in pratica da quando ho iniziato a lavorare. A questo tema ho dedicato una serie originale di Slow News intitolata Piuttosto mi Amazon, per la quale ho intervistato donne e uomini che lavorano in ogni punto della filiera.

Durante il lockdown ho organizzato una conversazione con una delle più attive e radicali lavoratrici del settore, Martina Testa, che cura la collana di narrativa nordamericana di Edizioni Sur, che traduce libri da tutta la vita e che frequenta il piccolo mondo dell’editoria da tanti anni. Puoi ascoltare quello che mi ha raccontato qui. Usando i suoi spunti, e arricchendoli con altre voci e pareri, cercherò di costruire un orizzonte verso il quale procedere per immaginare un modo nuovo di gestire l’intero settore.

Escucha”L’editoria ha un futuro?” en Spreaker.

Perché l’editoria è un settore vitale per una società che vuole avere un futuro, ed è uno dei settori in cui la concentrazione di potere in poche mani sta facendo i danni più irreversibili sfruttando il lavoro di migliaia di persone per, come dice Martina, “mantenere una economia di tipo estrattivo” che non produce alcun valore, ma inaridisce tutto ciò che tocca.

Dove vogliamo arrivare?

Se partiremo dai libri e dal contesto italiano non vuol dire che l’orizzonte del percorso che faremo manca di vastità e profondità. Partiremo dai libri perché quelli sono gli strumenti che abbiamo per generare, condividere e radicare il sapere. Ma uno dei punti nevralgici che andremo a toccare in questa passeggiata verso un futuro possibile ma che è tutto da costruire è la classe intellettuale.

Alcune delle domande da cui partiamo

Perché si pubblicano così tanti libri se i lettori sono sempre di meno?
Quanti lavoratori della filiera sono in stato di sfruttamento, precarietà e marginalità?
Chi sono gli intellettuali? Che pubblico hanno? Quanta influenza hanno nel dibattito pubblico?

Se hai risposte a questi interrogativi, se ne hai altri da aggiungere, se hai letture da consigliarci, storie da raccontarci e soluzioni da suggerirci, puoi aiutarci a costruire anche tu questo pilastro del mondo nuovo.

Che approccio mentale serve?

Bisogna partire dal presupposto che le cose non si possono continuare a fare come le abbiamo sempre fatte soltanto perché “si è sempre fatto così”. Bisogna prendere coscienza del fatto che il lavoro culturale non può basarsi sullo sfruttamento dei lavoratori della intera filiera, da chi i libri li stampa a chi li edita, da chi li distribuisce a chi li vende.

Bisogna essere in grado di pensare a nuove dinamiche di decentramento e diffusione, senza avere paura di scontrarsi apertamente contro i sostenitori del fatto che non ci siano alternative al modello industriale ad alta concentrazione di potere e di denaro. Quel mondo, come tutte le facce del mondo vecchio, sta crollando. E se non vogliamo restare schiacciati sotto il suo cadavere, dobbiamo avere il coraggio di fare un passo di lato e promuovere pratiche radicali di reinvenzione del campo da gioco, dai metodi e dalle strutture di lavoro, a quelli distributivi e commerciali.

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Biblio-sitografia

Martina Testa, Salvarci

Le foto

La foto di copertina è di Cristina Gottardi e la puoi trovare su Unsplash.

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